lunedì 17 gennaio 2011

La migrazione dai nonni ai nipoti oggi...

Il nonno Candido (primo da destra) arriva in nave in Argentina.
il figlio Andrea e il nipote Tomas tornano in treno in Italia.


post inviato da
Graciela Noemi Papaianni                                
Argentina. Patagonia
16 gennaio 2011
                         


La migrazione è un tema storico che è stato motivo di preoccupazione e di analisi. Ogni volta affiorano sfumature diverse ed altre questioni che rimanevano nascoste. Al tempo dei nostri nonni (inizio 1900) il motivo è stato visto nelle guerre che hanno portato la gente ad emigrare senza troppe possibilità di scelta. Oggi che anche i nipoti di quelle persone  ritornano a migrare i motivi sono diversi, forse associati più alla ricerca di nuove opportunità legate alla crescita come persone. Ma, in un caso o nell'altro, i processi psicologici  dell’emigrante sono gli stessi; però, quando si tratta di questioni di sopravvivenza, la migrazione è più dolorosa, perché è quasi un'espulsione dal luogo di origine, è un abbandono; perchè si è costretti dalle circostanze che spingono a lasciare qualcosa di così caro come le radici. Ciò che coincide in entrambi i casi è l’abbandono delle proprie abitudini per integrarsi con con un nuovo modo di vivere. Questo processo si chiama dolore e genera la malinconia propria dell’emigrante, la nostalgia per la terra, per la famiglia, il luogo d’origine, la lingua, gli amici, gli odori familiari, il paesaggio, il clima, la cultura, le usanze del luogo d’origine. In sintesi, quest’atteggiamento sociale è come se desse loro una nuova opportunità di vita, un’occasione di migliorarsi; è l'atteggiamento sociale comune dell'immigrante che tende a conservare certe linee comuni. Questo dolore implica una profonda crisi, un cambiamento, un rinnovamento, una maturazione ed un apprendere costante. Una delle questioni chiave in questo processo interno, come sottolinea Harfuch, è che "la persona riesca ad integrare quello che porta come bagaglio proprio e personale e quanto v’è di nuovo nel  posto da lui scelto e così prepari  il suo nuovo spazio di vita e ristrutturi la sua personalità alla nuova situazione". Negli ultimi anni si osserva un'onda migratoria compiuta dai nipoti degli emigranti dell’inizio del secolo scorso che era gente giovane che apportò la propria forza nel paese di accoglienza, la stessa forza che portano anche i loro nipoti che sono alla ricerca di qualcosa che vogliono trovare in quelle terre. Non è nè più nè meno che un ritorno all’antico, alle origini; per poter apprendere qualcosa sull’identità perduta, per comprendere da dove veniamo e la possibilità che nella loro direzione possano incontrare se stessi in questo mondo e poter tracciare il miglior cammino che gli si prospetta. Da qui nasce la necessità per l’emigrante di conservare le proprie usanze, in modo da lenire il dolore che comporta la perdita, il dolore... quello trasmesso ai figli, quello che provano quando ritornano alle origini: “erano già passati per questa steassa strada, avevano sperimentato questi rumori, questi profumi di cibo etc, etc. Ma oggi, quando i loro nipoti fanno per tornare alla loro terra, al paese d’origine dei loro nonni, di cui fanno parte anche loro, perchè molti hanno anche la cittadinanza per adozione; incontrano non poche difficoltà e si sentono dire che non c’è posto. Allora questi nipoti si chiedono: “Come è possibile che, un centinaio di anni fa, mio nonno lo hanno accolto a braccia aperte come fosse la sua patria? E adesso il suo stesso paese che lo aveva espulso per non avergli dato il minimo di lavoro che era necessario per la sopravvivenza e la dignità, non consente loro di ritornare?

Mi domando anche cosa direbbero i nonni, se vivessero oggi, di questa situazione...... molto probabilmente proverebbero dolore e delusione.
(traduzione di Marco Poltronieri)



Ospitiamo con molto piacere il post di Graciela, assidua lettrice di questo blog e la ringraziamo per la collaborazione. Graciela è docente universitaria che vive in Patagonia e lei sì che ha realizzato la vera Unità d'Italia: argentina e figlia di calabresi, ha incontrato  e sposato Andres, figlio di veneti e dalla loro unione è nato Tomas che sta cercando di scoprire, poco alla volta,  il meraviglioso paese di suo nonno Candido. Un ringraziamento anche a  Marco Poltronieri per la fedele traduzione dalla lingua spagnola.


Buona vita!
maestrocastello









sabato 15 gennaio 2011

Non si affitta ai meridionali.

