sabato 30 marzo 2013

BUONA PASQUA!






Buona Pasqua agli amici che popolano il mio cuore.
Buona Pasqua a chi corre nel trambusto delle ore.
Buona Pasqua a chi la pensa come me, ma soprattutto
a chi la pensa diversamente da me;
perché solo così mi dà la possibilità di crescere.
Buona Pasqua a chi è solo e a chi ha la gioia
di una grande famiglia .
Buona Pasqua ad ognuno di noi
perché la serenità e la gioia regnino nei nostri cuori
Nessun uovo potrebbe contenere l’amore che possono darti gli esseri semplici,
quelli al di sopra dell’odio, perchè è la sorpresa più grande che ci possa essere.
Buona Pasqua!
maestrocastello

venerdì 29 marzo 2013

La bellezza oltre il rito.


Quella di Papa Francesco è stata un’altra scelta audace, innovativa, generata da una chiesa, quella sudamericana, attenta ai poveri e agli oppressi. Questo Papa ci sta abituando agli strappi alle regole con semplicità e non per guadagnare più share; ma per riportare l’attenzione del cristiano allo spirito del Vangelo che richiede attenzione verso una umanità sofferente. La lavanda del giovedì non alla basilica del Laterano come vuole tradizione, ma presso un carcere minorile, a dodici giovani di varie nazionalità e religione, di cui due sono donne ed una musulmana. Qual è il grande messaggio? “Lavare i piedi vuol dire che io sono al tuo servizio”…”Gesù è venuto per servire….”, “io sono disposto a servire?”. Ai giovani ha detto: “Non lasciatevi rubare mai la speranza!”, ai potenti: “ Chi è più in alto stia a servizio degli altri!”, ai preti: “il sacerdote che esce poco da sé, si perde il meglio del nostro popolo”; a tutti ricorda di andare in soccorso della vittima dei briganti, come il buon samaritano, “senza chiedere nulla in cambio, senza chiedere se era ebreo, se era pagano, se era samaritano, se era ricco, se era povero”. E' un grande messaggio di civiltà e d'amore.
Buona vita!
maestrocastello



giovedì 28 marzo 2013

L'albero di Pasqua.

La festività della Pasqua, si sa, cade proprio all’inizio della primavera e, inevitabilmente, ad essa sono accostate tradizioni naturalistiche legate a questa particolare stagione dell’anno; una di queste è l’albero di Pasqua. L’albero di Pasqua è una tradizione squisitamente nordica che affonda le sue radici nella notte dei tempi e l’usanza consiste nel decorare alberi in fiore con uova colorate.  Alberi, fiori ed uova rappresentano la rinascita della natura, la vita che si perpetua nel ciclo delle stagioni, l’energia del mondo che si era come assopita ed ora si risveglia. A questi emblemi naturalistici s’è affiancata la simbologia cristiana per rappresentare la risurrezione di Cristo, il ritorno alla vita, lo spirito che  si rinnova dopo ogni inverno dell’anima. L’albero di Pasqua moderno deve la sua fortuna al signor Volker Kraft della cittadina tedesca di Saafeld. Da bambino sognava di decorare gli alberi del giardino di casa con tante uova colorate nell’attesa della festa di Pasqua. Alcuni anni più tardi, per la gioia dei suoi figli, iniziò a decorare due alberelli che vedeva dalla finestra con delle uova colorate. Così questo “eierbaum” (albero delle uova) è diventato una tradizione che ha coinvolto figli, nipoti ed amici. Le uova sono vere, svuotate e tutte decorate in modi diversi: dipinte, a collage, rivestite con pizzi a uncinetto, traforate, con strass e perline e molte, molte altre varianti. Vengono legate bene, in modo da reggere a pioggia, vento e neve. Passata la Pasqua, con la stessa cura le uova vengono riposte per l’anno successivo, quelle danneggiate vengono sostituite ed altre se ne aggiungeranno. L’albero di Saafeld si incrementa di anno in anno sempre di più, arrivando a contare quasi diecimila uova!
buona vita!
maestrocastello



http://youtu.be/IQge64UhIJU

mercoledì 27 marzo 2013

Non siate tristi!

