giovedì 26 luglio 2012

Alzati e cammina!


Non mi capacito proprio del tempo che passa e non perché non riesca a capire che i tempi cambiano, le mode passano e l’uomo invecchia. Quando ero più giovane mi sentivo come immortale e pensavo sinceramente che vecchi ci sarebbero diventati solo gli altri e che a me non sarebbe mai toccato. Ora che ho perduto la mia bella chioma scura, i ciglioni neri sono divenuti “cacio e pepe” e che sono pieno d’acciacchi; penso sinceramente che anch’io sto, come tutti del resto, invecchiando. Nato nel millenovecentoquarantotto, sono stato ragazzino negli anni cinquanta, quando non c’era più la guerra; ma si faceva ancora la fame. Al mio paese, Sant’Agata di Puglia, appartenevamo quasi tutti a famiglie numerose. Hai voglia a dire che dove si mangia in tre, si mangia anche in quattro; noi eravamo già in sette e quando hai una fame  mangeresti anche i sassi!. In prima elementare eravamo in trentuno: ditemi, di grazia, come faceva quel povero maestro ad insegnare a tutti e trentuno? Ero così basso che il maestro, Peppino Danza, pace all’anima sua,  metteva un panchetto davanti alla lavagna e mi faceva montare, per farmi leggere quello che lui stesso ci aveva scritto. In seconda facevo la spola con mio fratello Gerardo per andare alla refezione scolastica. Noi, pur essendo famiglia numerosa, avevamo diritto ad un solo pasto gratis  al giorno per famiglia alla refezione e facevo la spola con mio fratello per entrare: un giorno entrava lui ed io aspettavo di fuori ed il successivo toccava a me. Chi entrava mangiava o il primo o il secondo, questo era l’accordo, l’altro pasto lo portava al fratello che aspettava fuori. Ricordo che allora avevamo tanta fame; ma anche tanta dignità. Ora mangio pochissimo la carne, ma allora si vedeva solo alla domenica: mamma faceva il ragù di carne, ci condiva la pasta fatta a mano e poi ci serviva la carne come secondo. Guardavo mio padre che aveva il pezzo più grosso ed allora lo invidiavo. Un inverno del millenovecentocinquantasei il mio paese rimase isolato per la troppa neve ed arrivarono gli elicotteri a portare vettovaglie e vestiario alla parte della popolazione più indigente. Ricordo solamente che il giorno dopo un mio compagnetto, di soprannome “Mangiacarne”,  sfoggiava orgoglioso un paio di galosce giallo-fiammante ed io lo guardavo con invidia. Pensai che ero indigente , ma non ancora abbastanza per avere anch’io un paio di galosce colorate. Poi arrivò la televisione in piazza XX Settembre e noi sembravamo gli indiani a cui gli uomini di Colombo mostravano gli specchietti. Il cinema, la televisione: prima si camminava; ora si corre; adesso si telefona o si vaga  nella rete. Mio padre che faceva il muratore, si alzava alle tre del mattino e percorreva a piedi decine di chilometri per portarsi sul luogo di lavoro e dopo otto-dieci ore di vero mazzo; un’altra decina di chilometri di altro mazzo per tornare a casa distrutto. Nella civiltà contadina era una regola percorrere molte ore al giorno insieme al mulo e alla zappa per raggiungere quel lenzuoletto di terra che spesso era un lenzuoletto di pietre. Quello che più mi spaventa è che prima eravamo tutti in continuo movimento, grandi e piccini; ora le strade sono piene solo di stranieri. Chi prende più un autobus? Solo gli stranieri! Sono tante le badanti che percorrono decine di chilometri ogni giorno per spostarsi dal letto dove dormono a quello dell’anziana che stanno accudendo. E noi che facciamo? Perdiamo tempo a telefonarci., siamo fermi davanti alla televisione, al computer o ad un semaforo, all’interno di un’automobile. La verità è che non cammina più nessuno, solo quelli che magari sono a rischio d’infarto; ma lo fanno lo stesso e noi che non ne siamo impediti non lo facciamo mai. Il teatro, la partita, le corse; meglio vederle alla televisione: patatine, birra e facciamo arrivare le pizze dal bar sotto casa  per gli amici e tutti davanti alla tele nuova:  un plasma da cinquanta pollicioni e non so se mi spiego! A volte ripenso all’infanzia, ripenso al paese e qualche amico mi dice che ora anche lì non si cammina, i giovani stazionano davanti al bar e si spostano al massimo per raggiungere la sala giochi o il pub; ma che cosa ci sta succedendo? Prima si camminava, ora si telefona; ma che cazzo ci dobbiamo dire di così importante? Forse è arrivato il tempo di alzarci dal divano di casa, di sfilarci le pantofole e rimetterci in cammino come un tempo. Dobbiamo convincerci che quella di facebook è solo un surrogato; la realtà è diversa. Non dobbiamo meravigliare nessuno, ma solo noi stessi e la meraviglia sta nella natura che aspetta di fuori; aspetta solo di essere percepita e non soltanto descritta dai ciarlatani della parola. Alziamoci ed andiamo e non restiamo fermi “come  stracci sotto il ferro da stiro”.
Buona vita!
maesrocastello

