sabato 11 agosto 2012

Nella valigia di cartone, la speranza di un futuro migliore.


Emigrante fa rima con distante. Le rondini migrano alla volta di posti più caldi, l’uomo va alla ricerca di nuove opportunità di lavoro. L’esilio è la frattura scavata tra un essere umano ed il suo luogo natio, ossia la sua vera casa. La tua casa non ti appartiene più perché l’hai svenduta e quando pensi di avere i mezzi per riappropriartene; ti accorgi che non è più la stessa, perché sono trascorse più generazioni e si è persa la memoria di come era un tempo. La storia e la letteratura raccontano di ritorni eroici e romantici che somigliano tanto a sforzi per superare i dispiaceri dell’estraniamento. Ulisse al  ritorno vive essenzialmente di ricordi  e mette tenerezza l’utilizzo delle sue residue energie per avere il diritto all’antico talamo, ricavato da un tronco d’ulivo, che contende ai perfidi Proci.  L’esilio resta comunque una sconfitta per ciò che si è lasciato alle spalle e che difficilmente potrà tornare indietro, la perdita di qualcosa che si è persa per sempre. L’esilio è sinonimo di sofferenza di un’intensità unica. Solo chi non ha provato a stare lontano dal luogo natio non può sapere quanto sia arduo vivere soltanto di ricord di volti, di sapori, di odori e di voci familiari; solo chi vive lontano sa… “ come è duro calle lo scendere e  ‘l salir  pe l’altrui scale” (Dante- Paradiso XVII° canto). Eppure la cultura moderna occidentale è in larga misura opera di esuli, emigrati e rifugiati che hanno portato una ventata di aria nuova, rompendo con la tradizione. Quanti emigranti, figli soprattutto di un sud lasciato troppo solo in fondo ad ogni classifica, si sono distinti per impegno e creatività.  Il critico George Steiner afferma giustamente che questa civiltà che ha privato così tanti di una casa debbano, a buon diritto, essere chiamati “poeti senza dimora e vagabondi del linguaggio”. Senza voler fare del vittimismo è proprio il sud che festeggia più di tutti e, quasi sempre in agosto, “la festa dell’emigrante” che ritorna all’ovile. Sto povero Cristo che, in cuor suo, pensava di poter ritornare vincitore ed invece spesso torna da sconfitto; ormai sono passati tanti anni e non se lo caca più nessuno. Il sud è gioia e rabbia. Il sud è bipolare: ti esalta e ti svilisce. Terre gremite ad agosto e a dicembre abbandonate: il sud ormai non ti sorprende più, torni e ti ritrovi il tuo sud delle pale eoliche spesso ferme, il sud dei caciocavalli, il sud delle troppe case chiuse, il sud che lascia le olive sugli alberi perché non c’è più nessuno che le coglie, il sud dei paesi popolati solo da novantenni, il sud dove si raziona l’acqua in estate, il sud dell’abbandono, il sud che staziona al bar della piazza, il sud della “passatella a base di birra, il sud che spesso recrimina; ma non si ribella, il sud che s’è fatto la casa col terremoto, il sud dei sindaci che fanno i dottori, il sud pieno di parlamentari che non fanno un cazzo per la loro terra d’origine, il sud del vino buono e del grano in abbondanza, ma  che va a fare la spesa di schifezze alla Mongolfiera, il sud dell’olio extravergine d’oliva, dei polli ruspanti e dei capicolli; il sud che ha mille potenzialità che, spesso, non servono a nulla, il sud che non crede più nei miracoli e non spera. L’emigrante sa già ch’è cosi; intanto ritorna! Anch’io sono un emigrante che per mille motivi non indovina mai l’approdo e sogna un giorno di fare ritorno in una casa ideale, salvata dall’attacco delle betoniere,dove la catenella per legare il mulo è ancora al suo posto, piantata nel muro davanti casa; magari arrugginita perché il mulo non lo lega più nessuno. Vorrei far ritorno in una casa così che profumi ancora di pane appena sfornato,sentire la voce ferma di mia madre che mi dice:”Giovà, porta lu criscent (lievito madre) a la comare che ce l’ha prestato!”. La mia resta solo un’illusione e la mia casa ideale me la porto sempre nel cuore, come l’amore smisurato per i miei genitori, due persone che non ci sono più, due vecchi che non avevano nulla; eppure mi hanno dato tutto.
Buona vita!
maestrocastello

sabato 4 agosto 2012

la morale della favola.

