venerdì 7 gennaio 2011

a tavola con i terroni.


La dieta mediterranea è un eccellente  modello nutrizionale dei paesi del bacino del Mediterraneo a cui ci siamo ispirati anche noi italiani fino agli anni del boom economico, quando l’abbiamo scioccamente abbandonata per seguire il modello americano. Cereali, legumi, verdure, frutta fresca, olio d’oliva, tanto pesce e poca carne sono gli ingredienti di una dieta alimentare vincente rispetto alle abitudini d’oltre oceano che vede noi mediterranei con minori tassi di cardiopatia  e malattie cardiovascolari rispetto alla popolazione statunitense. Dagli anni novanta, per fortuna, è ritornata prepotentemente alla ribalta la cucina di casa nostra, quella che ha permesso alla mia generazione di crescere sani e belli, non con hamburger, ketchup e coca cola; ma con tanta pasta e broccoli, minestre di verdura, e orecchiette con le cime. Essere nato terrone non è poi stato tutto questo svantaggio. Terrone vuol dire avvezzo alla terra e proprio dalla terra la mia regione (la Puglia) trae tutti gli ingredienti per una cucina che sarà pure povera, ma che scoppia di salute. La cucina pugliese  poggia da sempre su alcuni elementi cardini quali l’olio, il grano, il vino e le verdure che le danno lustro in tutto il mondo. La cucina dei paesini dell’entroterra foggiano, come quella di Sant’Agata di Puglia, mio paesino di nascita, rispecchiava principalmente le condizioni di vita delle persone, infatti era una cucina povera o meglio semplice ed era costituita da prodotti casarecci e quanto si riusciva a coltivare in lenzuoli di terra, a volte impervi, per il sostentamento della famiglia. Ogni casa aveva la propria scorta di grano e di farina che custodiva nei "cascioni",  veri e propri silos domestici, consistenti in grossi scatoloni di legno così alti che occorreva la scala per riempirli dalla parte superiore  e, in basso sul davanti,  avevano una porticina scorrevole, quel tanto da permettere la fuoriuscita di grano o di farina. A che serviva tutta quella farina? per fare pane, pasta e dolci fatti in casa! Quando io ero piccino, circolava poca moneta  al mio paese ed era in uso la moda del baratto: un operaio veniva spesso saldato con litri d’olio o sacchi di farina. Un tempo era praticamente impensabile in una famiglia pugliese approvvigionarsi della pasta industriale acquistandola al negozio; la pasta si faceva esclusivamente in casa, non come oggi che si impasta solo nelle feste e nelle occasioni molto speciali. Quale pasta veniva confezionata a casa mia? Orecchiette (recchietelle), lagane, laganelle, fusilli, strascinati, troccoli. Ogni tipo di pasta aveva la sua fisionomia precisa: gli strascinati, per esempio, erano rettangoli di pasta che si passavano su un tagliere speciale e presentavano una faccia rugosa e una liscia; i troccoli,   somigliavano ai maccheroni alla chitarra abruzzesi e prendevano il nome dal bastone che serviva per tagliarli. Le celebri orecchiette si facevano con la forza del pollice, imprimendo su un dischetto di pasta una concavità che le faceva somigliare a una conchiglietta pronta ad accogliere il sugo. Un ricordo legato alle orecchiette è che a casa mia le mangiavo di formato gigante: a mio padre piacevano grandi perchè accoglievano molto sugo; mentre mia zia Angela le faceva minute come un mignolo, ma posso assicurarvi che sono gustose in entrambi i formati. E per non scontentare nessuno, prima mangiavo quelle giganti di mia madre e poi assaporavo quelle mignon di mia zia!  Si trattava comunque sempre di pasta a base di semola di grano duro, callosa e robusta, molto saporita. Per condire era tradizionale il ragù fatto con la conserva(concentrato di pomodoro) che raramente era di carne che compariva in tavola solo di domenica e feste comandate; mentre quasi sempre era un sugo preparato con diverse verdure locali: pasta e cime di broccoli; pasta e cavoli; maccheroni e melanzane; pasta e fagioli; pasta e purea di fave; spaghetti e cicoria; pasta e rucola; fiori di zucchine con pasta e pomodoro che da bambino odiavo ed ora pagherei oro per rimangiarle. La più celebre verdura era la cima di rapa, quella che insaporiva le orecchiette che oggi si fanno industrialmente e sono molto diffuse in tutta l'Italia; si aggiungevano acciughe sciolte nell'olio e aglio: un entusiasmante incontro di gusti e di aromi. Mia madre che praticava la campagna spesso riportava altre varietà di verdure selvatiche come i marasciuni (erbette amare che crescono nelle vigne), la cicoria riccia, i finocchietti selvatici, i taddi (i gambi teneri delle piante di zucca) e usualmente le cucinava con la pasta.  Praticamente la pasta si sposava con tutto, proprio come una mignotta! La mangiavo a pranzo e a cena e la sera era più buona fredda, quando s’era riposata e  aveva assorbito meglio il condimento. Ci pensate, facevamo la dieta mediterranea senza saperlo e l’avremmo scoperto cinquant’anni dopo e cioè oggi, quando resta difficile trovare cibi che non siano trattati con pesticidi dannosi alla salute; oggi che per mangiare una buona "pasta e fagioli" è  divenuta una questione di stato. Chi non s’è mai mosso dal paese e invidia il vivere di città non si rende conto della fortuna di  poter ancora mangiare una coscetta di pollo, facendo fatica a staccare la ciccia ben amalgamata all’osso. Il pollo di Sant’Agata ancora ruspa, becca, gorgheggia e piscia all’aria aperta, non come il pollo  cittadino  sempre chiuso un una gabbietta numerata, dove fa tutto ad orario stabilito e quando arriva l’ora d’essere spennato, sembra perfino felice di uscire dal suo isolamento e pare ben contento di finire su tavolate festanti; seppure adagiato in un mare di spezie e contornato di patate al forno.

