mercoledì 6 gennaio 2016

La Befana di mia nonna.

Mentre, ieri sera, appendevo alla cappa della cucina le calze già belle e confezionate per la Befana di Beatrice e Marta, le mie piccolissime nipotine; ho ripensato a quando l'appendevo da bambino per me. Le mie erano di lana, fatte a mano da mia nonna che era anche quella che ci metteva dentro noci, mele, mandarini, fichi secchi, a volte una ciuca o una caramella. Allora credevamo alla Befana e le scrivevamo lettere con richieste di giocattoli che non arrivavano mai, perché le nostre famiglie allora si puzzavano di fame; erano gli anni che vanno dal '50 al '60.                                                                                                      Allora ero convinto che sti benedetti giocattoli non arrivassero mai perché le calze dei bambini erano troppo piccole per contenere dei giocattoli e fu così che un anno mi venne in mente di chiedere a nonna Mariannina una delle sue calze. Le donne di allora, anche quelle giovani, non portavano ancora i collant; figurarsi mia nonna, comunque le calze erano lunghissime e tanto bastava per lo scopo.                                                                                                                                       Ovviamente la notte non dormii, al buio avvertivo dei rumori (era solitamente nonna Mariannina che consegnava i regali da mettere nelle nostre calze). La consegna era di dormire, che se la Befana ci trovava ancora svegli; sarebbe andata via. Solitamente me ne stavo al buio e con gli occhi chiusi.                                                                                   Il mattino dopo era tanta la curiosità, ma fu tanta anche la delusione per aver trovato in quella lunga calza le cose di sempre: noci, mandarini, fichi secchi, una ciuca e due caramelle.                                                 Un anno vi trovai anche un pezzo di carbone, non quello dolce; il carbone vero, perchè avevo risposto male a mia nonna: ora questo non succede più. Allora gli insegnamenti arrivavano pure da piccole lezioni come queste; ma erano altri tempi.
Buona Befana!

sabato 2 gennaio 2016

Caro anno nuovo,

Caro anno nuovo.
Dopo la letterina a Gesù Bambino e a Babbo Natale, non poteva mancare quella a te, caro Anno Nuovo.
Caro 2016, con tutto il rispetto, devo essere sincero e dirti come la penso.
L'anno duemila doveva portarci la fine del mondo e non successe nulla, anzi ci dimostrò quanto l'uomo resti un cazzone e crede a tutto. Per dirtene una, crede ancora ai venditori di fumo della politica; onorevoli solo nel nome e succhiatori di sangue della povera gente.
Dopo il duemila, i nomi degli anni mi sembrano tutti uguali, una successione di numeri astratti che, a volte, non so nemmeno pronunciare; mi sembrano tante marionette in attesa di fare la loro comparsa su un teatrino di pupi e noi, puntualmente, a farci le stesse promesse ogni capodanno.
Aspettiamo sempre che tutto debba caderci dal cielo, come se non dipendesse un po' anche da noi.
Cosa ti chiedo e mi chiedo quest'anno? In che cosa puoi aiutarci, caro nuovo anno?; ti capisco: purtroppo abbiamo troppi problemi e non saprei da dove iniziare.
La crisi economica, il problema del lavoro, il livello delle polveri sottili che non scende, la raccolta differenziata che non decolla, le piogge che non arrivano e quando arrivano, mettono a rischio intere città e noi puntualmente, ogni capodanno, a fare i trenini, come fossero una danza della pioggia, a propiziarci la fortuna. Il problema sicurezza, l'allarme terrorismo in Europa, speriamo che adesso non tocchi a noi, gli sbarchi a Lampedusa, le banche che si fottono i nostri risparmi e il governo che è costretto a salvare le banche, sindaci corrotti, preti pedofili, figli che non lavorano, pensioni di anziani che sfamano più famiglie, donne incinte che muoiono ancora di parto e siamo ne terzo millennio e potremmo andare avanti.
Ti prego, nuovo anno, dacci almeno una politica più vicina alla gente, che scenda dal piedistallo dei privilegi, che viva quotidianamente i problemi dei cittadini più a rischio, che elimini le disparità,  che sia in grado di trovare le soluzioni più eque è più rapide e non continui a nascondersi dietro le solite vuote parole.
Non pretendo che tu ci risolva i problemi, Nuovo Anno, ma lascia aperta la strada alla speranza, a quel sentimento a cui l'uomo sempre si appiglia quando la strada è piuttosto in salita.