Storiella:  In una sperduta fattoria della Russia vivevano Ded e Baba, due anziani contadini. La loro casetta era fatta di legno, con le finestre intagliate e colorate, c’era un tavolo da un lato, con delle seggiole impagliate dalle sapienti mani di Ded e, proprio al centro, c’era una grande stufa di porcellana. La loro vita scorreva semplice e tranquilla assieme ai molti animali che vi crescevano intorno, come galline, oche, maialini, un cane ed alcuni cavalli. Un bel mattino però, la loro Kurochka, una gallina pezzata, depose nella paglia un uovo  tutto d’oro. I due vecchi rimasero meravigliati e nessuno dei due si decideva a prendere l’uovo e ad aprirlo: Ded non voleva, Baba  nemmeno…. Così misero l’uovo sul tavolo per rimirarlo di tanto in tanto e sentirsi fortunati di aver ricevuto un simile dono. Un giorno però, un topolino sbucò dalla sua tana e saltò sul tavolo in cerca di cibo…. Senza neanche accorgersene urtò con la coda l’uovo che cadde a terra e si aprì. Ded cominciò a piangere, Baba anche e così pure tutti gli animali della fattoria. In tutta quella confusione la gallina Kurochka stranamente cominciò a parlare e disse che non c’era bisogno di piangere, che presto avrebbe deposto un altro uovo non più d’oro, ma normale…….
Morale della favola : Spesso diamo molta importanza alle cose materiali solo perché brillano come l’oro e perciò le riteniamo più preziose delle altre. Kurochka è saggia ed invita tutti a non dolersi per aver perso un uovo, seppure dorato, perché c’è sempre la possibilità di farne un altro, non così prezioso, ma ugualmente utile. La favola invita a ripensare ai valori essenziali della vita che in quest’epoca dell’apparire abbiamo un po’ tutti perso di vista.  Quello che manca è un po’ di tempo da dedicare ogni giorno a qualche semplice riflessione su ciò che è davvero importante per noi. Solo in questo modo si possono prendere le distanze da tutti quei falsi bisogni che un mondo come il nostro, tutto impostato sulle apparenze, cerca di indurre in ciascuno di noi, per averci docili consumatori di beni spesso inutili. La pubblicità ci spinge a credere che il possesso di questo o quel bene possa darci la felicità ed allora trascorriamo buona parte della nostra vita per procurarci i mezzi economici per raggiungere l’obiettivo del momento. Non importa se poi non lo raggiungeremo mai. E’ giunto il momento di dichiarare decadute le deleghe che avevamo fatto alla politica, alla televisione, all’imbonitore di turno e riappropriarci della nostra capacità di giudizio, per cercare di condurre una vita più consapevole e soprattutto più serena; altrimenti continueremo a credere ancora alle convergenze parallele della politica, all’olio di prima spremitura (come ce fosse una seconda e una terza) e al bifidus  actiregularis e  tutte le cazzate che ci propinano alla televisione..
Buona vita!
maestrocastello

giovedì 26 luglio 2012

Alzati e cammina!


