venerdì 22 giugno 2012

L'Italia arriverà in semifinale?


Sono in fila da mezz’ora ed ho fra le mani il famigerato modello F24, in attesa che arrivi il mio turno per pagare le prima semestralità dell’IMU e intanto penso. Penso che non sono stati nemmeno capaci di predisporre uno stampato apposito per l’IMU  e che stiamo utilizzando ancora quelli dell’ICI, penso  che il CAF del sindacato mi ha fottuto 15 euro per stampare  una sola riga da un programmino già predisposto sul computer che saprebbe fare anche un bambino di dieci anni, penso che il cittadino comune, gira gira, è sempre lui a pagare per tutti, penso che questa ennesima gabella sarà solo una goccia nel mare di debiti in cui stiamo affondando e servirà a ben poco così com’è predisposta, una parte grande allo Stato e solo una particina ai Comuni. Si aspetta la crescita per mantenere il tenore di vita a cui ci avevano abituati e nessuno ha il coraggio di ammettere che il capitalismo ha fallito e che sarebbe ora di cercare  modelli alternativi, magari di decrescita,  modelli che non seguano la logica sviluppista ad ogni costo che  considerano la Terra come un barile senza fondo. Penso che il governo ragiona come se fosse un individuo,  fa come il gatto che si morde la coda quando consente aumenti sul motore principe dell’economia che è il carburante. Penso che per fare cassa si abbassano perfino a fare  pubblicità istigatrice al Gratta e Vinci in televisione. Penso che l’azione politica s’è ormai ridotta alla pura manutenzione dell’egoismo e che perfino la sinistra sia incapace di gettare le basi per costruire una democrazia senza padroni e proprio nella fase in cui il capitalismo è morto e sepolto. Penso alle banche che non concedono prestiti alle imprese, penso ai mercati finanziari ridotti a mercatini rionali; penso all’inutilità di aver mandato i nostri figli all’università e che sarebbe stato meglio averli avviati ad un mestiere, a frequentare magari una bottega, come si faceva un tempo; forse oggi non avremmo archeologi e programmatori  a spasso; ma bravi idraulici, muratori e falegnami richiestissimi e con un cospicuo conto in banca. Arriva il mio turno ed il cassiere è tanto disponibile che non vuole accettarmi il modello, in quanto alla voce:”rateazione/mesi di riferimento” ho scritto gennaio/giugno, invece del codice 0101 che indica che si tratta della prima casa e solo il suggerimento di un tale che è dietro di me mi toglie dall’impaccio. Se invece di tediarci ogni sera con le storielle del Trota e del Tonno Gigante, avessero semplicemente istruito la gente su come compilare questo fottutissimo F24, ora non faremmo queste figure barbine. Mentre guadagno l’uscita penso  che la politica ormai non interessa più a nessuno e viene fatta al massimo col “mi piace” su facebook  e che le prossime elezioni rischiano di portare molte facce nuove in parlamento, ma poche novità nei meccanismi che muovono la società.  Se un modello non  funziona, non bisogna riproporre lo stesso modello. La modernità è finita e solo i politici sembrano non essersene accorti. Passiamo molto tempo fra telefonino e computer e  ci interessiamo dei fatti della politica per criticare al massimo i privilegi della casta o il parlamentare pescato con le mani nel barattolo della marmellata. Siamo portati a generalizzare e così decidiamo di non andare a votare, inconsapevoli che l’antipolitica fa più danni della cattiva politica perché alimenta quest’ultima e la rende più forte. Non è più tempo di deleghe, il capitalismo non è l’unico mondo possibile, questo l’abbiamo capito, e solo l’impegno in prima persona  può dettare  alla politica modelli alternativi ad esso. Il mondo ha bisogno di un’altra politica e di un’altra economia e molti fingono di non capire. Mentre mi avvio alla macchina, preso da questi pensieri; ascolto da due che discutono animatamente di pallone la vera domanda che gli italiani si pongono in questi giorni: "Ma l'Italia ce la farà ad arrivare in semifinale?".
Buona vita!
maestrocastello


martedì 5 giugno 2012

Il sorriso della vita.