sabato 21 luglio 2012

I cani si abbandonano per strada, gli anziani a domicilio!


Prendete un giovane di venti-trent’anni ed  un  signore maturo di sessanta-settanta, cos’hanno in comune le due generazioni? Nulla, direte a primo acchito; ed invece ci sono delle analogie a volerle trovare. Sono due forze inespresse da valorizzare che hanno un grande bisogno di ricollocarsi in una società che rimanda l’ingresso nella vita attiva dei più giovani e spesso costringe i meno giovani ad un’inattività forzata, ad un ruolo protetto; mentre essi sentono di poter ancora dare molto alla famiglia ed alla società. Le recenti leggi sul pensionamento vanno migliorando sempre più la posizione dell’anziano, grazie alla convinzione che la vita media dell’uomo si sia allungata; ma una società capitalista la cui cultura fa perno sul principio di utilità e produttività, non può che  considerare una colpa la debolezza fisica, ovvero l’inefficienza e così la figura dell’anziano perde quei valori che un tempo suscitavano rispetto ed ammirazione. Il tempo nulla poteva contro il valore dell’esperienza, della memoria  e del rispetto che veniva inculcato verso chi aveva vissuto. Solo nei vecchi films indiani vediamo che ogni decisione importante viene presa dopo aver consultato gli anziani. Oggi non è facile comprendere bene cosa sia la vecchiaia ed apprendere quale sia il linguaggio giusto da adottare per entrare in contatto con essa. Cosa abbiamo insegnato ai nostri figli? I giovani fanno ben poco per gli anziani e quel poco che fanno lo fanno sotto dettatura, per uno sterile senso del dovere: qualche passeggiata in primavera, un saluto distratto qualche volta al mese, la telefonata a Natale per ringraziare del regalo e in estate e poi ciascuno per conto proprio. I vecchi vengono abbandonati alla stessa stregua dei cani in autostrada e poi ci stupiamo più dell’abbandono dei cani e  meno degli anziani! Il nostro spiccato senso del materialismo ci fa considerare nonno e nonna troppo lenti, in un’era dalla tecnologia veloce in cui l’uomo reale perde la propria dimensione a vantaggio dell’uomo virtuale che,  se pur non esiste, ha comunque il sopravvento sugli anziani. Quanto ci stiamo perdendo, forse ce ne accorgeremo domani. Vivere insieme agli anziani non dovrebbe essere per dovere, ma per raccontarsi che la distanza del tempo ha qualcosa di atavicamente magico che può colmare quel vuoto chiamato solitudine. Perché pensate che dopo un ricovero in ospedale tanti anziani non desiderano di esser e dimessi? E’ semplice: hanno paura della solitudine che li attende a casa. Gli esperti la chiamano “Sindrome di Enea”, perché l’eroe troiano era riluttante ad abbandonare Itaca per paura dell’ignoto e l’anziano non vuol abbandonare l’ospedale, un luogo comunque vivo, per paura di restare escluso da ogni contatto umano. Il degrado economico e sanitario degli anziani è addebitabile ai governi, ma quello spirituale e culturale va addebitato ai giovani. Il vuoto della solitudine di un anziano lo può riempire solamente l’affetto euforico e vitale di un giovane. Le Carte dei Diritti degli Anziani possono sancire quello che vogliono, ma le leggi restano lettera morta se nessuno poi se ne fa carico. Non limitiamoci alla buona educazione di cedere il posto sull’autobus ad un nonno; prima ascoltiamolo, avrebbe qualche cosa di importante da dirci che potrebbe tornarci utile un domani.  Ascoltiamolo, prima di diventare irrimediabilmente aggressivi, nevrotici e privi di sensibilità. Siamo in estate: i cani si abbandonano per strada ed i vecchi a domicilio e muore sempre più gente in solitudine! In una grande città un vecchio muore di solitudine per la rarefazione delle relazioni familiari e per la scomparsa progressiva dei rapporti di buon vicinato. La “morte in solitudine”esclude la possibilità di chiedere aiuto e ricevere aiuto ed è quello che succede nelle grandi città. L’anziano entra in un tunnel in cui i desideri coincidono con i sogni che nessuno ascolta e nessuno realizza. Cosa sogna un anziano? Il bisogno di compagnia, poter scambiare una chiacchiera, l’aumento della pensione, chi gli porta una cassa d’acqua fin dentro casa ed essere considerati come una volta.  La pensione non gliela possiamo aumentare, ma almeno possiamo strappare loro un sorriso!                                                                                                                                                                         Specie nei piccoli paesi, non lasciamo soli gli anziani!
Buona vita!
maestrocastello