Non mi capacito proprio del tempo che passa e non perché non riesca a capire che i tempi cambiano, le mode passano e l’uomo invecchia. Quando ero più giovane mi sentivo come immortale e pensavo sinceramente che vecchi ci sarebbero diventati solo gli altri e che a me non sarebbe mai toccato. Ora che ho perduto la mia bella chioma scura, i ciglioni neri sono divenuti “cacio e pepe” e che sono pieno d’acciacchi; penso sinceramente che anch’io sto, come tutti del resto, invecchiando. Nato nel millenovecentoquarantotto, sono stato ragazzino negli anni cinquanta, quando non c’era più la guerra; ma si faceva ancora la fame. Al mio paese, Sant’Agata di Puglia, appartenevamo quasi tutti a famiglie numerose. Hai voglia a dire che dove si mangia in tre, si mangia anche in quattro; noi eravamo già in sette e quando hai una fame  mangeresti anche i sassi!. In prima elementare eravamo in trentuno: ditemi, di grazia, come faceva quel povero maestro ad insegnare a tutti e trentuno? Ero così basso che il maestro, Peppino Danza, pace all’anima sua,  metteva un panchetto davanti alla lavagna e mi faceva montare, per farmi leggere quello che lui stesso ci aveva scritto. In seconda facevo la spola con mio fratello Gerardo per andare alla refezione scolastica. Noi, pur essendo famiglia numerosa, avevamo diritto ad un solo pasto gratis  al giorno per famiglia alla refezione e facevo la spola con mio fratello per entrare: un giorno entrava lui ed io aspettavo di fuori ed il successivo toccava a me. Chi entrava mangiava o il primo o il secondo, questo era l’accordo, l’altro pasto lo portava al fratello che aspettava fuori. Ricordo che allora avevamo tanta fame; ma anche tanta dignità. Ora mangio pochissimo la carne, ma allora si vedeva solo alla domenica: mamma faceva il ragù di carne, ci condiva la pasta fatta a mano e poi ci serviva la carne come secondo. Guardavo mio padre che aveva il pezzo più grosso ed allora lo invidiavo. Un inverno del millenovecentocinquantasei il mio paese rimase isolato per la troppa neve ed arrivarono gli elicotteri a portare vettovaglie e vestiario alla parte della popolazione più indigente. Ricordo solamente che il giorno dopo un mio compagnetto, di soprannome “Mangiacarne”,  sfoggiava orgoglioso un paio di galosce giallo-fiammante ed io lo guardavo con invidia. Pensai che ero indigente , ma non ancora abbastanza per avere anch’io un paio di galosce colorate. Poi arrivò la televisione in piazza XX Settembre e noi sembravamo gli indiani a cui gli uomini di Colombo mostravano gli specchietti. Il cinema, la televisione: prima si camminava; ora si corre; adesso si telefona o si vaga  nella rete. Mio padre che faceva il muratore, si alzava alle tre del mattino e percorreva a piedi decine di chilometri per portarsi sul luogo di lavoro e dopo otto-dieci ore di vero mazzo; un’altra decina di chilometri di altro mazzo per tornare a casa distrutto. Nella civiltà contadina era una regola percorrere molte ore al giorno insieme al mulo e alla zappa per raggiungere quel lenzuoletto di terra che spesso era un lenzuoletto di pietre. Quello che più mi spaventa è che prima eravamo tutti in continuo movimento, grandi e piccini; ora le strade sono piene solo di stranieri. Chi prende più un autobus? Solo gli stranieri! Sono tante le badanti che percorrono decine di chilometri ogni giorno per spostarsi dal letto dove dormono a quello dell’anziana che stanno accudendo. E noi che facciamo? Perdiamo tempo a telefonarci., siamo fermi davanti alla televisione, al computer o ad un semaforo, all’interno di un’automobile. La verità è che non cammina più nessuno, solo quelli che magari sono a rischio d’infarto; ma lo fanno lo stesso e noi che non ne siamo impediti non lo facciamo mai. Il teatro, la partita, le corse; meglio vederle alla televisione: patatine, birra e facciamo arrivare le pizze dal bar sotto casa  per gli amici e tutti davanti alla tele nuova:  un plasma da cinquanta pollicioni e non so se mi spiego! A volte ripenso all’infanzia, ripenso al paese e qualche amico mi dice che ora anche lì non si cammina, i giovani stazionano davanti al bar e si spostano al massimo per raggiungere la sala giochi o il pub; ma che cosa ci sta succedendo? Prima si camminava, ora si telefona; ma che cazzo ci dobbiamo dire di così importante? Forse è arrivato il tempo di alzarci dal divano di casa, di sfilarci le pantofole e rimetterci in cammino come un tempo. Dobbiamo convincerci che quella di facebook è solo un surrogato; la realtà è diversa. Non dobbiamo meravigliare nessuno, ma solo noi stessi e la meraviglia sta nella natura che aspetta di fuori; aspetta solo di essere percepita e non soltanto descritta dai ciarlatani della parola. Alziamoci ed andiamo e non restiamo fermi “come  stracci sotto il ferro da stiro”.
Buona vita!
maesrocastello

sabato 21 luglio 2012

I cani si abbandonano per strada, gli anziani a domicilio!