Capita anche di apprendere della fine tragica di un giovane del tuo paese di appena 24 anni che correva dalla propria ragazza, ignaro di andare all'appuntamento anticipato con la morte. Il tuo pensiero corre allo strazio dei suoi genitori che stanno vivendo l'esperienza più tragica che possa capitare nella vita, quella di perdere un figlio, di essere improvvisamente privati di una parte di se stessi. Si chiamava Donato quel giovane, Donato come un dono che Dio ha rivoluto indietro troppo presto. Quel dolore non si elabora facilmente, perché lascia il posto ad una ferita che non si rimarginerà mai. I figli sono un bene assai prezioso ed anche se te lo ripeti spesso a parole, te ne accorgi nei fatti solo quando essi ti vengono a mancare. Avvenimenti così dolorosi sconcertano la mente e non restano solo un fatto privato, ma riguardano tutti, specie se accadono in una  comunità  di poche migliaia di anime come Sant'Agata di Puglia,  dove si conoscono tutti e quel giovane ne era parte integrante. Insieme si elabora meglio il dolore e si può concertare anche meglio il calore ed il giusto sostegno per quei poveri genitori dal cuore spezzato. Poi ti capita che la notizia tragica della perdita di questo figlio ti porti a pensare ai tuoi di figli che hanno abbandonato la tua casa ed ora vivono altrove. Pensi al grande dono di averli avuti tutti e due, pensi anche che sia giusto che ciascuno percorra la propria strada. Prima li portavi per  mano ed ora, al massimo, gli cammini a fianco, come dei vecchi compagni che si raccontano le malefatte del passato. Li consideri degli interlocutori preziosi e non degli amici, perché  gli amici sono un'altra cosa. Pensi che il tuo orgoglio non consiste che t'assomiglino, ma che si portino dentro qualcosa di te, di voi; ad esempio, il tuo stesso modo di abitare l'orlo delle cose che scivola tra le situazioni e le persone o l'ottimismo della loro mamma che li ha educati a guardare sempre il lato buono delle cose, senza tralasciarne quello deteriore. Pensi che quando erano piccoli avevi sempre qualcosa da ridire su di loro ed ora riesci perfino a vedere che sono migliori di te. Ami in loro la compostezza, ami l'assenza di vanità che ti appartiene, ami il loro piacere ricorrente di far ritorno al comune ovile. Pensi ch'è stato un grande dono l'averli avuti per casa per tutti quegli anni e vai fiero che hanno attenzione per gli altri e che rincorrono i loro sogni anche a caro prezzo, cosa magari che non hai fatto tu.  Cosa faranno da grandi? Magari lo stanno già facendo, come vivere senza le tue incertezze, le tue fragilità, le tue ansie e le tue continue paure. Pensi con gioia che loro rappresentano il lato buono della vita, la certezza che hai seminato bene, che i tuoi non erano solo sogni che si dileguano alle prime luci dell'alba. Eri convinto che il buono fosse altrove ed invece t'accorgi che il bene stava sotto i tuoi occhi ed erano i tuoi figli; allora il rammarico si trasforma in sano desiderio: che vorresti goderteli di più! 
Buona vita! 
maestrocastello 
                                                     

venerdì 1 giugno 2012

Il piacere di leggere.

