mercoledì 30 gennaio 2019

IL MAIALE

Le nostre tradizioni:

IL MAIALE.  ( lu puórche )

Il maiale ha accompagnato l'uomo nella sua evoluzione e nei nostri paesini di montagna ha rappresentato, in particolare, una vera e propria salvezza per le nostre tavole, non sempre molto imbandite in passato . 
Chi poteva, si cresceva il maiale che rappresentava una garanzia per la propria famiglia ad affrontare l'inverno senza troppe privazioni alimentari.
Il ruolo delle carni suine era essenzialmente economico: ricche di nutrimenti e molto grasse non necessitano di particolari condimenti come le spezie, che di norma mancavano sulle tavole dei poveri. 
Inoltre, è una carne particolarmente adatta alla trasformazione, importante fattore in un periodo in cui la catena del freddo non esisteva ancora. 
Altro fattore importante, è che del maiale non si butta via niente, altro aspetto da non sottovalutare, date le estreme condizioni di povertà in cui viveva la stragrande maggioranza delle popolazioni di allora. 
Ad ulteriore conferma del ruolo sociale del maiale nella vita rurale, è sufficiente pensare che ancora oggi in occasioni di manifestazioni paesane o per festeggiare particolari eventi, si consuma la carne fresca di suino o conservata come salume, nonostante che le nostre abitudini a tavola si siano fortemente modificate ed il rapporto con la terra più così strettamente necessario.
Chi ha qualche anno, come il sottoscritto, ricorderà che quando s’ammazzava il maiale in paese era un avvenimento e una festa. 
Partecipavano in tanti, parenti ed amici che davano una mano alle varie operazioni, mentre la povera bestia mandava sibili che rivoluzionavano il paese. 
Noi bambini entravamo in fibrillazione ed accorrevamo curiosi nei pressi del luogo 
dell’avvenimento.Mi ricordo le tavolate che a sera facevano gli uomini a base maiale e vino paesano che scorreva a fiumi.
Dicevano gli anziani che, entrando in una casa, se volevi sapere quelli come se la passavano; dovevi guardare in alto.
Lì erano appesi gli insaccati, ricavati dal maiale, 
provvista per tutto l’anno ed erano come tanti trofei, chiaro segnale di benessere da ostentare al visitatore.
Bei tempi!

LE PARTI DEL MAIALE:
1)   testa
2)  guanciale o gola
3)   lardo
4)   coppa o capocollo
5)   lombo o lonza
7)   costine o petto
8.) spalla
9)   zampino o stinco
10) pancetta
11)  filetto 
12)  culatello
13)  coscia o prosciutto 

- c'era un'usanza antica a Sant'Agata che racconta di un detto augurale che diceva il proprietario al maiale, standogli di lato:

"Récchia, récchiele, 
 quanne muóre grasse grasse; 
 quale scianga me l’asse?”
Buona vita!

maestrocastello 

DI CHE COLORE È LA PELLE DI DIO?



Pelle Bianca come la cera
Pelle Nera come la sera
Pelle Arancione come il sole
Pelle Gialla come il limone
tanti colori come i fiori.
Di nessuno puoi farne a meno
per disegnare l’arcobaleno.
Chi un sol colore amerà
un cuore grigio sempre avrà.
(Gianni Rodari)

giovedì 24 gennaio 2019

IL CAFFÈ SOSPESO


È un’antica tradizione napoletana quella del “ caffè sospeso “ che non conoscevo e devo dire che quando l’appresi da un amico, qualche anno fa, non mi sorpresi più di tanto; ben spendo di quanta fantasia e generosità sono dotati i napoletani.
Il “caffè sospeso” era un caffè in attesa: era già stato pagato da un cliente generoso ed in attesa appunto di essere richiesto e consumato dallo sconosciuto di turno che in quel momento non aveva moneta.
E capitava realmente che qualcuno si affacciava in quel bar chiedendo se c’era “ un sospeso “.
L’origine di questa usanza viene fatta risalire ai tempi del dopoguerra in cui la gente se la passava male ed erano più i clienti poveri che quelli ricchi e tanti non si potevano permettere neanche un semplice caffè.
Ben sapendo il piacere che quel semplice caffè avrebbe comportato ad un napoletano; un altro napoletano, di animo gentile , prese l’abitudine di bere un caffè e pagarne due.
Davvero una bella abitudine, un’offerta all’unanimità, come scrive De Crescenzo nel suo libro, intitolato appunto :”Il caffè sospeso “.
Ora sta tornando in auge questa vecchia usanza e sta interessando varie parti sia d’Italia che del mondo e non non è vero che in giro esiste solo egoismo. 
Il caffè sospeso non è fare la carità, ma regalare a qualcuno pochi sorsi di felicità!

buona vita!
maestrocastello 

24 gennaio 2019




martedì 15 gennaio 2019

PAESI IN COMA

Lettera al paesologo Franco Arminio.