Quest’anno si festeggiano i 150 anni dell’unità d’Italia, eppure il Regno delle due Sicilie era uno degli stati europei più prosperi che non conosceva emigrazione alcuna. La sua posizione strategica nel Mediterraneo e la sua politica che lo rendevano indipendente erano contrarie agli interessi dei Savoia e delle altre potenze europee del tempo. Il rapporto tra debito, con interessi, e prodotto interno lordo era del 16% in confronto del Piemonte dove ammontava al 75%. Le prima emigrazione massiccia fu proprio quella del Nord con Piemonte, Veneto e Friuli in particolare ed erano i secoli XIX° e XX°. Solo dal 1880, dopo la forzata unificazione che costò perdita di vite umane, soprusi, violenze sulle donne meridionali da parte delle truppe piemontesi e trafugamento del ricchissimo tesoro del Regno di Napoli; milioni di calabresi, campani, pugliesi  e siciliani furono costretti a cercar fortuna oltreoceano. L’altra emigrazione più recente si avrà col boom economico, agli inizi degli anni ’60, ma quella sarà una migrazione tutta interna, non esente da tutti i problemi ad essa connessi che noi del Sud ci siamo trascinati fino a pochi anni addietro. Ci  ritornano alla memoria i tempi in cui gli schiavi emigrati meridionali si imbattevano negli implacabili cartelli posti all’ingresso di certi locali pubblici padani quale monito discriminatorio sub-razziale e territoriale: “ Vietato l’ingresso ai cani e ai  terroni”. E quando il povero cristo, stanco di dividere il giaciglio coi compagni di cantiere, si metteva in cerca di un alloggio per accogliere finalmente la famiglia rimasta al paese, s’imbatteva spesso in altri cartelli con la dicitura:”Non si affitta ai meridionali”, perché ci consideravano sporchi ed incivili, abituati a coltivare i pomodori nella vasca da bagno. Sono passati tanti anni ma molti pregiudizi sono davvero duri a morire: quelli del Nord sono intolleranti verso quelli del Sud, quelli del Sud, a loro volta, si rifanno verso i rumeni, i cinesi, gli africani e sembra che ci siamo dimenticati  del tutto quando gli stranieri eravamo noi. Certo che l'esilio è proprio brutto. Dice Dante nel canto XVII° del Paradiso, a proposito di esilio da lui vissuto negli ultimi anni di vita: “Tu proverai sí come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e 'l salir per l'altrui scale”.
Buona vita
maestrocastello



Post Scriptum. Ho scovato questo racconto di Silvana Perotti sullo stesso argomento trattato da noi quest'oggi che mi sembra molto significativo, perchè  una donna del nord racconta i disagi dell'emigrazione di una donna del sud, perchè ricorda il tema del film :"Benvenuti al sud" che la protagonista vivrà in prima persona ed anche perchè ritrae in modo mirabile e con pochi tratti significativi ( molto brava la scrittrice Perotti) i disagi della donna emigrante del sud che sputa sangue ma non demorde, consapevole di avere quell'unica occasione di riscatto e che , a diferenza dei suoi fratelli, non si lascerà certamente sfuggire. Leggere il racconto richiede cinque minuti del vostro tempo, ma vi assicuro ne vale proprio la pena.

                                             (non si affitta ai meridionali)


di Silvana Perotti


«Franca, Franca», la chiamo correndole incontro lungo l'interminabile corridoio. Quattro specie di gorilla mi sbarrano il passo e mi trattengono torcendomi un braccio dietro la schiena. Lei si ferma di botto, mi scruta un attimo e ordina: «Lasciatela, è tutto a posto».
Poi si rivolge a me, con un sorriso insieme felice e meravigliato negli occhi scuri: «Valeria! Ma sei proprio tu? Dio, quanto tempo è passato. Che ci fai qui?». Non faccio in tempo a risponderle, che uno degli energumeni la sollecita, rivolgendosi a lei con un misto di affetto e rispetto: «Signor Giudice, la stanno aspettando». «Vengo subito» risponde, e chiudendomi la mano in una stretta e forte, mi dice: «Scusami, devo essere in Pretura fra dieci minuti. Ma voglio rivederti». E si avvia con passo svelto, seguita dagli uomini della scorta.
Mi ritrovo sola nel corridoio, con mille ricordi che si affollano alla mente. Quasi inconsapevolmente mi affaccio a uno dei finestroni aperti che lasciano entrare un'afa appiccicosa e vedo Franca scendere lo scalone che porta alla strada trafficata. La fisso mentre sta per salire sull'auto blindata. Come se sentisse il mio sguardo alza la testa e i nostri occhi si incontrano. Mi sorride e mi saluta sventolando una mano.
In quell'attimo un boato terribile riempie l'aria e scuote l'edificio dalle fondamenta. Il contraccolpo dell'esplosione mi butta a terra, in mezzo a vetri rotti e calcinacci. Mi sento dolere dappertutto e mi passo una mano sulla faccia: la ritiro sporca di sangue. Quando riesco a rimettermi in piedi, assalita da una orribile premonizione, mi afferro con le mani alla finestra sventrata e cerco con gli occhi l'auto di Franca.
 
Al suo posto c'è solo un cratere pieno di fumo.
Aveva i capelli neri, gli occhi neri e la pelle olivastra. Era una strana bambina, così diversa dai bambini che ero abituata a frequentare. Magra di una magrezza spigolosa, gli occhi scuri sempre crucciati e denti bianchissimi in una bocca che raramente si apriva in un sorriso restio e pieno di timidezza. Parlava pochissimo e quando parlava io non la capivo, anche se la mamma diceva che parlava italiano. 
Venne a casa nostra in quello stesso anno in cui cominciarono ad apparire quegli strani cartelli, il cui significato mi era oscuro: «Non si affitta a meridionali», stava scritto su di un foglio di cartoncino bianco, appeso vicino al numero dei palazzi.
 