Leggere è un privilegio esclusivo dell’essere umano. Coloro che amano leggere hanno vite più ricche e prospettive più ampie rispetto a chi resta indifferente davanti ad un libro o addirittura lo considera più un obbligo che un piacere. La colpa, in quel caso,  è  della scuola e della famiglia che non hanno saputo trasmettere il sano virus della lettura ed è per questo che tanti ragazzi considerano faticoso e poco interessante dedicare tempo anche ad una sola paginetta stampata. Il computer è divenuto così popolare che tanti ragazzi lo preferiscono ad un buon libro e  perdono così una infinità di buone occasioni. Leggendo si trascende il tempo, si entra in contatto con filosofi, saggi e poeti vissuti migliaia di anni fa, si visitano luoghi lontani senza prendere aerei, s’incontrano nuovi maestri, si sviluppano nuove idee e nuovi punti di vista. Tanti non leggono perché hanno poca familiarità con la lettura, non l’hanno fatto da piccoli oppure l’hanno fatto male. Basta iniziare con libri semplici che parlino di cose interessanti, libri che sappiano catturare la nostra attenzione, che mettano in viaggio la nostra fantasia, che ci facciano scordare di stare nel salotto di casa e siano in grado di guidarci in realtà ancora sconosciute. Una volta scoperto qual è il giusto meccanismo possiamo cimentarci anche con sfide più grandi e vedrete che questo processo  poi durerà tutta la vita. L’amore per la lettura si può trasmettere anche da piccoli : “Papà mi racconti una favola?”, dal racconto alla lettura il passo è breve. Si inizia raccontando a voce una storia e poi la si legge insieme al bambino e vi accorgerete che lui riscontrerà quasi sempre che abbiamo saltato alcuni passaggi; questo è un buon segno, vuol dire che abbiamo un figlio perspicace e attento. Ricordo ancora l’emozione di avere il mio primo libro delle elementari: annusavo la carta che sapeva di nuovo, guardavo continuamente le figure perché non sapevo ancora leggere e immaginavo quali storie potessero nascondersi dietro quelle figure; per  paura che potessi sciuparlo mia madre me lo aveva foderato con un cartoncino giallo paglierino, di quelli che i salumieri incartavano il pane. Era la prima volta che avevo una cosa tutta mia e fu così che iniziò la mia passione per i libri che ancora conservo. I grandi uomini sono stati grandi lettori. Napoleone, ad esempio, nella campagna d’Egitto e di Spagna aveva con sé ogni  genere di libri. Stendhal ogni mattina leggeva un centinaio di pagine che gli davano la carica giusta per affrontare la sua giornata di scrittore. Cosa ci spinge dunque a leggere? Si legge per conoscere attraverso l’uso di “parole accese” che, come tante luminarie ci indirizzano verso la casa della conoscenza.  Il piacere di leggere lo conosce soltanto chi legge e sarebbe buona abitudine parlare di libri in famiglia, avere libri in casa, vedere familiari che dedicano tempo al piacere della lettura, far percepire come normale e piacevole atto quotidiano  e come cura di sé, quello di  leggere un libro. A scuola si leggono spesso libri pallosi in funzione dell’esclusiva  conoscenza dell’autore ed i giovani lo fanno con molta sofferenza, tanto per strappare una sufficienza e ciò rischia di spegnere l’interesse del giovane alla lettura. In realtà quelle letture devono prescindere dal “”bello/brutto”, “mi piace/non mi piace”, perché servono a capire certi processi per cui si passa dal naturalismo al decadentismo che, altrimenti, non capiremmo.  Se non si può indurre alla lettura, almeno la si può stimolare attraverso molteplici iniziative. Quando insegnavo, avevo istituito l’ora di lettura, avevamo una biblioteca in classe, con libri portati da casa,  e così per un’ora alla settimana ciascuno doveva prendere un libro, leggerlo e, a turno, parlarne a tutta la classe. Come per miracolo, durante quell’ora anche le classi più scalmanate cadevano come in religioso silenzio, roba da pelle d’oca, e leggevano e raccontavano, ciascuno a modo proprio. Bisognerebbe fare più esperienze di questo genere ed anche se non si aumenterebbe il numero dei giovani lettori, almeno si darebbe a ciascuno l’opportunità non di ripetere non semplicemente  nozioni “a pappagallo”; ma di svolgere una sana pratica nel luogo maggiormente deputato allo scopo, l’aula scolastica. Termino con le parole di un giovane lettore: “Ci sono persone che si fanno le canne per amplificare i sensi, bèh io leggo e mi sconvolgo così!”.
Buona vita!                                         
maestrocastello


mercoledì 23 maggio 2012

La primavera intanto tarda ad arrivare.