Buona vita e buon appetito!
maestrocastello

martedì 4 gennaio 2011

La vuole la busta?

Abbiamo costruito una società dove tutto sembra essere diventato biodegradabile: dalle scarpe ai telefonini, dalle borse alle tute da ginnastica. Biodegradabili stanno diventando perfino i nostri sentimenti, in quanto i buoni propositi non fanno in tempo ad essere annunciati che si sciolgono come neve al sole. Ci sono cose che sarebbe utile durassero nel tempo ed altre che non ce la facciamo proprio a far scomparire dalla circolazione, come il comune sacchetto di plastica o, come dicono coloro che sanno le lingue, lo  shopper. Magari un matrimonio di oggi durasse il tempo di un sacchetto di plastica!   - Signore la vuole la busta?-  quante volte ce lo sentiamo ripetere dalla ragazza alla cassa e quando non ce lo  chiede, è perché già  l’ha messa in conto. Lo shopper ha soppiantato la sporta di un tempo, di tela o fatta a spicchi di cuoio, dove la mamma ci metteva poco ma di tutto; allora lo scarto era pari allo zero! Bisogna comunque ammettere che la busta di plastica è stata un’invenzione geniale della società dei consumi. Ci fa comprare sempre di più del nostro bisogno, è come una protesi del corpo che si allunga ed aumenta la capacità di carico delle braccia, permettendoci di asportare molto di più di quanto la natura ci ha concesso portare; non si piega e non si spezza anche sotto il peso di una decina di chili di consumismo!  Ma come si ottiene? Finora è stata fatta soprattutto in polietilene, un prodotto che deriva dal petrolio e per produrla si consuma energia ed altri elementi chimici. Noi italiani che non siamo secondi a nessuno, rivendichiamo il nostro diritto di fare la spesa entrando in un negozio a mani nude, facendo così la gioia dell’intera filiera: da chi produce materialmente le buste  a chi ce le propina a pagamento, facendosi tanto di pubblicità a nostre spese. Pensate che siamo arrivati a consumarne due miliardi di buste al mese, 400 a testa in un anno, un quarto di quelle che si producono in tutta Europa. Direte voi, ma dove sta tutto questo male?  Sta semplicemente nel fatto che la plastica è una sostanza  decomponibile in natura a lunghissimo termine ( da 20 a 1000 anni; ci pensate lo stesso tempo che intercorre dalle Crociate allo sbarco sulla luna, ben 9 secoli di storia dell'umanità!) e  la plastica non ancora decomposta rischia nel frattempo di entrare nella catena alimentare con un carico terribile per gli ecosistemi, soprattutto quello marino. Ridurre l'utilizzo di sacchetti di plastica per la spesa è divenuto dunque un obbiettivo primario a livello globale. Se riflettessimo un istante al rapporto che intercorre tra il tempo di nostro utilizzo effettivo e quello che ci vuole per il suo completo smaltimento, avremmo forse un comportamento diverso. La vita di una busta come oggetto utile dura circa 12 minuti, il tempo medio tra la cassa e il frigo di casa nostra. Poi, diventa subito un rifiuto o contenitore per altri rifiuti, col rischio di non essere più differenziato. Solo i barboni sembrano pensare che una sportina di plastica può essere riutilizzata all'infinito. Voi direte cosa possa mai incidere eliminare una busta in confronto di tutta la plastica impiegata per avvolgere qualsiasi prodotto in commercio. E’ una questione di atteggiamento, il nostro che dobbiamo modificare: si comincia con la busta e c’è speranza di passare un domani a tutto il resto; altrimenti i nostri nipoti affogheranno negli oceani fatti della plastica che avremo concorso a produrre durante tutta la nostra vita. Se non cambia il nostro di atteggiamento verso questa  abitudine malsana, sarà più dura farlo mutare agli industriali che la producono, ai loro committenti  ed ai politici che procrastinano dal 2007 una legge che oggi ci vede fanalino di coda nell’Unione Europea. Il divieto delle buste di plastica è scattato dal primo gennaio, staremo a vedere se il nostro Paese perderà l’ennesimo treno per dimostrarsi un Paese all'altezza.
Buona vita!
maestrocastello  