lunedì 16 luglio 2012

I ricchi s'abbronzano, i poveri si ustionano!


Vabbè che siamo in tempo di crisi, ma che vuoi che a mezzo luglio non facciamo una capata al mare? D’altronde siamo o non siamo un popolo di navigatori? Quelli che lavorano o che non se lo possono permettere rimangono in città e girano bordeggiando le vasche delle piscine cittadine che pullulano di esagitati con le mollette stringinaso, cuffie di gomma, gente che si tuffa rumorosamente appena usciti dagli spogliatoi e i ben educati  pieni di meraviglia: “Ma qui si entra in acqua senza neanche fare la doccia?”; si chiedono. “Senza fare la cacca”, risponderebbe uno di mia conoscenza che ha studiato ad Oxford. I poveri si sa che sono pieni di mille domande che vanno dal “lì si tocca?” al “è salata?” e chi, senza farsi troppe domande, come chi non ha preoccupazioni finanziarie e nemmeno balneari, si tuffa con decisione, senza nemmeno un lamento; anche se fa un freddo della Madonna. L’acqua è classificante. Il povero a contatto dell’acqua si eccita, perde il controllo e si sbraca. Se vi è capitato di frequentare una piscina in un giorno di festa, avrete notato che la densità dei bagnanti diminuisce man mano che l’altezza dell’acqua sale. Cioè il povero non sa nuotare; per lo meno quello dell’entroterra. La minoranza dei non abbienti in grado di mantenersi a galla, invece, si agita nelle vicinanze del trampolino ed esegue in continuazione dei tuffi disumani ed emette dei barriti per richiamare l’attenzione di tutti. I non nuotatori, abbarbicati da una parte come cozze, guardano con ammirazione e restano fino a tardi per paura di non godere a sufficienza del pagato ed escono che sono blu e pieni di brividi. E al mare la situazione non cambia, i ricchi si abbronzano e i poveri si ustionano; d’altronde questi ultimi non possono graduare l’elioterapia: hanno pochi giorni a disposizione e basta un temporale a compromettere la tintarella. Il ricco arriva al mare che è già abbronzato e asciutto nel fisico; mentre il povero sembra una mozzarella di bufala gigante e si accarezza di continuo un’epa che ha perso i connotati di stomaco ed ha assunto le sembianze di un bombolone GPL di certe casette di campagna. I ricchi sono garbati, misurati e hanno una gran confidenza con l’acqua, alternando i vari stili di nuoto; mentre il povero non conosce le mezze misure. I figli dei poveri quando sono al mare sembrano bestie: entrano ed escono di continuo dall’acqua vociando e se ne fottono se l'acqua è calda o fredda; sbattono i piedi schizzando gli astanti e devono giocare per forza a pallone! I loro papà o arrostiscono al sole, oppure, avendo scambiato la venuta al mare per una gita fuori porta,  sono infossati sotto l’ombrellone ed hanno la bocca sempre impegnata ad azzannare panini con frittata, avanzi di lasagna e insalate di riso che nuotano nell'olio d'oliva; sono in eterna digestione e il bagno non lo fanno praticamente mai. Questi disgraziati domani torneranno al lavoro, magari con le stimmate sulla schiena; ma contenti che, almeno per un giorno, hanno sfidato la crisi; mentre i loro figli, con paletta e secchiello, si romperanno le palle  tutto il giorno nel cortile di casa, pensando di essere ancora al mare.
Buona vita!
maestrocastello