Altro che crisi economica, quello che maggiormente deve preoccupare in Italia è la crisi antropologica. Ci si preoccupa molto del PIL e della perdita dei posti di lavoro ed intanto la morale è diventata un optional e le regole della convivenza civile sono ridotte a materiale da destinare al macero. I ballottaggi di domenica danno la misura esatta di quale sia il rapporto che la gente ha con la politica. Il forte astensionismo va letto come il rifiuto di tanti di continuare ad essere rappresentati da “gente infame che non sa più cos’è il pudore”. “Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!”, continua ancora Battiato nel suo mirabile pezzo: “Povera patria!”, capitani d’industria prestati alla politica che predicano sacrifici mentre banchettano allegramente alla tavola dell’Italia dissanguata dai loro stipendi da capogiro. Pensionati passati per un giorno dalla Camera o dal Senato che costano lacrime e sangue e che, rinunciando ai loro privilegi, potrebbero sanare il bilancio di uno Stato. Segretari di partito che gonfiano i rimborsi elettorali, tesorieri che destinano quei finanziamenti a spese di mogli e figli di segretari di partito. All’estero ancora si chiedono come sia possibile che tanti politici italiani siano accusati di misfatti gravissimi, dagli scandali sessuali alla mancanza di etica pubblica, e rimangano tranquillamente in carica come se nulla fosse? Questi signori hanno contribuito in modo prepotente allo sfacelo dell’Italia con anni e anni di mal governo, l’Italia ha accumulato un debito pubblico che supera quello di Spagna, Grecia e Portogallo messi insieme; essi sono i veri responsabili morali dei tanti suicidi che quotidianamente riempiono le cronache dei giornali, loro e i loro amici banchieri che hanno bloccato ogni tentativo di ripresa imprenditoriale, chiedendo tassi altissimi e consegnando tanti disperati in mano alle finanziarie che sono usurai autorizzati e degli autentici cravattari. Cambierà, cambierà,forse cambierà”, recita sempre Battiato e noi vogliamo sperarlo con tutto il cuore. I problemi si aggiungono ai problemi, le bombe a Genova e Brindisi, il terremoto a Finale, lo spread a quota 430, i partiti che pensano solo a come recuperare il voto dei troppi astenuti e questo governo che è convinto che il risanamento dei conti pubblici attraverso un sistema di tassazione così elevato ed il recupero dell’evasione fiscale possano da soli far ripartire il Paese. Francamente la vedo brutta. La verità è che la crescita reale di un Paese non può essere ideata solo da un gruppo di tecnici, ma necessita di una concertazione della politica sociale e dalla più larga condivisione di percorsi migliorativi e dalla disponibilità a farcela tutti insieme; come succedeva in passato. “Non cambierà, non cambierà, sì che cambierà, vedrai che cambierà”. "Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali, che possa contemplare il cielo e i fiori, se avremo ancora un po’ da vivere" . Nonostante tutto la gente non ha perso completamente la fiducia, anche se "la primavera tarda ad arrivare".

Buona vita!

maestrocastello

giovedì 17 maggio 2012

La messa è finita!