«Chi sono i meridionali?» chiesi un giorno a papà. Avrò avuto sette anni.
«Persone come noi», mi rispose lui senza darmi altre spiegazioni. Nella mia fantasia, però, «i meridionali» erano personaggi misteriosi di cui era proibito parlare. Credevo appartenessero a una setta, come quella di cui avevo letto su di un fumetto terrificante, composta da persone che si riunivano per bruciare crocifissi e sacrificare bambini.
A volte, quando accompagnavo la mamma a fare la spesa nei negozi del quartiere, ne sentivo parlare in dialetto dalle bottegaie. Ma loro non li chiamavano «meridionali». Li chiamavano, «terun».
 
Inconsapevolmente cominciai allora a odiare ogni forma di razzismo: mi erano antipatiche quelle bottegaie, con i loro grembiuli bianchi tesi sulle pance abbondanti, con le loro facce lustre di sudore e la loro puzza di formaggio e parteggiavo per i «meridionali», che loro accusavano di essere sporchi, brutti, ignoranti e di rovinare con la loro presenza la nostra bella città.
 
Scoprii finalmente chi fossero in un giorno di febbraio. Ero alla stazione con la mamma per pendere una cugina che veniva a studiare a Torino e da un treno lungo lungo con tante carrozze scesero degli uomini malvestiti e con degli strani berretti calzati sulla testa. Si trascinavano tutti delle orribili valigie legate con lo spago e in mezzo a loro c'era qualche donna vestita di nero con lo scialle tirato sulla testa. Avevano lo sguardo scuro e timoroso, come di cani affamati, e si guardavano attorno sperduti chiudendosi con le mani il colletto delle giacche striminzite.
 
«Sono meridionali» disse la mamma, rispondendo a un mio muto interrogativo «vengono a lavorare nelle fabbriche». «Perché non si mettono il cappotto?» chiesi, meravigliata dal loro abbigliamento leggero. «Non ce l'hanno» tagliò corto la mamma. Da quel giorno, ogni volta che leggevo il cartello «Non si affitta ai meridionali», mi veniva da piangere perché pensavo a quei poveretti senza casa e senza cappotto.
Franca veniva a casa mia con la sua mamma. La sua mamma faceva le pulizie. E mentre puliva, cantava. Gliela invidiavo, la sua mamma. La mia era dura e segaligna e gridava sempre. E sgridava la mamma di Franca perché non puliva abbastanza. «Loro non sono come noi, - diceva - nel bagno ci mettono le piantine di prezzemolo e dormono tutti in una stanza. E poi non hanno voglia di fare niente!».
Ricordo che una volta disse queste cose al telefono mentre Franca ascoltava. E ricordo le lacrime che rigarono le sue guance scure. Per consolarla le portai la mia bambola preferita, quella coi capelli neri e ricciuti che a piegarla chiudeva gli occhi. Ma Franca scosse la testa e indicò col dito una vecchia bambola bionda. Gliela misi in braccio e Franca la strinse forte forte e corse a nascondersi in un angolo per paura di essere sgridata. Io chiesi alla mamma il permesso di regalarle la bambola bionda, ma la mamma me lo proibì e la sera si lamentò col papà: «Devi dire alla «donna» di non portarsi più dietro quella bambina. Non mi piace che giochi con Valeria». Sconvolta da quella inutile cattiveria, impiantai un capriccio terribile e l'ebbi vinta. Cominciò così la mia amicizia con Franca.
Da allora passammo i pomeriggi a parlare. Prima a gesti, sia per timidezza sia perché Franca usava tanti termini che non comprendevo; poi via via a parole, perché Franca, andando a scuola, prese a esprimersi in un italiano più simile al mio. 
Seppi così che veniva da un paesino della Calabria e che aveva quattro fratelli. Due più piccoli e due più grandi di lei. Suo padre faceva il manovale in uno dei tanti cantieri che erano sorti per ricostruire nuove case nei «buchi» aperti dalle bombe. Vivevano tutti in due stanze senza bagno e senza riscaldamento in un vecchissimo palazzo nel centro della città. Abitavano uno di quegli appartamenti che allora si chiamavano «di ballatoio». Una lunga fila di finestre che affacciavano su di un cortile e che si aprivano su di un interminabile balcone che aveva un cesso sul fondo. Un cesso che serviva almeno sei famiglie. Il sole non entrava mai, in quelle case. Ci entravano invece grossi topi affamati e turbe di scarafaggi che uscivano a frotte dalle tubature.
 
Franca ne aveva una gran paura e mi raccontava che la notte nascondeva la testa sotto le coperte per non vederli camminare in fila indiana sulla parete del lavandino vicino al quale ogni sera sua madre metteva la branda nella quale dormiva. Suo padre aveva preso un gatto per scacciare i topi, ma una sera lo trovarono morto. Lo avevano ammazzato i topi.
 
Nemmeno io avevo molti giocattoli, ma a Franca la mia stanza sembrava il paese dei balocchi. Ricordo che carezzava per ore i piattini del servizio da cucina in miniatura che mi aveva portato Gesù Bambino. Mi aveva chiesto chi fosse Gesù Bambino e quando glielo avevo detto aveva sgranato gli occhi scuri e mi aveva spiegato che al suo paese veniva la Befana e che metteva i doni nella calza appesa, ma che a lei portava soltanto qualche noce e un pugno di fichi secchi. Quando le domandai se fosse stata cattiva scosse i capelli bruni e mi rispose con lo sguardo amaro di un adulto: «No, sono povera».
 