Prendete un giovane di venti-trent’anni ed  un  signore maturo di sessanta-settanta, cos’hanno in comune le due generazioni? Nulla, direte a primo acchito; ed invece ci sono delle analogie a volerle trovare. Sono due forze inespresse da valorizzare che hanno un grande bisogno di ricollocarsi in una società che rimanda l’ingresso nella vita attiva dei più giovani e spesso costringe i meno giovani ad un’inattività forzata, ad un ruolo protetto; mentre essi sentono di poter ancora dare molto alla famiglia ed alla società. Le recenti leggi sul pensionamento vanno migliorando sempre più la posizione dell’anziano, grazie alla convinzione che la vita media dell’uomo si sia allungata; ma una società capitalista la cui cultura fa perno sul principio di utilità e produttività, non può che  considerare una colpa la debolezza fisica, ovvero l’inefficienza e così la figura dell’anziano perde quei valori che un tempo suscitavano rispetto ed ammirazione. Il tempo nulla poteva contro il valore dell’esperienza, della memoria  e del rispetto che veniva inculcato verso chi aveva vissuto. Solo nei vecchi films indiani vediamo che ogni decisione importante viene presa dopo aver consultato gli anziani. Oggi non è facile comprendere bene cosa sia la vecchiaia ed apprendere quale sia il linguaggio giusto da adottare per entrare in contatto con essa. Cosa abbiamo insegnato ai nostri figli? I giovani fanno ben poco per gli anziani e quel poco che fanno lo fanno sotto dettatura, per uno sterile senso del dovere: qualche passeggiata in primavera, un saluto distratto qualche volta al mese, la telefonata a Natale per ringraziare del regalo e in estate e poi ciascuno per conto proprio. I vecchi vengono abbandonati alla stessa stregua dei cani in autostrada e poi ci stupiamo più dell’abbandono dei cani e  meno degli anziani! Il nostro spiccato senso del materialismo ci fa considerare nonno e nonna troppo lenti, in un’era dalla tecnologia veloce in cui l’uomo reale perde la propria dimensione a vantaggio dell’uomo virtuale che,  se pur non esiste, ha comunque il sopravvento sugli anziani. Quanto ci stiamo perdendo, forse ce ne accorgeremo domani. Vivere insieme agli anziani non dovrebbe essere per dovere, ma per raccontarsi che la distanza del tempo ha qualcosa di atavicamente magico che può colmare quel vuoto chiamato solitudine. Perché pensate che dopo un ricovero in ospedale tanti anziani non desiderano di esser e dimessi? E’ semplice: hanno paura della solitudine che li attende a casa. Gli esperti la chiamano “Sindrome di Enea”, perché l’eroe troiano era riluttante ad abbandonare Itaca per paura dell’ignoto e l’anziano non vuol abbandonare l’ospedale, un luogo comunque vivo, per paura di restare escluso da ogni contatto umano. Il degrado economico e sanitario degli anziani è addebitabile ai governi, ma quello spirituale e culturale va addebitato ai giovani. Il vuoto della solitudine di un anziano lo può riempire solamente l’affetto euforico e vitale di un giovane. Le Carte dei Diritti degli Anziani possono sancire quello che vogliono, ma le leggi restano lettera morta se nessuno poi se ne fa carico. Non limitiamoci alla buona educazione di cedere il posto sull’autobus ad un nonno; prima ascoltiamolo, avrebbe qualche cosa di importante da dirci che potrebbe tornarci utile un domani.  Ascoltiamolo, prima di diventare irrimediabilmente aggressivi, nevrotici e privi di sensibilità. Siamo in estate: i cani si abbandonano per strada ed i vecchi a domicilio e muore sempre più gente in solitudine! In una grande città un vecchio muore di solitudine per la rarefazione delle relazioni familiari e per la scomparsa progressiva dei rapporti di buon vicinato. La “morte in solitudine”esclude la possibilità di chiedere aiuto e ricevere aiuto ed è quello che succede nelle grandi città. L’anziano entra in un tunnel in cui i desideri coincidono con i sogni che nessuno ascolta e nessuno realizza. Cosa sogna un anziano? Il bisogno di compagnia, poter scambiare una chiacchiera, l’aumento della pensione, chi gli porta una cassa d’acqua fin dentro casa ed essere considerati come una volta.  La pensione non gliela possiamo aumentare, ma almeno possiamo strappare loro un sorriso!                                                                                                                                                                         Specie nei piccoli paesi, non lasciamo soli gli anziani!
Buona vita!
maestrocastello