La messa è proprio finita a Sant’Agata di Puglia, paese dell’entroterra della Daunia, ai confini con Campania e Basilicata, arrampicato su di una montagna esilarante che sembra il punto di contatto tra terra e cielo. Se lo guardi di sera, mentre percorri il tratto d’autostrada Napoli - Bari, ti fa tenerezza, pare un presepio vivente con tutte quelle lucine colorate; apposta la regina Paola di Liegi una sera che percorreva l’autostrada ne rimase incantata ed espresse il desiderio di visitarlo. Questa amena cittadina pugliese è composta di case tutte scavate nella roccia, dalla bellezza architettonica incredibile e vanta la presenza di chiese a decine: San Nicola, San Angelo, Sant’Andrea, Sant’Antonio, San Rocco, la Madonna delle Grazie, la Madonna dell’Arco e cappellette varie ; un tempo ognuna aveva il proprio parroco che, fino a non molto tempo fa, celebrava i sacramenti in ogni giorno dell’anno. Quei preti ora sono in gran parte defunti o ultrapensionati e non c’è mai stato il ricambio;  il paese è stato ultimamente affidato alla cura spirituale di due eccezionali frati francescani che officiavano, a turno, in tutte le chiese di questo paese foggiano. In Italia si fa sentire la penuria di preti e la riorganizzazione delle diocesi porta spesso a lasciare piccoli centri senza la presenza fissa di un sacerdote. Il governo taglia insegnanti, uffici postali, servizi di trasporto e la Chiesa taglia sui preti. Ebbene Sant’Agata di Puglia, per ordine scritto del vescovo di Foggia e del Superiore francescano, dal 15 maggio 2012 è senza un prete; in quanto i due frati hanno avuto l’ordine di abbandonare. Sant’Agata è giustamente in rivolta ed alcuni cittadini si sono perfino incatenati nel tentativo di trattenere i due frati che, avendo pronunciato voto di obbedienza, non possono fare altrimenti. La notizia è rimbalzata sulle pagine di quotidiani locali e nazionali e teletrasmessa da “Telenorba”,”TG 3” e “Vita in diretta”; ma sembra non aver sortito ripensamenti da parte delle autorità ecclesiastiche competenti e probabilmente non ne sortirà in futuro.  Anche se la fine sembra ineluttabile, a noi corre l’obbligo di fare alcune considerazioni di merito. Ho visionato il video di commiato del frate-parroco Padre Eugenio e l’ho trovato davvero toccante e mi ha suggerito più di uno spunto di riflessione. Padre Eugenio, il frate che fungeva da parroco, è una persona burrosa, colta, intelligente, umana, ricorda  nell’aspetto Mario Monti, ma più simpatico; in poco più di un anno s’è calato nella realtà di un paese che non era il suo, fino a confondersi e sentirsene parte integrante, ha creato rapporti umani con tutti, ha presenziato in ogni occasione, anche tra strade impervie del paese, ha relazionato bene con i bambini, con i giovani e con gli anziani; insomma è stato il fulcro di questo paese che, attraverso lui, ha conosciuto il Vangelo, senza doversi scomodare a leggerlo. Questi sono i preti veri che piacciono a noi! Bravo Padre Eugenio, lo so che devi andare, ma ti ho visto commosso e combattuto  tra i tuoi sentimenti di uomo ed i tuoi doveri di frate; ti capisco e ti apprezzo. Ora arriverà l’incaricato di turno, quello che  dirà la messa forse solo la domenica a tutto il paese e tornerà ogni volta che muore qualcuno e quella vecchietta del video, rimasta senza nessuno, che viveva solo di chiesa, chi la consolerà? Forse dirà il rosario da  sola  nel chiuso della propria casa, pensando alle parole di Santa Teresa del Bambino Gesù: “Col Rosario si può ottenere tutto, esso è una lunga catena che lega il cielo e la terra; una delle estremità è nelle nostre mani e l’altra in quelle della Vergine” e aspetterà che si compia il miracolo e magari che un altro Padre Eugenio arrivi a Sant’Agata di Puglia.  La domanda che ci poniamo è che se oggi rischiamo di vedere un intero paese senza un prete, cosa succederà fra qualche anno ai nostri figli? Stanno emergendo nuove forme di comunità cristiana, le cosiddette unità pastorali che obbligano a reimpostare tutta la pastorale che coinvolge anche i laici. E’ vero che i laici non possono officiare il rito della Santa Messa e mutare il pane e il vino in corpo e sangue di Cristo; ma sono in grado di compiere tante altre funzioni che ieri erano di esclusiva competenza sacerdotale. Anche in un paese senza sacerdoti non deve mancare l'assistenza agli anziani, il catechismo ai bambini, il conforto a chi è in difficoltà. In questa sofferta fase di transizione, occorre chiederci se i laici cristiani siano pronti ad assumersi le responsabilità che derivano anche da questi cambiamenti. Provvidenzialmente questi cambiamenti possono diventare una occasione propizia per far capire finalmente  le responsabilità che sono  riservate loro perché cristiani battezzati. Dobbiamo però porci alcune domande. Esiste ancora una risorsa sufficiente di cristiani, oppure oltre alla carenza di preti dobbiamo anche riflettere sulla carenza di cattolici praticanti? Paura? In fondo gli apostoli erano dei semplici pescatori e se loro hanno saputo rispondere alla chiamata divina; perché non possiamo farlo anche noi? Da questo dipenderà il nostro futuro di essere dei cristiani e saremo sicuri che un paese potrà pure rimanere senza un prete; ma non resterà mai senza il conforto di Dio.
Buona vita!
maestrocastello