giovedì 5 luglio 2012

Limitare gli sprechi

Questa crisi non ci abbandonerà fino a quando resteremo nella convinzione che la si possa superare solo grazie a ricette di tecnici qualificati o a pozioni miracolose di qualche sciamano prestato alla politica e non guadagneremo  invece la convinzione che i tempi dello scialacquìo generale non potranno più ritornare, che bisogna partire dal singolo, mutando ad esempio, lo stile di vita di ciascuno. Pensateci bene, all’inizio della crisi molti si sono visti persi al solo pensiero che avrebbero dovuto rinunciare a tante futili comodità che si erano via via concesse nel corso di questi anni, come il garage per la seconda macchina, l’abbonamento per le partite di calcio, l’iPhone che si collega ad internet in qualsiasi momento, il televisore in ogni stanza, il telefono cellulare che ce l’aveva pure il gatto di casa e… potremmo continuare. Ci pensate quanto spreco facciamo? Finché poteva permetterselo l’intero pianeta, ci abbiamo prestato poca attenzione, poi la crisi ha messo noi personalmente nella condizione di dover contrarre le spese e, di conseguenza, ridurre gli sprechi e di questo il pianeta Terra ci ringrazierà. Secondo i dati della FAO, un terzo della produzione mondiale di cibo viene sprecata. Ovviamente non solo gli sprechi della nostra tavola. Ci sono gli sprechi del produttore, quelli del distributore e del rivenditore. C’è lo spreco dei costi di produzione e distribuzione. Lo spreco del mancato raccolto (Nel 2010 nel mondo sono stati sprecati 900 milioni di metri cubi di acqua, a causa del mancato raccolto di 6,5 milioni di tonnellate di frutta e verdura lasciata a marcire nei campi, in barba a tanta gente che muore letteralmente di fame). C’è lo smaltimento dello scarto stesso. Potremmo continuare così a lungo. L’unico modo in cui possiamo incidere direttamente ed indirettamente è limitare i nostri sprechi personali. Acquistare il giusto e consumarlo per intero; non lasciarsi tentare da offerte speciali che non possiamo poi mangiare. Lasciando passare in dispensa o in frigo la data di scadenza (uova, scatolame, pane, latte, formaggi, affettati ecc..). Trovo davvero utile quanto affascinante  a livello gastronomico il riutilizzo degli scarti degli alimenti. Così affascinante, etico e necessario, da essere diventato un filone nascente (ma strutturato) della nostra cucina. Ed ecco che le foglie del broccolo finiscono nel minestrone, la frutta troppo matura diventa un gustoso frullato che delizia il palato dei nostri figli, la buccia del limone invece di finire nel pattume, viene grattugiata sul pesce o messa nell’impasto del ciambelline, rendendolo incredibilmente aromatico. Navigando sul web e frugando nei vari libri di cucina possiamo recuperare le ricette della nostra tradizione, contribuendo a tramandarle e a non disperderle. Chi ha qualche annetto come me, ricorderà ad esempio il pancotto, antica ricetta, io dico pugliese; ma sarà sicuramente appartenuta a tutta quella gente che non se la doveva passare tanto bene ed utilizzava anche il pane raffermo che lessato per alcuni minuti in acqua contenente bietole già cotte, qualche patata lessa  e condito con soffritto di aglio, olio e peperoncino piccante diventava una prelibatezza per palati raffinati.  Ecco che la consapevolezza di ridurre gli sprechi, oltre ad essere un dovere etico e morale, diventa anche una necessità economica e di gusto che può migliorare il nostro stile di vita, crisi o non crisi.
Buona vita!
maestrocastello

venerdì 22 giugno 2012

L'Italia arriverà in semifinale?