sabato 1 gennaio 2011

Se la vita non vi sorride, sorridetele voi!



 Si tienes tristeza, alegrate  -  (Se sei triste, stai allegro!)
                
        Si tienes enemigos, reconciliate!   -   (Se hai nemici, riappacificati!).

              Si  tienes amigos,  buscalos!   -      ( Se hai amici, cercali!).                                                               

                    Si tienes tinieblas, enciende tu faro! -  (Se sei al buio, accendi la tua luce!).

                           Si tienes errores, reflexiona!    -    ( Se hai commesso errori, rifletti!).

                                 Si tienes risentimientos, olvidalos! - (Se nutri risentimenti,scordali!).



Un augurio sincero di buon duemilaundici a tutti i lettori del blog.  
Se la vita non vi sorride, sorridetele voi!
Buona vita!
maestrocastello

mercoledì 29 dicembre 2010

L'anno che verrà.

Ultimi spiccioli di un anno  in disarmo e ognuno fa  incetta di calendari targati duemilaundici.  Dal salumiere, dal verduriere o dal macellaio di fiducia; ciascuno  approfitta di questo periodo dell’anno per regalarti un calendario in omaggio e regalarsi un anno intero di pubblicità gratuita dalle pareti del salotto di casa tua. Ognuno di quei fogli in bella vista raduna i giorni di un mese come tanti soldati, raggruppati in quattro plotoni (le settimane), formati da sette elementi ciascuno ( i giorni) e tutti insieme scandiscono un altro anno della nostra esistenza. La nostra vita è un gioco e il futuro sono le carte che non abbiamo ancora girato. Nell’imminenza dell’anno che verrà le nostre aspettative sono sempre le stesse e ce le rinnoviamo ogni trentuno dicembre e sempre con rinnovato vigore, pur consapevoli che ci stiamo illudendo. Tutta questa frenesia mi richiama alla memoria il brano “Dialogo di un venditore d’almanacchi di Giacomo Leopardi.
Venditore  -  Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere  -  Almanacchi per l'anno nuovo?
Venditore  -  Si signore.
Passeggere  -  Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
Venditore  -  Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere  -  Come quest'anno passato?
Venditore  -  Più più assai.
Passeggere  -  Come quello di là?
Venditore  - Più, più, illustrissimo.
Passeggere  -  Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore  -  Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere  -  Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore   -  Saranno vent'anni, illustrissimo.
Passeggere -  A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
Venditore   -  Io? non saprei.
Passeggere  -  Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore  -  No in verità, illustrissimo. 
......................
Passeggere  -  Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
Venditore  -  Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere  -  Ecco trenta soldi.
Venditore  -  Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

Per fortuna che non siamo tutti pessimisti come il poeta recanatese. Per fortuna, dico io, che a sostenerci c'è sempre incrollabile la speranza e  la nostra rituale frenesia che diventa incoscienza tra botti, trenini  e tappi di bottiglia che saltano in aria proprio a mezzanotte. Gli antichi Greci avevano due parole per  indicare la concezione di tempo, kronos e kairos. Mentre Kronos  è il tempo divoratore di uomini e di cose, Kairos  significa " un tempo nel mezzo",  un periodo di tempo indeterminato nel quale "qualcosa" di speciale accade. Il nostro augurio per il duemilaundici deve andare sempre a braccetto con la concezione di kairos che è  un tempo di grazia e di lunga speranza.