Buona vita, anno nuovo!

domenica 20 dicembre 2015

Letterina a Gesù Bambino

Crisi o non crisi, siamo piombati nell'atmosfera del Natale. Ai bambini abbiamo insegnato a scrivere a Babbo Natale per ordinargli il regalo più gradito, raccomandando loro di non esagerare; in quanto chi paga il conto a Babbo Natale, poi siamo noi. Scrivere a Babbo Natale va bene per ossigenare la fantasia dei piccoli, ma dov'è finita l'atmosfera vera del Natale, quella  che vivevamo un tempo in seno alle nostre famiglie? C'è ancora qualcuno che scrive lettere a Gesù Bambino per chiedere cose che non siano giocattoli? Qualcuno insegna loro a farlo, specialmente nelle scuole, il luogo oggi frequentato anche da bambini di altri paesi ed altre religioni. La scuola ha l'importante compito di gettare le basi per una vera integrazione e una pacifica convivenza delle diverse etnie. A volte proprio questi bambini possono insegnare ai nostri i veri parametri di una serena convivenza, lasciando da parte i pregiudizi.   Sentite cosa scrive a Gesù questa ragazzina di seconda media, venuta dal Marocco:
"Ti sembrerà strano… Proprio io!
Caro dolce Gesù, ti sembrerà strano che ti scriva proprio io! Sono infatti una ragazzina che proviene dal Marocco e, pur non credendo nella tua religione, dallo scorso anno scolastico, 2ª media, ho deciso di partecipare all’ora di religione a scuola. Ho capito, diventando più grande, che ci sono persone che credono in Te e altre che non lo fanno, credono in qualcosa di diverso. Ma qualsiasi cosa loro dicano o facciano, io che mi rivolgo a Te da quaggiù, voglio chiederti di portare tutti alla ragione, quella del cuore. Non è più possibile vivere in un mondo sostenuto dall’odio! Da qualunque religione noi proveniamo, cristiani, ebrei, musulmani, induisti o buddisti o altro, dobbiamo comprendere che siamo tutti fratelli, sotto un unico cielo, e protetti da un unico Dio. Ora noi viviamo in un periodo in cui la gente non pensa più alla propria coscienza ma solo alle cose materiali, ma questo non basta, è sbagliato, perché, il giorno in cui non avremo più vita nel nostro corpo, tu non ci giudicherai né per l’aspetto né per la ricchezza che avremo accumulato. Guarderai solo il nostro cuore.
Aiutaci allora a rientrare in noi, a riscoprire il nostro cuore, Tu che con pazienza sempre attendi che noi ci accorgiamo di Te, tu che con amore infinito continui a venire in mezzo a noi.
Con affetto, Hind di IIIE - Scuola Cappon - Cavarzere"

Buona vita e Buon Natale!



sabato 19 dicembre 2015

Una volta paesi, ora paesaggi.

Nelle case dei paesi abita ormai la solitudine e nemmeno paga l'affitto.(Giovanni)

"Un pezzo di via Roma,

una cinquantina di metri,

separa la tua strada dalla mia.

Vuote tutte e due, ma nella mia

ci passano le macchine.

Oggi sono andato cinque volte fino a casa

tua, ho sentito con chiarezza

che il paese è diventato paesaggio.

Ci sono ancora le persone

ma le senti assai di meno,

sembrano più forti le nuvole

le tegole, le porte chiuse."
(Franco Arminio )

Il pastorello con la gamba rotta.


Una volta, da bambino,
m'è caduto per terra un pastorello
e s'è rotto una gamba, poverino.
Non ha fatto un lamento,
non una goccia di sangue ha versato;
perché era un pupazzo fatto con la creta.
Il pastore in questione
portava sulle spalle un agnellino.
e l'ho tenuto sempre in servizio,
con il suo difetto.
La strada bianca fatta di farina,
la neve con l'ovatta sulla carta velina,
Le montagne di cartone,
il lago e tutto il resto;
non mancavano mai
intorno alla greppia di Gesù Bambino.
Pure il pastorello,
ogni anno puntualmente,
aveva posto in mezzo a tutti
i personaggi, davanti al Bambinello.
Ogni anno, ce l'ho messo,
perché pensavo
che Dio guarda clemente
solo in fondo al cuore della gente.

Chi non ha Natale nel cuore, non lo troverà sotto l'albero.
Buon Natale!

lunedì 14 dicembre 2015

Tradizioni contadine.

- LE CALENDE (in generale)

Dal latino kalendae, primo giorno del mese nel calendario romano, da cui prese il nome il calendario stesso. Non esistevano le calende nel calendario greco, e siccome il primo di ogni mese (alle calende), presso i Romani si riscuoteva un debito; ecco il detto: "alle calende greche", per dire: mai!