Sono in fila da mezz’ora ed ho fra le mani il famigerato modello F24, in attesa che arrivi il mio turno per pagare le prima semestralità dell’IMU e intanto penso. Penso che non sono stati nemmeno capaci di predisporre uno stampato apposito per l’IMU  e che stiamo utilizzando ancora quelli dell’ICI, penso  che il CAF del sindacato mi ha fottuto 15 euro per stampare  una sola riga da un programmino già predisposto sul computer che saprebbe fare anche un bambino di dieci anni, penso che il cittadino comune, gira gira, è sempre lui a pagare per tutti, penso che questa ennesima gabella sarà solo una goccia nel mare di debiti in cui stiamo affondando e servirà a ben poco così com’è predisposta, una parte grande allo Stato e solo una particina ai Comuni. Si aspetta la crescita per mantenere il tenore di vita a cui ci avevano abituati e nessuno ha il coraggio di ammettere che il capitalismo ha fallito e che sarebbe ora di cercare  modelli alternativi, magari di decrescita,  modelli che non seguano la logica sviluppista ad ogni costo che  considerano la Terra come un barile senza fondo. Penso che il governo ragiona come se fosse un individuo,  fa come il gatto che si morde la coda quando consente aumenti sul motore principe dell’economia che è il carburante. Penso che per fare cassa si abbassano perfino a fare  pubblicità istigatrice al Gratta e Vinci in televisione. Penso che l’azione politica s’è ormai ridotta alla pura manutenzione dell’egoismo e che perfino la sinistra sia incapace di gettare le basi per costruire una democrazia senza padroni e proprio nella fase in cui il capitalismo è morto e sepolto. Penso alle banche che non concedono prestiti alle imprese, penso ai mercati finanziari ridotti a mercatini rionali; penso all’inutilità di aver mandato i nostri figli all’università e che sarebbe stato meglio averli avviati ad un mestiere, a frequentare magari una bottega, come si faceva un tempo; forse oggi non avremmo archeologi e programmatori  a spasso; ma bravi idraulici, muratori e falegnami richiestissimi e con un cospicuo conto in banca. Arriva il mio turno ed il cassiere è tanto disponibile che non vuole accettarmi il modello, in quanto alla voce:”rateazione/mesi di riferimento” ho scritto gennaio/giugno, invece del codice 0101 che indica che si tratta della prima casa e solo il suggerimento di un tale che è dietro di me mi toglie dall’impaccio. Se invece di tediarci ogni sera con le storielle del Trota e del Tonno Gigante, avessero semplicemente istruito la gente su come compilare questo fottutissimo F24, ora non faremmo queste figure barbine. Mentre guadagno l’uscita penso  che la politica ormai non interessa più a nessuno e viene fatta al massimo col “mi piace” su facebook  e che le prossime elezioni rischiano di portare molte facce nuove in parlamento, ma poche novità nei meccanismi che muovono la società.  Se un modello non  funziona, non bisogna riproporre lo stesso modello. La modernità è finita e solo i politici sembrano non essersene accorti. Passiamo molto tempo fra telefonino e computer e  ci interessiamo dei fatti della politica per criticare al massimo i privilegi della casta o il parlamentare pescato con le mani nel barattolo della marmellata. Siamo portati a generalizzare e così decidiamo di non andare a votare, inconsapevoli che l’antipolitica fa più danni della cattiva politica perché alimenta quest’ultima e la rende più forte. Non è più tempo di deleghe, il capitalismo non è l’unico mondo possibile, questo l’abbiamo capito, e solo l’impegno in prima persona  può dettare  alla politica modelli alternativi ad esso. Il mondo ha bisogno di un’altra politica e di un’altra economia e molti fingono di non capire. Mentre mi avvio alla macchina, preso da questi pensieri; ascolto da due che discutono animatamente di pallone la vera domanda che gli italiani si pongono in questi giorni: "Ma l'Italia ce la farà ad arrivare in semifinale?".
Buona vita!
maestrocastello


martedì 5 giugno 2012

Il sorriso della vita.