lunedì 16 luglio 2012

I ricchi s'abbronzano, i poveri si ustionano!


Vabbè che siamo in tempo di crisi, ma che vuoi che a mezzo luglio non facciamo una capata al mare? D’altronde siamo o non siamo un popolo di navigatori? Quelli che lavorano o che non se lo possono permettere rimangono in città e girano bordeggiando le vasche delle piscine cittadine che pullulano di esagitati con le mollette stringinaso, cuffie di gomma, gente che si tuffa rumorosamente appena usciti dagli spogliatoi e i ben educati  pieni di meraviglia: “Ma qui si entra in acqua senza neanche fare la doccia?”; si chiedono. “Senza fare la cacca”, risponderebbe uno di mia conoscenza che ha studiato ad Oxford. I poveri si sa che sono pieni di mille domande che vanno dal “lì si tocca?” al “è salata?” e chi, senza farsi troppe domande, come chi non ha preoccupazioni finanziarie e nemmeno balneari, si tuffa con decisione, senza nemmeno un lamento; anche se fa un freddo della Madonna. L’acqua è classificante. Il povero a contatto dell’acqua si eccita, perde il controllo e si sbraca. Se vi è capitato di frequentare una piscina in un giorno di festa, avrete notato che la densità dei bagnanti diminuisce man mano che l’altezza dell’acqua sale. Cioè il povero non sa nuotare; per lo meno quello dell’entroterra. La minoranza dei non abbienti in grado di mantenersi a galla, invece, si agita nelle vicinanze del trampolino ed esegue in continuazione dei tuffi disumani ed emette dei barriti per richiamare l’attenzione di tutti. I non nuotatori, abbarbicati da una parte come cozze, guardano con ammirazione e restano fino a tardi per paura di non godere a sufficienza del pagato ed escono che sono blu e pieni di brividi. E al mare la situazione non cambia, i ricchi si abbronzano e i poveri si ustionano; d’altronde questi ultimi non possono graduare l’elioterapia: hanno pochi giorni a disposizione e basta un temporale a compromettere la tintarella. Il ricco arriva al mare che è già abbronzato e asciutto nel fisico; mentre il povero sembra una mozzarella di bufala gigante e si accarezza di continuo un’epa che ha perso i connotati di stomaco ed ha assunto le sembianze di un bombolone GPL di certe casette di campagna. I ricchi sono garbati, misurati e hanno una gran confidenza con l’acqua, alternando i vari stili di nuoto; mentre il povero non conosce le mezze misure. I figli dei poveri quando sono al mare sembrano bestie: entrano ed escono di continuo dall’acqua vociando e se ne fottono se l'acqua è calda o fredda; sbattono i piedi schizzando gli astanti e devono giocare per forza a pallone! I loro papà o arrostiscono al sole, oppure, avendo scambiato la venuta al mare per una gita fuori porta,  sono infossati sotto l’ombrellone ed hanno la bocca sempre impegnata ad azzannare panini con frittata, avanzi di lasagna e insalate di riso che nuotano nell'olio d'oliva; sono in eterna digestione e il bagno non lo fanno praticamente mai. Questi disgraziati domani torneranno al lavoro, magari con le stimmate sulla schiena; ma contenti che, almeno per un giorno, hanno sfidato la crisi; mentre i loro figli, con paletta e secchiello, si romperanno le palle  tutto il giorno nel cortile di casa, pensando di essere ancora al mare.
Buona vita!
maestrocastello