Gli occhi le ridevano solo quando parlava del suo paese. Ne parlava per ore. Mi raccontava del mare che d'estate diventava di smalto blu. Non ho mai conosciuto nessun altro che sapesse descrivere il colore del mare con le mani. O quello delle case. Che erano tutte bianche e che si arrampicavano su di una collina a strapiombo sul mare. Non faceva mai freddo al suo paese, diceva, gli occhi persi nella nebbia della strada. Ed ero io a guardarla con occhi sgranati quando mi raccontava delle reti colme di pesci guizzanti e di tuffi dalla roccia a strapiombo sul mare o di fichi d'india rubati nella proprietà del «signore», una specie di padrone del paese. E di sua madre che raccoglieva le olive per il «signore» e aveva sempre le unghie nere che non si pulivano nemmeno a strofinarle con la spazzola del bucato. E di suo padre, che quando gli avevano ammazzato la pecora aveva pianto battendosi i pugni sulla fronte. Poi gli avevano ucciso il fratello, quello che aveva testimoniato sull'omicidio di un contadino che non voleva cedere la terra.
Due giorni dopo aver seppellito il fratello, era salito sul treno per Torino con una valigia di cartone. Dentro c'erano un pacco di giornali per ripararsi dal freddo e un sogno. Un futuro senza pecore ammazzate per i figli. Poi l'impatto con la città. Mura grigie, facce chiuse, pregiudizi, un linguaggio sconosciuto. Un dormitorio comune, in cantiere dall'alba al tramonto, un piatto di pasta cucinato su di una cassa rovesciata, una branda gelida, il vaglia spedito all'ufficio postale del paese. Dopo molti mesi, una domenica mattina, il padre di Franca si avviò alla banchina gelida del treno proveniente da Reggio Calabria: dall'ultimo vagone, terza classe, scesero la moglie e i figli con due valigie scure. Dentro c'era tutto ciò che possedevano. Insieme a un'ipoteca per il futuro.
Franca ed io crescemmo insieme e col passare degli anni ci unì un legame che nessuno riusciva a spezzare.
Ben presto Franca si trasformò in un'adolescente di una bellezza cupa e inquietante. Formavamo una ben strana coppia, io con i miei colori sbiaditi e i lineamenti appena abbozzati e Franca con quel suo viso mediterraneo su di un corpo alto e asciutto.
 
Ricordo le ore passate a parlare, chiuse nella mia stanza. I miei discorsi erano semplici: i ragazzi, il matrimonio, forse l'insegnamento. Come i miei sogni. Franca non aveva sogni. Le sue erano determinazioni. Voleva tornare tra la sua gente, per aiutarla. Quasi si sentisse responsabile della fame, della rassegnazione, dei soprusi che costringevano il suo popolo a emigrare per un tozzo di pane. Passava le notti china sopra certi tomi di economia e di legge il cui peso sconvolgeva la mia ignoranza. «Cosa ci capisci?» le chiedevo. «Quello che tu non hai bisogno di sapere» mi rispondeva.
Ce l'aveva con i suoi fratelli che non volevano studiare e che vivevano la città come un ghetto nel quale mantenere le consuetudini del paese. «Sono quelli come loro - li accusò un giorno - che hanno fatto attaccare quei cartelli alla gente come te».
Intanto continuava ad abitare nella casa sul ballatoio, aiutava sua madre a badare ai maschi della famiglia e nel frattempo studiava con una caparbietà che stupiva i suoi insegnanti, infrangendo i loro pregiudizi. E nello studio, come in tutte le cose che faceva, metteva rabbia ed orgoglio e non legava mai con nessuno. A parte me, non aveva amici.
Nemmeno con la sua famiglia, legava più. Ma la amava di un amore viscerale, istintivo. Quasi volesse proteggerla. Ed era strano vedere quella testa fiera chinarsi, il pomeriggio, per aiutare sua madre a pulire i pavimenti di casa mia.
 
Quante volte ho rivissuto quella scena e mi sono pentita di non averla aiutata, di non aver capito la sua umiliazione. Ma nella mia stupidità davo per scontato che il mondo fosse diviso tra chi fa le cose e chi paga per farsele fare.
 
Ma lei non me ne voleva. Forse persino mi compativa. Prendeva come un privilegio la durezza della sua esistenza, perché le dava quella determinazione che io, cresciuta nella bambagia, non avrei mai posseduto.
Fino al giorno in cui suo padre morì precipitando da un'impalcatura del cantiere in cui lavorava. Ricordo Franca ai funerali. Vestita di nero da capo a piedi, senza una lacrima sul volto impietrito, sorreggeva la madre che piangeva con alte grida, nel lamento tipico delle donne del sud che da millenni piangono la morte violenta dei loro uomini. Quando mi avvicinai per consolarla, respinse anche me. «Ci sono riusciti. Lo hanno ucciso», mi disse. Da allora non l'ho incontrata più. 
Se ne andò la sera stessa. Per un po' chiesi sue notizie alla madre, poi persi di vista anche lei. Ne accantonai il ricordo, come spesso capita con quello delle persone che ti sono state care ma che sei certa di non rivedere mai più. Anche se alle volte la sua mancanza mi doleva come una vecchia ferita, di quelle che all'improvviso ti danno fitte lancinanti.
Pochi anni dopo la sua fuga, mio padre venne trasferito al sud dall'azienda in cui lavorava con l'incarico di aprire una sede in una città del meridione. 
L'impatto con quella città, così diversa dalla mia, fu terribile. All'inizio la odiai, incapace di accettare una realtà così diversa da quella cui ero abituata. Odiavo il rumore, il traffico caotico, le voci, quel dialetto così diverso dal mio e persino la luce intensa che mi feriva gli occhi.
 