Capita anche di apprendere della fine tragica di un giovane del tuo paese di appena 24 anni che correva dalla propria ragazza, ignaro di andare all'appuntamento anticipato con la morte. Il tuo pensiero corre allo strazio dei suoi genitori che stanno vivendo l'esperienza più tragica che possa capitare nella vita, quella di perdere un figlio, di essere improvvisamente privati di una parte di se stessi. Si chiamava Donato quel giovane, Donato come un dono che Dio ha rivoluto indietro troppo presto. Quel dolore non si elabora facilmente, perché lascia il posto ad una ferita che non si rimarginerà mai. I figli sono un bene assai prezioso ed anche se te lo ripeti spesso a parole, te ne accorgi nei fatti solo quando essi ti vengono a mancare. Avvenimenti così dolorosi sconcertano la mente e non restano solo un fatto privato, ma riguardano tutti, specie se accadono in una  comunità  di poche migliaia di anime come Sant'Agata di Puglia,  dove si conoscono tutti e quel giovane ne era parte integrante. Insieme si elabora meglio il dolore e si può concertare anche meglio il calore ed il giusto sostegno per quei poveri genitori dal cuore spezzato. Poi ti capita che la notizia tragica della perdita di questo figlio ti porti a pensare ai tuoi di figli che hanno abbandonato la tua casa ed ora vivono altrove. Pensi al grande dono di averli avuti tutti e due, pensi anche che sia giusto che ciascuno percorra la propria strada. Prima li portavi per  mano ed ora, al massimo, gli cammini a fianco, come dei vecchi compagni che si raccontano le malefatte del passato. Li consideri degli interlocutori preziosi e non degli amici, perché  gli amici sono un'altra cosa. Pensi che il tuo orgoglio non consiste che t'assomiglino, ma che si portino dentro qualcosa di te, di voi; ad esempio, il tuo stesso modo di abitare l'orlo delle cose che scivola tra le situazioni e le persone o l'ottimismo della loro mamma che li ha educati a guardare sempre il lato buono delle cose, senza tralasciarne quello deteriore. Pensi che quando erano piccoli avevi sempre qualcosa da ridire su di loro ed ora riesci perfino a vedere che sono migliori di te. Ami in loro la compostezza, ami l'assenza di vanità che ti appartiene, ami il loro piacere ricorrente di far ritorno al comune ovile. Pensi ch'è stato un grande dono l'averli avuti per casa per tutti quegli anni e vai fiero che hanno attenzione per gli altri e che rincorrono i loro sogni anche a caro prezzo, cosa magari che non hai fatto tu.  Cosa faranno da grandi? Magari lo stanno già facendo, come vivere senza le tue incertezze, le tue fragilità, le tue ansie e le tue continue paure. Pensi con gioia che loro rappresentano il lato buono della vita, la certezza che hai seminato bene, che i tuoi non erano solo sogni che si dileguano alle prime luci dell'alba. Eri convinto che il buono fosse altrove ed invece t'accorgi che il bene stava sotto i tuoi occhi ed erano i tuoi figli; allora il rammarico si trasforma in sano desiderio: che vorresti goderteli di più! 
Buona vita! 
maestrocastello 
                                                     

venerdì 1 giugno 2012

Il piacere di leggere.