Caro Franco Arminio, ho rivisto ancora una volta il tuo documentario :“Di professione faccio il paesologo” ed ogni volta  provo mille emozioni.
Il mio cuore sembra una camicia stesa al vento ad asciugare : s’abbótta e s’ammóscia in continuazione. Quando “s’abbótta”, i sentimenti che mi pervadono sono di orgoglio di appartenenza ad una comunità che mi ha insegnato l’a, b, c della vita, quando si era lpoveri e si viveva di niente; eppure si era felici. Quando la camicia si ammóscia mi pervade la desolazione dei nostri luoghi, la solitudine, l’abbandono. Case vuote ad aspettare inutilmente chi partì un giorno a guadagnarsi la stozza altrove e, se pur un giorno farà ritorno, prenderà la via del camposanto.
Leggo nelle parole e sul volto dei vecchi che intervisti rassegnazione e dignità, animati da una fede atavica, pressoché sconosciuta alle nuove generazioni.
Ma cosa serve veramente per rianimare i nostri paesi? Tu, Franco, dai spesso dei suggerimenti; ma credo che ci vogliano troppe cose che si combinino assieme e ciò che serve davvero, penso che non lo sappia nessuno. Anch’io partii dal paese negli anni sessanta e dopo cinquant’anni non mi sento ancora cittadino e non lo sarò mai e al paese non ho più una casa.
Mi pare utopia che si possa tornare a vivere nei nostri piccoli paesi, se non per andarci a morire . Tu ce lo vedi uno, ormai settantenne, che lascia figli e nipoti ormai radicati in città e venire a stare da solo in un desolato paese, a sfidare le temperature rigide dell’inverno che dura “migliaia di giornate”, dove manca sempre il quarto per una normale partita a tressette? Come tu stesso dici: le case superano il numero delle persone rimaste e ogni volta che passo davanti alla mia casetta dell’infanzia, mi prende come un rimorso per essere partito. Tu sei come un medico condotto che fa il giro dei paesi per valutarne lo stato di salute ed io, invece, mi sento una specie di archeologo che scava nel passato, perché quelli che stanno lontano come me; tornino a rivivere il paese, torni viva in loro la memoria delle proprie tradizioni, la gioia di parlare ancora il proprio dialetto e l’importanza di non disperdere tutti gli insegnamenti che ci hanno lasciato in eredità i nostri antenati. 
Utopia anche questa? Lo so, ma la gente ha bisogno anche di utopie.
Buona vita!
maestrocastello 

domenica 6 gennaio 2019

LA BEFANA VIEN DI NOTTE


La befana è un termine che significa Epifania e nell’immaginario collettivo rappresenta una vecchietta che nella notte tra il 5 e 6 gennaio, appunto la mattina dell’Epifania, porta doni ai bambini buoni.
Le sue origini sono imprecisate e si fondono insieme elementi folcloristici precristiani e cristiani.
La Befana porta doni in ricordo dei doni offerti dai Re Magi a Gesù.
La si dipinge come una simpatica vecchietta, appunto, che vola sui tetti a cavallo di una scopa e scende dal camino a lasciare i doni ai più piccoli.
A volte lascia carbone se si è stati cattivi, quindi è depositaria di un insegnamento.
C’è chi sostiene che è una vecchia brutta perché simboleggia la natura spoglia di questo periodo dell’anno che poi rifiorirà.
Ma la Befana esiste o non esiste? Si fa sempre più fatica a farlo credere ai baqmbini.
Comunque, buona Epifania e preparatevi a disfare albero e presepe.