martedì 15 maggio 2012

Disabilità e buon senso.


Siamo onesti con noi stessi ed ammettiamo che ancora nel duemiladodici facciamo fatica ad accettare le diversità, che siano esse fisiche o che riguardino scelte religiose o sessuali diverse dal comune; non fa alcuna differenza. Prendiamo i disabili o comunemente detti handicappati. Quando ci imbattiamo in un posto di parcheggio a loro riservato, rigorosamente vuoto, ed in giro non c’è un posto libero manco a pagarlo oro; siamo presi da pensieri di rabbia: “Guarda questi rompicoglioni, tutte le comodità a spese nostre e nemmeno gli serve; tutto spazio sprecato… tanto è per poco! “ e gli occupiamo il posto; salvo doverlo liberare subito dopo, imbeccati dalla voce della direzione del centro commerciale, dove siamo appena entrati. Il termine “handicap” fu preso in prestito dal mondo dell’ippica ed indica una penalità; ma non piaceva; allora si pensò di sostituirlo col termine “disabile” che è formato da dis + abile, dove dis sta per “diverso”; ma qualche cervellone si svegliò la mattina e ritenendo che dis fosse una parolaccia, decise di ribattezzare il termine con “diversamente abile”. La politica, si sa, spesso  risolve le cose con le chiacchiere, e se la cavò con questo nuovo battesimo, facendo inoltre predisporre qualche scivolo davanti alle scuole e agli uffici pubblici e disegnando rettangoli gialli di parcheggio per gente in carrozzina che nessuno rispetta; ma, allo stesso tempo, taglia i fondi alle famiglie con figli portatori di handicap e non ha educato mai  tutti noi che i cittadini sono tutti uguali, con gli stessi doveri ed uguali diritti e chi è in difficoltà, va messo nelle stesse condizioni di noi così detti “normali”. Si spiega così che quelli che sono dei diritti dei disabili, vengano spesso confusi come  privilegi. Pensate che una persona in carrozzina non preferirebbe di gran lunga poter camminare con le proprie gambe; piuttosto che trovare un posto sempre pronto per poter parcheggiare? Il problema dei falsi invalidi è un’altra cosa, ma non fa parte del post odierno. Dovremmo avere tutti una grande dose di buon senso, abili e disabili. Chi frega il posto riservato ad un diversamente abile, gli nega un diritto sacrosanto e di esempi ne vediamo tutti i giorni; ma assistiamo pure a scene dove la mancanza di buon senso riguarda anche il disabile. A certi non difetta solo il poter deambulare, ma hanno limitato anche il cervello. La scorsa settimana ero nei pressi di un mercatino rionale e faceva molto caldo. Noto un giovane dai tratti asiatici che stazionava, all’interno del suo furgone, in un tratto di strada ombreggiato e degli altri automobilisti, in cerca di frescura, che lo stavano imitando. Il poverino non s’era accorto che il suo automezzo ostruiva l’accesso ad un posto riservato ad automobilisti muniti di contrassegno handicap. Non capita che di lì a poco arriva un’auto munita di tale contrassegno, intenta a guadagnare proprio quel posto libero? Si accorge che il furgone è di ostacolo e inizia a strombazzare col clacson in maniera sempre più assordante, con l’intento per far spostare il muso giallo che era all’interno del suo mezzo e non s’era accorto di nulla.  Probabilmente il tizio era in cuffia ad ascoltare musica. Nel frattempo quel clacson si fa sempre più imperioso ed ecco che scende una signora, perfettamente deambulante, che si avvicina minacciosa al giovane “occhi a mandorla” e lascia partire insulti di stampo razzista degni di uno scaricatore di porto. Il giovane finalmente si accorge, sposta il suo mezzo, e porge le sue scuse alla signora che continua imperterrita ad offendere, sotto lo sguardo allibito di una folta platea di curiosi che disapprovano le sue frasi ingiuriose, compreso chi vi sta scrivendo. Mi chiedo: dov’è finito il buon senso? Per certe persone esistono solamente i diritti. Saranno pure diversamente abili; ma sono ugualmente stronze!
Buona vita!
maestrocastello