giovedì 5 luglio 2012

Limitare gli sprechi

Questa crisi non ci abbandonerà fino a quando resteremo nella convinzione che la si possa superare solo grazie a ricette di tecnici qualificati o a pozioni miracolose di qualche sciamano prestato alla politica e non guadagneremo  invece la convinzione che i tempi dello scialacquìo generale non potranno più ritornare, che bisogna partire dal singolo, mutando ad esempio, lo stile di vita di ciascuno. Pensateci bene, all’inizio della crisi molti si sono visti persi al solo pensiero che avrebbero dovuto rinunciare a tante futili comodità che si erano via via concesse nel corso di questi anni, come il garage per la seconda macchina, l’abbonamento per le partite di calcio, l’iPhone che si collega ad internet in qualsiasi momento, il televisore in ogni stanza, il telefono cellulare che ce l’aveva pure il gatto di casa e… potremmo continuare. Ci pensate quanto spreco facciamo? Finché poteva permetterselo l’intero pianeta, ci abbiamo prestato poca attenzione, poi la crisi ha messo noi personalmente nella condizione di dover contrarre le spese e, di conseguenza, ridurre gli sprechi e di questo il pianeta Terra ci ringrazierà. Secondo i dati della FAO, un terzo della produzione mondiale di cibo viene sprecata. Ovviamente non solo gli sprechi della nostra tavola. Ci sono gli sprechi del produttore, quelli del distributore e del rivenditore. C’è lo spreco dei costi di produzione e distribuzione. Lo spreco del mancato raccolto (Nel 2010 nel mondo sono stati sprecati 900 milioni di metri cubi di acqua, a causa del mancato raccolto di 6,5 milioni di tonnellate di frutta e verdura lasciata a marcire nei campi, in barba a tanta gente che muore letteralmente di fame). C’è lo smaltimento dello scarto stesso. Potremmo continuare così a lungo. L’unico modo in cui possiamo incidere direttamente ed indirettamente è limitare i nostri sprechi personali. Acquistare il giusto e consumarlo per intero; non lasciarsi tentare da offerte speciali che non possiamo poi mangiare. Lasciando passare in dispensa o in frigo la data di scadenza (uova, scatolame, pane, latte, formaggi, affettati ecc..). Trovo davvero utile quanto affascinante  a livello gastronomico il riutilizzo degli scarti degli alimenti. Così affascinante, etico e necessario, da essere diventato un filone nascente (ma strutturato) della nostra cucina. Ed ecco che le foglie del broccolo finiscono nel minestrone, la frutta troppo matura diventa un gustoso frullato che delizia il palato dei nostri figli, la buccia del limone invece di finire nel pattume, viene grattugiata sul pesce o messa nell’impasto del ciambelline, rendendolo incredibilmente aromatico. Navigando sul web e frugando nei vari libri di cucina possiamo recuperare le ricette della nostra tradizione, contribuendo a tramandarle e a non disperderle. Chi ha qualche annetto come me, ricorderà ad esempio il pancotto, antica ricetta, io dico pugliese; ma sarà sicuramente appartenuta a tutta quella gente che non se la doveva passare tanto bene ed utilizzava anche il pane raffermo che lessato per alcuni minuti in acqua contenente bietole già cotte, qualche patata lessa  e condito con soffritto di aglio, olio e peperoncino piccante diventava una prelibatezza per palati raffinati.  Ecco che la consapevolezza di ridurre gli sprechi, oltre ad essere un dovere etico e morale, diventa anche una necessità economica e di gusto che può migliorare il nostro stile di vita, crisi o non crisi.
Buona vita!
maestrocastello

venerdì 22 giugno 2012

L'Italia arriverà in semifinale?