Poi a poco a poco imparai ad amarla. Ad amare il calore della sua gente così capace di farmi sentire «a casa mia». Forse perché non trovai cartelli con su scritto: «Non si affitta ai settentrionali», ma solo porte spalancate. E il mare dei racconti di Franca, con il sole a picco sulle scogliere a strapiombo. E il profumo dei gelsomini e l'estate dalle mille lucertole e i vicoli bui e le cattedrali dalle volte istoriate e i palazzi traboccanti di storia.
 
Non sono mai tornata ad abitare nella mia città. Un po' trascinata dagli eventi della vita, un po' perché amo vivere qui.
 
Mi sono adattata ai ritmi, al clima, all'atmosfera di festa e insieme di tragedia che grava su questa città. Forse ne sono diventata parte anch'io. Ma alle volte mi dolgono ancora le radici. Quelle sradicate, tanto tempo fa, all'improvviso, con uno di quei colpi secchi che non fanno sentire dolore.
 
Più invecchio e più certi giorni mi assale una malinconia indefinita, come se una voce mi dicesse di tornare a cercare la mia infanzia là, dove le colline sono ondulate e la brina dell'alba accende i campi sotto il primo sole. Vorrei rivedere l'acero rosso del mio giardino e cercare la luce opaca dei lampioni dentro la nebbia. Mi mancano la parlata cadenzata della mia gente e l'arco delle montagne sbiancate dalla prima neve. Vorrei risentire il profumo dei narcisi, nel prato al fondo della vallata dove precipita il torrente. O sentire il campanaccio delle mucche che ritornano dal pascolo sull'alpe, là dove è nato mio nonno. E percorrere i portici in dicembre, per poi fermarmi, le braccia cariche di pacchi colorati, a prendere il tè in una sala calda con gli specchi dorati.
 
Fissando il mare smaltato di blu, dalla terrazza della casa in cui abito, capisco finalmente le struggenti nostalgie che inondavano lo sguardo di Franca. Le sue rabbie. I suoi occhi persi all'improvviso nel vuoto. La terra dove nasci ti si imprime nell'anima, e per quanto tu possa lasciarla, fuggirla, persino rinnegarla, costruirti un'altra vita, altri ricordi, altri amici, altri amori, lei ti resta addosso come un marchio, come un orgoglio, come un'infamia. E la cerchi senza nemmeno rendertene conto in ogni orizzonte che vedi, in ogni persona che incontri. Come un amante perduto. Il cui ricordo non ti abbandona mai.
 
Ma è qui che è nato mio figlio. E nel suo carattere ci sono le caratteristiche delle due terre che l'hanno generato. L'allegria solare del sud e le ombre delle nebbie della mia terra. Le rabbie improvvise dei vulcani e i gelidi silenzi delle vette innevate. Nascoste dietro una faccia da schiaffi e un cuore che odia le ingiustizie.
Oggi l'ho accompagnato in tribunale: deve testimoniare contro un gruppo di sbandati che hanno aggredito un nigeriano a una fermata d'autobus. La notte in cui accadde il fatto tornò a casa alle tre, un occhio pesto, il maglione stracciato, i segni delle botte date e prese, una rabbia incontrollata nella voce. 
«Quei bastardi - balbettava tra le labbra spaccate - quei bastardi! hanno fermato la macchina e gli sono saltati addosso all'improvviso. Sporco negro, gli gridavano, torna al tuo paese intanto lo pestavano a sangue. Più lui urlava e più si divertivano. Ridevano, quelle bestie. Volevo ammazzarli, mi sono buttato in mezzo. E meno male che è arrivata la polizia».
 
Poi mi ha chiesto, con quel suo sguardo chiaro offuscato dall'ira: «Perché, mamma, perché?» e ho rivisto in lui il bambino che raccoglieva i cuccioli feriti.
 
«Non lo so, Nicola. Perdonami» risposi. Solo più tardi mi sono resa conto di aver chiesto scusa a mio figlio delle brutture, delle ingiustizie, dell'odio, dell'ignoranza, delle crudeltà degli uomini. Non avevo risposte. Non ne troverò mai. Non posso capire le ragioni di quelle belve, quelle che mio figlio ha affrontato anche se lo potevano ammazzare. Così come mio padre non seppe spiegarmi, tanti anni fa, le ragioni di quel cartello appeso accanto al numero del portone di casa mia: «Non si affitta ai meridionali».
Ma ho capito le sue ragioni quando ha deciso di testimoniare contro quei delinquenti, guardandoli in piena faccia. Eppure, vigliaccamente, avrei voluto gridargli di non farlo, avrei voluto proteggerlo come quand'era bambino e correva tra le mie braccia perché qualcosa l'aveva impaurito e bastava una carezza per fargli tornare il sorriso. 
Ma non ho potuto dirgli nulla perché sono stata io che gli ho insegnato che tutti gli uomini sono uguali, e non importa il paese in cui nascono, o il colore della loro pelle, o la lingua che parlano o il Dio in cui credono. Io gli ho detto che l'odio per i diversi è il padre che ha generato i mostri della storia: la schiavitù, il razzismo, le guerre. E che ancora oggi li genera perché i mostri non hanno memoria.
 