Maestrocastello 

lunedì 19 novembre 2018

Mestieri scoparsi: IL SANAPIATTI

Era solito, un tempo, sentire questo grido per le strade del paese: "Sanapiatt !... Sanapiatt !... era solitamente un girovago che, armato di martello, pinze, filo di ferro di varie grandezze, girava per le strade del nostro paese in cerca di chi avesse bisogno di aggiustare (sanare per l'appunto) un piatto.                                                                                             Allora era il tempo della terracotta e in ogni famiglia vi erano stoviglie o recipienti per il consumo o la conservazione dei cibi. La povertà non permetteva ai più di ricomprare stoviglie, quando queste si rompevano e la gente ricorreva spesso al sanapiatti che aveva molte richieste di lavoro.   Lu "SANAPIATTE " era il rifacitore re piatte, zuppière, vacelètte, spèse, spasètte, cécena, ceceniérre, areccióla, arecciuliérre, pegnète, pegnatiérre, vèse, vasètte, seróle, vacìle, vacelune : tutti nomi dialettali di suppellettili casalinghi.                                                                                                 Si trattava di un mestiere che dava da campare, perché richiesto ad ogni ora ed in ogni tempo.                                                                                             Quelli bravi avevano perfino una botteguccia. Operavano solitamente davanti l'abitazione di chi li chiamava o dietro un tavolo, in casa di questi. Li SANAPIATTE erano bravi nella ricomposizione dei pezzi da far combaciare e fissare con la colla se il caso, e fil di ferro , attraverso buchi praticati con il trapano a mano.                                                                                    Il lavoro era eseguito con tale maestria che le stoviglie ritornavano come nuove. Ricordo benissimo di queste stoviglie di terracotta aggiustate nelle nostre case di paese, un tempo quando tutto si aggiustava e non si buttava nulla; in barba alla differenziata!
Buona vita!
maestrocastello

lunedì 22 ottobre 2018

Quando ci divertivamo con poco.




UNA È LA LUNA

Oggi i giochi sono prodotti dalle industrie e la tecnologia ha ucciso la creatività dei ragazzi, eliminando i segni educativi del gioco: movimento, comunicazione, fantasia, avventura, inventiva, costruzione.
Un tempo con poco si sopravviveva alla noia, oggi purtroppo ciò non avviene più a causa dell’aumento del benessere.
Prima si giocava prevalentemente per strada, oggi non è più possibile per motivi di sicurezza e, comunque, anche i giochi sono figli dei tempi.
I giochi tradizionali fanno parte della cultura di una comunità e dovrebbero riempire i testi di letteratura ed essere tutelati dall’Unesco, per la loro bellezza, semplicità e creatività . Purtroppo continuano a vivere soltanto nella memoria degli anziani e questo è male. Riproporli nelle scuole non sarebbe una cattiva idea per non perdere il contatto fra generazioni.
A Sant’Agata di Puglia ne facevamo tanti di questi giochi di strada che riempivano le nostre giornate. Qualche giorno fa, qualcuno su Facebook ha chiesto di ripescare nei meandri della memoria un gioco che allora facevamo spesso :” Una è la luna” e, dopo diversi tentativi e con la partecipazione di molti, il gioco è venuto a galla e ve lo propongo:
UNA È LA LUNA
Una è la luna/
duje box/
tré figle e rré/
quatte spazzoline comunale re Bologna/
cinghe pasta e cìcere/
sei sperulicchie/
sette incrociatore mani e piedi/
otte soldatine di piombo/
nove mollette e mollettine/
diece pasta e cìcere/
unece e te lo carico/
durece e te lo scarico/
tredici in fiera /
quattordici che bel cavallo /
quindici e te lo proviamo/
sedici e me ne scappo/
diciassette la chiangula/
diciotte pepperepe.

Mentre si saltava sul dorso del compagno, si dicevano i numeri del gioco in successione e,  a ciascun numero, bisognava interpretare una figura. Ad esempio: a “duje box”, saltando bisognava poggiare le mani a pugno sul compagno, Invece del palmo ecc.
Ricordo anche che giunti a “sette incrociatore mani e piedi”, dopo aver fatto il salto sul compagno; bisognava atterrare incrociando sia le mani che i piedi. E “Sei sperulîcchie”, chi se lo ricorda?
Una botta al sedere. Ahhhh!

Chi si ricorda tutte le figure?

maestrocastello