Leggere è un privilegio esclusivo dell’essere umano. Coloro che amano leggere hanno vite più ricche e prospettive più ampie rispetto a chi resta indifferente davanti ad un libro o addirittura lo considera più un obbligo che un piacere. La colpa, in quel caso,  è  della scuola e della famiglia che non hanno saputo trasmettere il sano virus della lettura ed è per questo che tanti ragazzi considerano faticoso e poco interessante dedicare tempo anche ad una sola paginetta stampata. Il computer è divenuto così popolare che tanti ragazzi lo preferiscono ad un buon libro e  perdono così una infinità di buone occasioni. Leggendo si trascende il tempo, si entra in contatto con filosofi, saggi e poeti vissuti migliaia di anni fa, si visitano luoghi lontani senza prendere aerei, s’incontrano nuovi maestri, si sviluppano nuove idee e nuovi punti di vista. Tanti non leggono perché hanno poca familiarità con la lettura, non l’hanno fatto da piccoli oppure l’hanno fatto male. Basta iniziare con libri semplici che parlino di cose interessanti, libri che sappiano catturare la nostra attenzione, che mettano in viaggio la nostra fantasia, che ci facciano scordare di stare nel salotto di casa e siano in grado di guidarci in realtà ancora sconosciute. Una volta scoperto qual è il giusto meccanismo possiamo cimentarci anche con sfide più grandi e vedrete che questo processo  poi durerà tutta la vita. L’amore per la lettura si può trasmettere anche da piccoli : “Papà mi racconti una favola?”, dal racconto alla lettura il passo è breve. Si inizia raccontando a voce una storia e poi la si legge insieme al bambino e vi accorgerete che lui riscontrerà quasi sempre che abbiamo saltato alcuni passaggi; questo è un buon segno, vuol dire che abbiamo un figlio perspicace e attento. Ricordo ancora l’emozione di avere il mio primo libro delle elementari: annusavo la carta che sapeva di nuovo, guardavo continuamente le figure perché non sapevo ancora leggere e immaginavo quali storie potessero nascondersi dietro quelle figure; per  paura che potessi sciuparlo mia madre me lo aveva foderato con un cartoncino giallo paglierino, di quelli che i salumieri incartavano il pane. Era la prima volta che avevo una cosa tutta mia e fu così che iniziò la mia passione per i libri che ancora conservo. I grandi uomini sono stati grandi lettori. Napoleone, ad esempio, nella campagna d’Egitto e di Spagna aveva con sé ogni  genere di libri. Stendhal ogni mattina leggeva un centinaio di pagine che gli davano la carica giusta per affrontare la sua giornata di scrittore. Cosa ci spinge dunque a leggere? Si legge per conoscere attraverso l’uso di “parole accese” che, come tante luminarie ci indirizzano verso la casa della conoscenza.  Il piacere di leggere lo conosce soltanto chi legge e sarebbe buona abitudine parlare di libri in famiglia, avere libri in casa, vedere familiari che dedicano tempo al piacere della lettura, far percepire come normale e piacevole atto quotidiano  e come cura di sé, quello di  leggere un libro. A scuola si leggono spesso libri pallosi in funzione dell’esclusiva  conoscenza dell’autore ed i giovani lo fanno con molta sofferenza, tanto per strappare una sufficienza e ciò rischia di spegnere l’interesse del giovane alla lettura. In realtà quelle letture devono prescindere dal “”bello/brutto”, “mi piace/non mi piace”, perché servono a capire certi processi per cui si passa dal naturalismo al decadentismo che, altrimenti, non capiremmo.  Se non si può indurre alla lettura, almeno la si può stimolare attraverso molteplici iniziative. Quando insegnavo, avevo istituito l’ora di lettura, avevamo una biblioteca in classe, con libri portati da casa,  e così per un’ora alla settimana ciascuno doveva prendere un libro, leggerlo e, a turno, parlarne a tutta la classe. Come per miracolo, durante quell’ora anche le classi più scalmanate cadevano come in religioso silenzio, roba da pelle d’oca, e leggevano e raccontavano, ciascuno a modo proprio. Bisognerebbe fare più esperienze di questo genere ed anche se non si aumenterebbe il numero dei giovani lettori, almeno si darebbe a ciascuno l’opportunità non di ripetere non semplicemente  nozioni “a pappagallo”; ma di svolgere una sana pratica nel luogo maggiormente deputato allo scopo, l’aula scolastica. Termino con le parole di un giovane lettore: “Ci sono persone che si fanno le canne per amplificare i sensi, bèh io leggo e mi sconvolgo così!”.
Buona vita!                                         
maestrocastello