Sono io che quando era ancora piccolo, gli ho raccontato la storia di Franca e gli ho spiegato che nel mondo ci sarà sempre qualcuno che lava i pavimenti e qualcun altro che paga per farseli lavare. E non è detto che il migliore tra i due sia quello che ha i soldi per pagare.
È stato per accompagnare Nicola a testimoniare, che ho rivisto Franca, al fondo di quel lungo corridoio del palazzo di giustizia. Franca B., magistrato assegnato all'antimafia.nsapevole di avere un'unica occasione di riscatto che non si lascerà certo sfuggire.

(Silvana Perotti)
Primo posto al PREMIO EDITORIALE PENNA D'AUTORE.



mercoledì 12 gennaio 2011

Le chiacchiere se le porta il vento, i maccheroni ingrassano la pancia.

Il linguaggio è una convenzione inventata dall’uomo per dare  informazioni o esprimere  concetti. Il nome, la parola, la definizione  indicano sì una cosa; ma non sono quella cosa. Non bisogna mai confondere il piano mentale che è proprio dei concetti col piano della realtà. Possiamo essere eruditi quanto vogliamo,  possedere i termini più appropriati di questo mondo per descrivere un  tramonto , ma non daremo mai l’idea esatta di quel tramonto.  Nessuna descrizione del tramonto potrà mai sostituirsi al tramonto stesso. La natura ultima delle cose non è definibile con parole o con idee. Il linguaggio per quanto  permetta di relazionarci  tra simili deforma in ogni caso la realtà, proprio come certi specchi deformanti  situati in certi locali pubblici che divertono gli avventori che vi si guardano attraverso e ricevono un'immagine buffa di se stessi. I sofisti, nell’antica Grecia, avevano fatto della retorica e dell’oratoria uno strumento di persuasione volto esclusivamente a riscuotere il consenso di un uditorio addomesticato e a far prevalere la propria opinione col semplice uso della parola. Spesso facevano passare per vere cose che non lo erano affatto. Nell’era della comunicazione legata alla moderna tecnologia i novelli sofisti sono numerosi. La parola è oggi l’arma del politico di turno che spesso incanta le platee con proclami zeppi di promesse che non mantiene quasi mai. Pure la moderna pubblicità si basa su cumuli di menzogne veicolate da messaggi accattivanti. Un bravo venditore è capace oggi di venderti anche l’aria fritta e con un cumulo di chiacchiere spesso senza senso. Nella meditazione Zen ci si rapporta alle cose senza il velo delle parole e dei pensieri: si cerca di scoprire la realtà al di là della mente condizionata. Si racconta di una volta che un maestro Zen doveva scegliere un monaco a cui affidare l’incarico di aprire un nuovo monastero. Convocò i suoi discepoli, pose una brocca sul pavimento e disse loro: "Sceglierò chi saprà descrivere questa brocca senza nominarla".  "È un vaso di forma rotondeggiante, con un manico e un becco" rispose il più colto dei suoi allievi. "È un recipiente di colore grigio e serve per contenere acqua o altri liquidi" disse un altro. "Non è uno zoccolo" intervenne un terzo più spiritosamente. Gli altri monaci non dissero nulla, perché erano convinti di non poter escogitare definizioni migliori. "Non c'è nessun altro?" domandò il maestro. Allora si alzò un semplice inserviente, prese la brocca in mano e la mostrò a tutti senza dire nulla. Il maestro dopo qualche istante di silenzio dichiarò: "Il monaco inserviente ha dato l’idea esatta della brocca, senza parlarne e perciò sarò lui l'abate del nuovo monastero". 
Dice un adagio:" le chiacchiere se le porta il vento, i maccheroni ingrassano la pancia".

Buona vita!

maestroccastello

lunedì 10 gennaio 2011

la pioggia del povero.

Improvvisamente attaccò a piovere e un tale piuttosto malandato che camminava tranquillo affrettò il suo passo e siccome la pioggia aumentava d’intensità, accelerò la sua andatura improvvisando con le mani una tettoia umana per tenere al riparo la sua testa canuta. Dopo pochissimo venne giù il diluvio e quel tizio tentò pure di cercare rifugio sotto un portone, ma pioveva a favore di vento e presto divenne un cencio da strizzare. Subito dopo, sempre di lì,  passò un tipo distinto con un incedere flemmatico, al riparo di un ombrello gigante, quasi incurante della pioggia battente,  anche perché sapeva di custodire nella borsa un ulteriore ombrello di ricambio.                                     

 Per la riflessione: Piove sul giusto e piove anche sull'ingiusto, ma sul giusto piove di più, perché l'ingiusto gli ha rubato l'ombrello che ora tiene  nascosto come ricambio e che certamente non utilizzerà mai.  Diceva San Basilio: ”Il pane che tu non usi è il pane dell'affamato, l'indumento appeso nel tuo guardaroba è il vestito dell'ignudo, le scarpe che tu non metti sono quelle di chi è scalzo, il denaro che tu tieni sottochiave è la moneta del povero, gli atti di carità che tu non compi diventano così le ingiustizie che tu commetti”. Se esiste chi è povero è anche un po’ colpa tua!

Buona vita!
maestrocastello

venerdì 7 gennaio 2011

a tavola con i terroni.