Buona vita e buon anno a tutti!
maestrocastello.

lunedì 27 dicembre 2010

Lavorare stanca.



Si racconta che Confucio una volta andò a visitare un villaggio e vide  un vecchio giardiniere e suo figlio che attingevano acqua da un pozzo con grande fatica. Confucio si chiese se il vecchio fosse a conoscenza del fatto che tori e cavalli venivano ora usati per attingere acqua dai pozzi. Andò dal vecchio e gli disse: "Amico mio, non sai che c'è ora una nuova invenzione? La gente attinge acqua dai pozzi con l'aiuto di cavalli e tori. Perché  non lo fai anche tu?" Il vecchio replicò: "Parla piano, ho  paura che il mio  giovane  figlio possa  ascoltarti". Confucio chiese: "Cosa vuoi dire?" Il vecchio rispose: "Sono al corrente di queste invenzioni, ma non voglio che mio figlio perda il contatto con la fatica fisica, perché perderebbe anche il contatto con la Vita".


Non tutti attribuiscono oggi  lo stesso valore alla fatica fisica. Certi non hanno mai sudato nel lavoro, un po’ di sudore lo buttano solo quando vanno in palestra o al massimo quando   giocano a pallone. Tutto parte dalle parole che Dio disse ad Adamo ed Eva scacciandoli dal paradiso terrestre: "Tu uomo lavorerai la terra con il sudore della tua fronte. E tu donna partorirai nel dolore! " Le parole precise non le ricordo; forse non le ricorda nemmeno Lui, adirato com’era per via del furto della mela. Non vi nascondo che questa intimazione , da piccolo, mi  metteva un po’ di panico addosso e pensavo: “e che cavolo, tutto quel chiasso per una mela!” e solo più tardi  me l’hanno spiegata in modo diverso. Se la storia non ci ha contato balle, l’uomo ne ha visto di sudore grondare dalla sua fronte, basti solo pensare alla fatica impiegata per erigere le piramidi egiziane, tutte fatte a mano, o se pensiamo a tutte le opere materiali prodotte da schiavi durante l’Impero Romano o  agli schiavi d’Africa che per secoli hanno grondato sangue e sudore. C’è da dire anche che l’uomo, nel corso dei secoli, ha usato tutto il suo ingegno per vanificare l’intimazione divina, escogitando macchine capaci di sostituirlo al meglio nel lavoro fisico e farlo sudare di meno. Oggi quasi tutto il nostro lavoro è automatizzato, dalla fabbrica all’ufficio, dai lavori di pulizia domestica a quelli della nostra cucina. Pensate che c’è una macchina che fa tutto da sola: prepara il sugo, cuoce la pasta e fa una musichetta quando è pronto da servire in tavola. Mi domando allora: in un mondo fatto di gente che progetta, che non fa altro che spingere tasti o bottoni, ha ancora qualche significato eseguire lavori manuali? “Ora et labora” era il motto dei primi francescani, a testimonianza che il lavoro fisico è una vera forma di preghiera, di pratica spirituale, è un antidoto all'alienazione e all'esclusione.  E’ davvero importante vivere sia la propria dimensione spirituale che fisica come un'unica entità che necessita dell ‘espressione di entrambe per realizzarsi al massimo delle possibilità. Perché, così come quando leggiamo un buon libro non vediamo solo dei caratteri stampati, ma mondi che prendono vita; allo stesso modo quando corriamo nella solitudine della campagna non vediamo solo un tizio che suda correndo sull'asfalto, ma assistiamo alla  sfida che quell’uomo  ha ingaggiato con i suoi limiti. Il lavoro fisico è anche e soprattutto sviluppo cerebrale. Zappare la terra non vuol dire zappare la terra e basta, significa anche fare una varietà di altre cose, come risolvere problemi immediati e accrescere il proprio cervello tramite l'utilizzo delle mani. Le persone che lavorano applicano  nei problemi pratici un modus operandi molto più efficacie di uno che in  venti anni non ha fatto altro che studiare. Conosco gente che va in panico quando deve appena cambiare uno pneumatico. Il lavoro fisico e quindi la fatica fisica, rappresenta  un settore importante per il risveglio della propria consapevolezza e non va disgiunto da quello intellettuale. La vera soddisfazione viene soltanto quando mente e corpo si uniscono per rendere attuale il potenziale della materia interagendo con essa. "Tu uomo lavorerai la terra con il sudore della tua fronte. E tu donna partorirai nel dolore! " Ricordate? Confida candidamente  un tale con molta ironia: “ io lavoro tutto il giorno davanti ad un computer e non sudo quasi mai se non il mercoledì quando vado a calcetto, Chi suda veramente è mia moglie  tra lavoro, casa, cucina e tutto il resto; fa veramente un mazzo.  Ora non vorrei che toccasse a me partorire con dolore!