- LE CALENDE DEI CONTADINI

Pochi sanno cosa sono le calende, re calenne in dialetto meridionale.
I “più grandi” sicuramente avranno sentito parlare delle calende da qualche vecchietto, soprattutto se si trattava di un contadino.
COSA SONO?
Sono un metodo che si basa sull'esperienza dei vecchi contadini meridionali e non solo, per fare le previsioni stagionali del tempo che farà il prossimo anno, non c'è niente di scientifico, eppure,  loro sostenevano e sostengono che nella maggior parte dei casi si ha un riscontro positivo con la realtà.
Secondo la credenza popolare dei contadini della nostra terra, il tempo che farà il prossimo anno, rispecchia quello che ha fatto nei giorni delle calende:  dal 13 dicembre al 24 dicembre (le dritte), pausa il giorno del Santo Natale, poi dal 26 dicembre al 6 di gennaio ( le rovesce).
Le dritte rappresentano la prima parte del mese, le rovesce la seconda metà, poi si fa la media tra le due fasi per avere una previsione meteo dell'intero mese; l'interpretazione dei fenomeni è la parte più importante. Verificare non costa nulla.
Le calende vengono stilate anche in altre parti d'Italia e viene utilizzato un periodo diverso e in un unica fase,  per la raccolta dei dati meteo: dal 1° gennaio al 12 gennaio, quindi,  ogni giorno rappresenta un mese dell'anno, il 1° giorno è gennaio, il 2 gennaio è febbraio...  e così via di  seguito, l' interpretazione dei fenomeni resta uguale.
Naturalmente  la scienza non c'entra niente, trattandosi di una tradizione popolare tramandata da generazioni; ma ogni qual volta sono state fatte, giurano gli anziani, hanno sempre avuta una discreta percentuale di successo ed è per questo.
Anche se non è un metodo scientifico, non si può non restare affascinati dal mistero che avvolge le calende e che fanno parte delle nostre più profonde tradizioni.
Buona vita!

Maestrocastello 

martedì 1 dicembre 2015

Le assurdità della guerra.


Della prima guerra mondiale o "grande guerra" non se ne ricorda più nessuno e lo ha fatto il giornalista-scrittore Aldo Cazzullo col libro:"La guerra dei nostri nonni ". Racconta le sofferenze, ma anche il lascito morale alle future generazioni che hanno il dovere di non dimenticare. Attraverso i diari dei protagonisti, la  guerra dei nostri nonni conduce nell'abisso del dolore. I protagonisti non sono imperatori o generali, ma fanti contadini: i nostri nonni. Gravissime furono le responsabilità di politici, generali, affaristi, intellettuali che trascinaro Paese nel grande massacro. 
Può però aiutarci a ricordare chi erano i nostri nonni, di qual forza morale furono capaci e quale patrimonio portiamo dentro di noi.  
La guerra porta morte e porta dolore e avvengono assurdità come questa:

Dal diario di Silvio D'Amico:
" in un reggimento di fanteria avviene un'insurrezione Si tirano colpi di fucile, si grida: "non vogliamo andare in trincea ". Il colonnello ordina un'inchiesta, ma i colpevoli non sono scoperti. Allora comanda che siano estratti a sorte dieci uomini; e siano fucilati. Ma i fatti erano avvenuti il 28 del mese, è il giudizio fu pronunciato il 30. Il 29 del mese erano arrivati i "complimenti", uomini inviati a colmare i vuoti aperti dalle battaglie. Si domanda al colonnello:
"Dobbiamo imbussolare anche i nomi dei complimenti? Essi non possono aver preso parte al tumulto del 28; sono arrivati il 29".
Il colonnello risponde:
"Imbussolate tutti i nomi".
Su dieci uomini da fucilare, due degli estratti sono arrivati il 29, e non possono essere colpevoli di nulla. All'ora della fucilazione la scena è feroce. Uno dei due complementi, entrambi di classi anziane, è svenuto. Ma l'altro, bendato, cerca col viso da che parte sia il comandante del reggimento, chiamando a gran voce:
"Signor colonnello, signor colonnello!"
Si fa un silenzio di tomba. Il colonnello deve rispondere:
" Che c'è figliolo?"
L'uomo bendato grida:
"Signor colonnello! Io sono della classe del '75. Io sono padre di famiglia. Io il giorno 28 non c'ero. In nome di Dio!"
Risponde paterno il colonnello:
"Figliolo, io non posso cercare tutti quelli che c'erano è che non c'erano. La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio ne terrà conto. Confida in Dio".
(Tratto da "La guerra dei nostri nonni" di Aldo Cazzullo. Mondadori, 2014)