Sono in fila da mezz’ora ed ho fra le mani il famigerato modello F24, in attesa che arrivi il mio turno per pagare le prima semestralità dell’IMU e intanto penso. Penso che non sono stati nemmeno capaci di predisporre uno stampato apposito per l’IMU  e che stiamo utilizzando ancora quelli dell’ICI, penso  che il CAF del sindacato mi ha fottuto 15 euro per stampare  una sola riga da un programmino già predisposto sul computer che saprebbe fare anche un bambino di dieci anni, penso che il cittadino comune, gira gira, è sempre lui a pagare per tutti, penso che questa ennesima gabella sarà solo una goccia nel mare di debiti in cui stiamo affondando e servirà a ben poco così com’è predisposta, una parte grande allo Stato e solo una particina ai Comuni. Si aspetta la crescita per mantenere il tenore di vita a cui ci avevano abituati e nessuno ha il coraggio di ammettere che il capitalismo ha fallito e che sarebbe ora di cercare  modelli alternativi, magari di decrescita,  modelli che non seguano la logica sviluppista ad ogni costo che  considerano la Terra come un barile senza fondo. Penso che il governo ragiona come se fosse un individuo,  fa come il gatto che si morde la coda quando consente aumenti sul motore principe dell’economia che è il carburante. Penso che per fare cassa si abbassano perfino a fare  pubblicità istigatrice al Gratta e Vinci in televisione. Penso che l’azione politica s’è ormai ridotta alla pura manutenzione dell’egoismo e che perfino la sinistra sia incapace di gettare le basi per costruire una democrazia senza padroni e proprio nella fase in cui il capitalismo è morto e sepolto. Penso alle banche che non concedono prestiti alle imprese, penso ai mercati finanziari ridotti a mercatini rionali; penso all’inutilità di aver mandato i nostri figli all’università e che sarebbe stato meglio averli avviati ad un mestiere, a frequentare magari una bottega, come si faceva un tempo; forse oggi non avremmo archeologi e programmatori  a spasso; ma bravi idraulici, muratori e falegnami richiestissimi e con un cospicuo conto in banca. Arriva il mio turno ed il cassiere è tanto disponibile che non vuole accettarmi il modello, in quanto alla voce:”rateazione/mesi di riferimento” ho scritto gennaio/giugno, invece del codice 0101 che indica che si tratta della prima casa e solo il suggerimento di un tale che è dietro di me mi toglie dall’impaccio. Se invece di tediarci ogni sera con le storielle del Trota e del Tonno Gigante, avessero semplicemente istruito la gente su come compilare questo fottutissimo F24, ora non faremmo queste figure barbine. Mentre guadagno l’uscita penso  che la politica ormai non interessa più a nessuno e viene fatta al massimo col “mi piace” su facebook  e che le prossime elezioni rischiano di portare molte facce nuove in parlamento, ma poche novità nei meccanismi che muovono la società.  Se un modello non  funziona, non bisogna riproporre lo stesso modello. La modernità è finita e solo i politici sembrano non essersene accorti. Passiamo molto tempo fra telefonino e computer e  ci interessiamo dei fatti della politica per criticare al massimo i privilegi della casta o il parlamentare pescato con le mani nel barattolo della marmellata. Siamo portati a generalizzare e così decidiamo di non andare a votare, inconsapevoli che l’antipolitica fa più danni della cattiva politica perché alimenta quest’ultima e la rende più forte. Non è più tempo di deleghe, il capitalismo non è l’unico mondo possibile, questo l’abbiamo capito, e solo l’impegno in prima persona  può dettare  alla politica modelli alternativi ad esso. Il mondo ha bisogno di un’altra politica e di un’altra economia e molti fingono di non capire. Mentre mi avvio alla macchina, preso da questi pensieri; ascolto da due che discutono animatamente di pallone la vera domanda che gli italiani si pongono in questi giorni: "Ma l'Italia ce la farà ad arrivare in semifinale?".
Buona vita!
maestrocastello