La dieta mediterranea è un eccellente  modello nutrizionale dei paesi del bacino del Mediterraneo a cui ci siamo ispirati anche noi italiani fino agli anni del boom economico, quando l’abbiamo scioccamente abbandonata per seguire il modello americano. Cereali, legumi, verdure, frutta fresca, olio d’oliva, tanto pesce e poca carne sono gli ingredienti di una dieta alimentare vincente rispetto alle abitudini d’oltre oceano che vede noi mediterranei con minori tassi di cardiopatia  e malattie cardiovascolari rispetto alla popolazione statunitense. Dagli anni novanta, per fortuna, è ritornata prepotentemente alla ribalta la cucina di casa nostra, quella che ha permesso alla mia generazione di crescere sani e belli, non con hamburger, ketchup e coca cola; ma con tanta pasta e broccoli, minestre di verdura, e orecchiette con le cime. Essere nato terrone non è poi stato tutto questo svantaggio. Terrone vuol dire avvezzo alla terra e proprio dalla terra la mia regione (la Puglia) trae tutti gli ingredienti per una cucina che sarà pure povera, ma che scoppia di salute. La cucina pugliese  poggia da sempre su alcuni elementi cardini quali l’olio, il grano, il vino e le verdure che le danno lustro in tutto il mondo. La cucina dei paesini dell’entroterra foggiano, come quella di Sant’Agata di Puglia, mio paesino di nascita, rispecchiava principalmente le condizioni di vita delle persone, infatti era una cucina povera o meglio semplice ed era costituita da prodotti casarecci e quanto si riusciva a coltivare in lenzuoli di terra, a volte impervi, per il sostentamento della famiglia. Ogni casa aveva la propria scorta di grano e di farina che custodiva nei "cascioni",  veri e propri silos domestici, consistenti in grossi scatoloni di legno così alti che occorreva la scala per riempirli dalla parte superiore  e, in basso sul davanti,  avevano una porticina scorrevole, quel tanto da permettere la fuoriuscita di grano o di farina. A che serviva tutta quella farina? per fare pane, pasta e dolci fatti in casa! Quando io ero piccino, circolava poca moneta  al mio paese ed era in uso la moda del baratto: un operaio veniva spesso saldato con litri d’olio o sacchi di farina. Un tempo era praticamente impensabile in una famiglia pugliese approvvigionarsi della pasta industriale acquistandola al negozio; la pasta si faceva esclusivamente in casa, non come oggi che si impasta solo nelle feste e nelle occasioni molto speciali. Quale pasta veniva confezionata a casa mia? Orecchiette (recchietelle), lagane, laganelle, fusilli, strascinati, troccoli. Ogni tipo di pasta aveva la sua fisionomia precisa: gli strascinati, per esempio, erano rettangoli di pasta che si passavano su un tagliere speciale e presentavano una faccia rugosa e una liscia; i troccoli,   somigliavano ai maccheroni alla chitarra abruzzesi e prendevano il nome dal bastone che serviva per tagliarli. Le celebri orecchiette si facevano con la forza del pollice, imprimendo su un dischetto di pasta una concavità che le faceva somigliare a una conchiglietta pronta ad accogliere il sugo. Un ricordo legato alle orecchiette è che a casa mia le mangiavo di formato gigante: a mio padre piacevano grandi perchè accoglievano molto sugo; mentre mia zia Angela le faceva minute come un mignolo, ma posso assicurarvi che sono gustose in entrambi i formati. E per non scontentare nessuno, prima mangiavo quelle giganti di mia madre e poi assaporavo quelle mignon di mia zia!  Si trattava comunque sempre di pasta a base di semola di grano duro, callosa e robusta, molto saporita. Per condire era tradizionale il ragù fatto con la conserva(concentrato di pomodoro) che raramente era di carne che compariva in tavola solo di domenica e feste comandate; mentre quasi sempre era un sugo preparato con diverse verdure locali: pasta e cime di broccoli; pasta e cavoli; maccheroni e melanzane; pasta e fagioli; pasta e purea di fave; spaghetti e cicoria; pasta e rucola; fiori di zucchine con pasta e pomodoro che da bambino odiavo ed ora pagherei oro per rimangiarle. La più celebre verdura era la cima di rapa, quella che insaporiva le orecchiette che oggi si fanno industrialmente e sono molto diffuse in tutta l'Italia; si aggiungevano acciughe sciolte nell'olio e aglio: un entusiasmante incontro di gusti e di aromi. Mia madre che praticava la campagna spesso riportava altre varietà di verdure selvatiche come i marasciuni (erbette amare che crescono nelle vigne), la cicoria riccia, i finocchietti selvatici, i taddi (i gambi teneri delle piante di zucca) e usualmente le cucinava con la pasta.  Praticamente la pasta si sposava con tutto, proprio come una mignotta! La mangiavo a pranzo e a cena e la sera era più buona fredda, quando s’era riposata e  aveva assorbito meglio il condimento. Ci pensate, facevamo la dieta mediterranea senza saperlo e l’avremmo scoperto cinquant’anni dopo e cioè oggi, quando resta difficile trovare cibi che non siano trattati con pesticidi dannosi alla salute; oggi che per mangiare una buona "pasta e fagioli" è  divenuta una questione di stato. Chi non s’è mai mosso dal paese e invidia il vivere di città non si rende conto della fortuna di  poter ancora mangiare una coscetta di pollo, facendo fatica a staccare la ciccia ben amalgamata all’osso. Il pollo di Sant’Agata ancora ruspa, becca, gorgheggia e piscia all’aria aperta, non come il pollo  cittadino  sempre chiuso un una gabbietta numerata, dove fa tutto ad orario stabilito e quando arriva l’ora d’essere spennato, sembra perfino felice di uscire dal suo isolamento e pare ben contento di finire su tavolate festanti; seppure adagiato in un mare di spezie e contornato di patate al forno.