Buona vita!
maestrocastello.





















 





venerdì 24 dicembre 2010

e nonostante tutto, continua a nascere tra noi!

Sono passati duemiladieci di anni post Cristum natum e noi  il Cristo continuiamo a farlo rinascere   anno dopo anno in presepi sempre più sofisticati delle nostre città, ma sempre meno nei nostri cuori. Il Natale è un caposaldo della nostra tradizione cristiana, ma spesso resta solo un connotato artistico-culturale che ci riempie d'orgoglio e fa da da motivo conduttore di un lungo periodo di festeggiamenti, di frenesia da regalo, di occasione per cine-panettoni ed è un periodo in cui ci promettiamo solo a parole di essere più buoni, a dimostrazione che spesso siamo cristiani di pura facciata. Cristo è venuto a salvarci, ma noi vogliamo davvero essere salvati? Gli angeli annunciarono pace in terra agli uomini di buona volontà e noi, fino ad oggi, non abbiamo pensato che a fare guerre o ad appoggiare le guerre fatte dagli altri, camuffandole per missioni di pace!  Evidentemente non siamo propriamente degli uomini di buona volontà. Facciamo festa perchè quel Bambinello è venuto a riconciliare il cielo con la terra e noi non pensiamo che alla terra, o meglio, esclusivamente al nostro pezzetto di terra! Facciamo festa nelle nostre case perchè diciamo che Natale è la festa di ogni famiglia, ma intanto abbiamo quasi perduto il senso profondo di  cosa voglia dire avere una famiglia. Facciamo festa perchè Dio è nato uomo, ma intanto tra noi non solo non nasce più Dio; ma è sempre più raro che nasca semplicemente l'uomo! Facciamo festa intorno al presepio dove il Bambino giace sul fieno e le nostre case traboccano di ogni bene. Diciamo che questi sono i giorni dell'amore e della fratellanza  e non permettiamo ad un uomo di colore di varcare la nostra soglia. E' inutile che andiamo in chiesa a batterci il petto e poi facciamo fatica a donare la pur minima parte di ciò che per noi risulta superfluo. Ci ricorda San Basilio che: " Il pane che tu non usi è il pane dell'affamato, l'indumento appeso nel tuo guardaroba è il vestito dell'ignudo, le scarpe che tu non metti sono quelle di chi è scalzo, il denaro che tu tieni sottochiave è la moneta del povero, gli atti di carità che tu non compi diventano così le ingiustizie che tu commetti".  Sarebbe il caso di rispolverare la parabola dell'uomo di Gerico: “ Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre, dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. "Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui?" Gesù disse al suo interlocutore: «Va' e anche tu fa' lo stesso» . Purtroppo, oggi, il buon samaritano non scende più da cavallo! 
Visti i nostri comportamenti, sapete cosa ci direbbe probabilmente quel  bambinello ch'è nato questa notte? "Non voglio disturbare oltre la vostra festa e la vostra coscienza, vi invito solo a riconoscere che questa è la festa vostra e non la mia"; ma sapete bene che non ce lo dirà mai, perchè la capacità del perdono infinito non è cosa dell'uomo, ma è prerogativa di Dio.
Buon Natale!
maestrocastello.