martedì 8 maggio 2012

Voti ed ex voto.

Il paese sembrava essersi destato dal torpore che solitamente lo avvolgeva, finalmente succedeva qualcosa: domenica e lunedì si sarebbe votato per eleggere il sindaco. I muri erano  tappezzati di facce eccentriche dai cognomi pittoreschi e un carretto munito di altoparlanti come quelli degli ambulanti che vendono patate per strada, aveva percorso le strade cittadine da alcune settimane, assordando la gente al grido:  “Vota e fai votare!”.  Manifesti, volantini e santini narcisistici di loschi figuri locali erano solo la parte esteriore del tutto; ma nei paesi, si sa, da sempre la campagna elettorale si svolge sottotraccia. Ti avvicinano in piazza vecchi tromboni che fino ad ieri manco ti pisciavano e ti prospettano, se li voti, del possibile impiego di uno dei tuoi figli nello stabilimento industriale che amici della provincia gli hanno promesso di aprire proprio nelle vicinanze del tuo paese. Pie donne fanno il giro “casa per casa”, chiedendo voti di preferenza e promettendo ex voto sotto forma di favori e pacchi dono per  famiglie indigenti; una vera e propria compravendita di voti di sull’altare della povertà. Questi signori del feudo e le loro comari si comprano la fame dei tuoi figli, come i loro padri già fecero  con tuo padre, in un giro di voti di scambio che non portano a nulla di concreto. Ti promettono la luna, ma si sa che la luna ha smesso di passare per il tuo paese; tant’è che un giorno dovesti fare le valige e andartene, insieme a tanti altri disperati, per cercare fortuna in un’altre parti di questo mondo. Ora che sei tornato ti accorgi che tutto è rimasto come allora. Quando i paesi erano gremiti di gente, non meravigliavano quelle partenze, perché facevi il giro dei parenti e, tra un abbraccio e una lacrima, tutti sapevano che un giorno saresti tornato. Ora è diverso, non se ne accorge più nessuno che sei sparito e le partenze anche di pochi, tra un numero sparuto di abitanti, si notano e come. I paesi si svuotano e questi signorotti incontrastati padroni di feudi deserti con la bandiera arancione che vengono scelti a cura dei luoghi incontaminati della tua infanzia, in tua assenza, progettano discariche, avallano cementificazioni scriteriate e passaggi di elettrodotti dove non si potrebbe; con la promessa di posti di lavoro per cittadini, amici di partito e intanto permettono la chiusura dell’unico ufficio postale del paese, del circolo didattico che si sposta nel comune vicino e va a finire che una comunità che pullula di chiese con una certa storia, ora si ritrova a non avere nemmeno un prete per dire la messa ai vecchietti la domenica. Assegnano a questi posti la bandiera arancione della desolazione, con case statiche che si assomigliano sempre più fra loro, ma sempre meno ai pochi che le abitano e che la fanno da padrone. Per fortuna che qui non cambia nulla e le promesse finiscono in una bolla di sapone. Le case, a differenza delle persone, non abboccano alle false promesse del pifferaio di turno e sono restie ad ogni cambiamento. il paese gronda di vita pure in un muro scrostato, in un tetto sfondato, in un portone che non si apre da anni. Questi ruderi sono ospitali con il vento e col sole, accolgono l’alba ed il tramonto e ci aspettano sempre; sicuri che un giorno riprenderemo da dove avevamo interrotto.
Buona vita!
maestrocastello