Buona vita e buon appetito!
maestrocastello

martedì 4 gennaio 2011

La vuole la busta?

Abbiamo costruito una società dove tutto sembra essere diventato biodegradabile: dalle scarpe ai telefonini, dalle borse alle tute da ginnastica. Biodegradabili stanno diventando perfino i nostri sentimenti, in quanto i buoni propositi non fanno in tempo ad essere annunciati che si sciolgono come neve al sole. Ci sono cose che sarebbe utile durassero nel tempo ed altre che non ce la facciamo proprio a far scomparire dalla circolazione, come il comune sacchetto di plastica o, come dicono coloro che sanno le lingue, lo  shopper. Magari un matrimonio di oggi durasse il tempo di un sacchetto di plastica!   - Signore la vuole la busta?-  quante volte ce lo sentiamo ripetere dalla ragazza alla cassa e quando non ce lo  chiede, è perché già  l’ha messa in conto. Lo shopper ha soppiantato la sporta di un tempo, di tela o fatta a spicchi di cuoio, dove la mamma ci metteva poco ma di tutto; allora lo scarto era pari allo zero! Bisogna comunque ammettere che la busta di plastica è stata un’invenzione geniale della società dei consumi. Ci fa comprare sempre di più del nostro bisogno, è come una protesi del corpo che si allunga ed aumenta la capacità di carico delle braccia, permettendoci di asportare molto di più di quanto la natura ci ha concesso portare; non si piega e non si spezza anche sotto il peso di una decina di chili di consumismo!  Ma come si ottiene? Finora è stata fatta soprattutto in polietilene, un prodotto che deriva dal petrolio e per produrla si consuma energia ed altri elementi chimici. Noi italiani che non siamo secondi a nessuno, rivendichiamo il nostro diritto di fare la spesa entrando in un negozio a mani nude, facendo così la gioia dell’intera filiera: da chi produce materialmente le buste  a chi ce le propina a pagamento, facendosi tanto di pubblicità a nostre spese. Pensate che siamo arrivati a consumarne due miliardi di buste al mese, 400 a testa in un anno, un quarto di quelle che si producono in tutta Europa. Direte voi, ma dove sta tutto questo male?  Sta semplicemente nel fatto che la plastica è una sostanza  decomponibile in natura a lunghissimo termine ( da 20 a 1000 anni; ci pensate lo stesso tempo che intercorre dalle Crociate allo sbarco sulla luna, ben 9 secoli di storia dell'umanità!) e  la plastica non ancora decomposta rischia nel frattempo di entrare nella catena alimentare con un carico terribile per gli ecosistemi, soprattutto quello marino. Ridurre l'utilizzo di sacchetti di plastica per la spesa è divenuto dunque un obbiettivo primario a livello globale. Se riflettessimo un istante al rapporto che intercorre tra il tempo di nostro utilizzo effettivo e quello che ci vuole per il suo completo smaltimento, avremmo forse un comportamento diverso. La vita di una busta come oggetto utile dura circa 12 minuti, il tempo medio tra la cassa e il frigo di casa nostra. Poi, diventa subito un rifiuto o contenitore per altri rifiuti, col rischio di non essere più differenziato. Solo i barboni sembrano pensare che una sportina di plastica può essere riutilizzata all'infinito. Voi direte cosa possa mai incidere eliminare una busta in confronto di tutta la plastica impiegata per avvolgere qualsiasi prodotto in commercio. E’ una questione di atteggiamento, il nostro che dobbiamo modificare: si comincia con la busta e c’è speranza di passare un domani a tutto il resto; altrimenti i nostri nipoti affogheranno negli oceani fatti della plastica che avremo concorso a produrre durante tutta la nostra vita. Se non cambia il nostro di atteggiamento verso questa  abitudine malsana, sarà più dura farlo mutare agli industriali che la producono, ai loro committenti  ed ai politici che procrastinano dal 2007 una legge che oggi ci vede fanalino di coda nell’Unione Europea. Il divieto delle buste di plastica è scattato dal primo gennaio, staremo a vedere se il nostro Paese perderà l’ennesimo treno per dimostrarsi un Paese all'altezza.
Buona vita!
maestrocastello  

sabato 1 gennaio 2011

Se la vita non vi sorride, sorridetele voi!



 Si tienes tristeza, alegrate  -  (Se sei triste, stai allegro!)
                
        Si tienes enemigos, reconciliate!   -   (Se hai nemici, riappacificati!).

              Si  tienes amigos,  buscalos!   -      ( Se hai amici, cercali!).                                                               

                    Si tienes tinieblas, enciende tu faro! -  (Se sei al buio, accendi la tua luce!).

                           Si tienes errores, reflexiona!    -    ( Se hai commesso errori, rifletti!).

                                 Si tienes risentimientos, olvidalos! - (Se nutri risentimenti,scordali!).



Un augurio sincero di buon duemilaundici a tutti i lettori del blog.  
Se la vita non vi sorride, sorridetele voi!
Buona vita!
maestrocastello