giovedì 23 dicembre 2010

In questo mondo di ladri,


Se sei andato a scuola, ti sei mai chiesto chi paga gli insegnanti?  Se sei mai andato da un medico,  chi gli paga lo stipendio? Se mai sei stato vittima di un crimine,  chi paga la polizia, il procuratore  e il giudice? Vuoi avere una pensione?  Lo sai che devi prima pagare i contributi?  Lo sai che non pagando le tasse si ruba 2 volte: rubi per prima cosa ai tuoi connazionali che a causa tua verranno tassati maggiormente e  rubi allo stato per i servizi che ricevi senza pagare una lira, pardon, un euro?  Ti sei mai chiesto  perchè  i politici rubano e non pensano al bene comune?  Come mai non vengono mai puniti? Semplice, perchè  noi glielo lasciamo fare!  Come?  Non controllandoli a dovere,  non usando le armi democratiche che abbiamo a disposizione. Invece diventiamo loro fans,  proprio come facciamo  per Totti  e Del Piero  e accettiamo tutto, difendiamo con fanatismo i loro interessi, sacrificando i nostri e quelli dei nostri figli. Alcuni li abbiamo promossi a nostri supereroi e magari li portiamo  a modello per fronteggiare un nostro avversario politico. Quanti di noi difendono chi usa la politica per i traffici personali, spacciandoli per bene di tutti. Vi siete mai chiesto perché i vostri figli non trovano lavoro, quando questi ruffiani avevano promesso posti di lavoro per tutti? Balle, tutte balle per fare i loro  comodi. Cosa possiamo mai fare noi? - direte; ma facciamoli sentire precari della politica, come loro fanno sentire precari della vita i nostri figli.  Settimo: non rubare! E’ un comandamento che ha stretta attinenza col rapporto che noi abbiamo col denaro. Tutti noi pensiamo di non aver tanti problemi col settimo comandamento. Ma se leggiamo bene la bibbia, siamo un po’ tutti compari dei ladri. Gesù ebbe a che fare con Giuda e parlava quindi per esperienza diretta quando diceva:” Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza”. Gesù non si ferma troppo sul furto commesso dal balordo che svuota la cassetta delle offerte o del drogato che ti frega l’autoradio. Ma c’è qualche cosa  a proposito del settimo comandamento che gli sta più a cuore: il furto compiuto alla luce del sole, avallato dalla legge, o magari coperto della pietà. C’è una montagna di furti ai quali non diamo importanza perché la legge li ammette.  Per esempio, da anni le assicurazioni aumentano le polizze e diminuiscono i premi, con la protezione dello Stato. E che dire delle società sportive? Spendono cifre da capogiro mentre lo Stato regala loro  condoni e le banche coprono  i loro “debiti” (soldi che non saranno restituiti). E’ dell’annata scorsa l’intervento dello Stato per salvare le  banche e gli istituti di credito poi si infuriano contro il povero cristo che  fatica a saldare il suo mutuo. Non è forse un furto il finanziamento ai  partiti: bocciato da un referendum e ripristinato con una legge ad hoc? E i parlamentari che si aumentano il già lauto stipendio, non commettono forse un furto, quando c’è gente che sgobba per mille miseri euro al mese? La cosi detta prima repubblica fece il botto proprio a causa  di un ladrocinio generalizzato della nostra politica e mi sembra che stiamo approntando tutti i presupposti per ripetere quella esperienza. Una riunione internazionale come  il G8, una calamità naturale come il terremoto dell’Aquila, ecco che diventano il business della politica.  Sono solo alcuni esempi di come i furti più grandi contro la gente siano compiuti con l’avvallo della legge e gridano vendetta al cospetto di Dio. Dietro c’è la mentalità dell’egoismo e  dell’interesse personale. Viviamo in un mondo che se rubi una mela ti fai qualche anno di carcere e c’è chi si ruba tutto il cucuzzaro e non riescono mai a processarlo! Il ladrocinio è da sempre un’arte: devi rubare e contemporaneamente devi dare l’idea di essere un grande benefattore.  Padre Lele Ramin,  missionario  comboniano di Padova,  ucciso il 24 luglio 1985  in Brasile, quando aveva appena 32 anni, diceva che c’è differenza anche nel rubare: “Guardate, fratelli, i ladroni crocifissi con Cristo per vedere l'altra realtà. Quante volte si vide in Roma crocifiggere un ladrone per avere rubato poca cosa e nello stesso giorno essere portato in trionfo un dittatore che con l'esercito e le legioni aveva spogliato e rubato la terra degli altri popoli. Chi ruba una barca è pirata, chi ruba un'armata è imperatore. Chi ruba terre è onorato latifondista, proprietario, commerciante; chi occupa un pezzetto di terra per sopravvivere è ladrone; mentre questi sottrae un palmo di suolo e resta soggetto a vivere in continuo rischio e pericolo di morte, i grandi rubano senza timore e senza pericolo. Se i poveri rubano sono impiccati; ma se sono i ricchi a rubare, essi rubano e impiccano. Il grande poliziotto uccide i ladroni per avere la libertà di poter rubare da solo”.
Racconta un adagio che a rubare poco si va in galera!
Buona vita!
maestrocastello.