Siamo in tempo di Settimana Santa, in periodo di Pasqua che da qualche anno è avvolta da nubi di crisi culturale, politico-economica e religiosa. La parola più in voga di questa settimana è “fede” ed a pronunciarla è stato Papa Francesco la Domenica delle Palme: “Non siate mai uomini, donne tristi: un cristiano non può mai esserlo! Seguiamo Gesù, qui sta la nostra gioia, la speranza che dobbiamo portare in questo mondo. Portiamo a tutti la gioia della fede!”. Ormai stiamo perdendo la speranza nel futuro, ma per capire cosa significa la parola “futuro”, bisogna prima capire che cosa significa un’altra parola che siamo abituati ad usare esclusivamente nella sfera religiosa: per l’appunto la parola “fede”. Senza fede o fiducia non è possibile alcun futuro, c’è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma cos’è la fede? In greco fede si dice “pistis”, è lo stesso termine che usavano Gesù e gli Apostoli. Se girate per Atene e alzate gli occhi troverete spesso questa scritta: “trapeza tes pisteos”, significa “Banco di Credito”; vi trovate semplicemente davanti a una banca. Ecco qual è il senso della parola “pistis”: fede o credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. San Paolo chiamava la fede “la sostanza delle cose sperate” che ancora non esistono, ma di cui abbiamo fiducia e in cui abbiamo nesso in gioco il nostro credito e la nostra parola. La fede riesce a dar sostanza, cioè realtà, alle nostre speranze. Viviamo in un’epoca di scarsa fede nel futuro e la nostra pistis (fede) è legata esclusivamente  alle banconote e alla banca che è il loro tempio. La crisi moderna non è altro che un imbroglio del capitalismo finanziario che gioca sul credito, cioè sulla fede degli uomini. I nostri soldi fanno mille giri, prima di finire dove li avevamo destinati e non sempre ci arrivano. Walter Benjamin asserisce che il capitalismo è in realtà una religione, la banca ha preso il posto della Chiesa e i suoi funzionari sono  come dei preti che manipolano e gestiscono la scarsa fiducia che la gente ha ancora in se stessa. Il potere finanziario ha sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese. Una società intera è stata asservita alla più oscura delle religioni; è giunto il tempo che ciascuno di noi si riprenda il suo credito e indirizzi le proprie speranze verso le cose che meritano, sganciandosi dalle varie agenzie di rating e si riappropri finalmente della propria libertà. "Non di solo pane vive l'uomo" e le altre sfere della nostra persona, quando le curiamo? Esistiamo noi ed esistono gli altri che hanno bisogno di noi. Ci servano questi giorni per un'attenta riflessione sulla nostra vera fede, sulle nostre reali speranze e su quale vogliamo che sia il nostro futuro.
Buona vita!
maestrocastello 

venerdì 22 marzo 2013

Francesco, Papa low cost.


E’ arrivato inaspettato Papa Francesco. A dire la verità, ero dubbioso; ma sono bastate le sue prime parole per colpirmi, per farmi capire quanto fosse il Papa giusto e mi sono commosso e lo sono ancora ad ogni suo gesto di austerità e povertà. Papa Francesco ha fatto centro nel mio cuore, nella mia anima, in pochi giorni ha conquistato il cuore dei romani, degli italiani e di tutto il mondo. Qualcuno poteva pensare che tutti i suoi gesti di semplicità dopo l’elezione a Papa fossero studiati, ma poi abbiamo saputo che è proprio così, una persona del popolo, vicina al sentire della gente e alla vita quotidiana; anche perché è cresciuto, come tutti gli argentini, alla severa scuola di una crisi economica gravissima. A Buenos Aires andava in giro in bus e in metropolitana, si sedeva sulla poltrona del barbiere a parlare di calcio, è appassionato di tango e prima di farsi prete ha avuto una fidanzata. Si sentiva il bisogno di rimettere il Vangelo  al centro della vita del cristiano e chi poteva farlo se non un vescovo che ha seguito una pastorale dei “barrio” (quartieri) più poveri, delle “villas miserias”, le baraccopoli di Buenos Aires, a fianco di poveri e prostitute. Papa Francesco mi piace perché è uomo di gesti più che di parole. Nel suo primo saluto si presenta come vescovo di Roma, senza far leva sul suo essere Papa, dopo l’elezione riceve l’omaggio dei 115 cardinali stando in piedi davanti all’altare, senza sedersi sul seggio; era pronta una lussuosa Mercedes nera ed ha voluto andare in pulmino insieme agli altri cardinali; indossa la talare bianca, senza mozzetta rossa; preferisce la sua croce pettorale d’acciaio a quella dorata; ha voluto che l’anello”piscatorius” fosse d’argento; si reca alla Casa del clero dove alloggiava per il Conclave, prende i suoi bagagli, saluta il personale e paga il conto. Potremmo continuare, ma è inutile perché sappiamo di che pasta d’uomo stiamo parlando; basta dire che dopo la sua prima notte che ha dormito negli alloggi del Vaticano, al suo risveglio ha scorto la guardia svizzera che era di guardia, fuori della stanza e gli ha chiesto: “Sei stato qui  tutta notte?” Al suo assenso, gli ha offerto una sedia: “Sarai stanco, in piedi tutto questo tempo, poverino!”. Il nostro augurio è che questo francescanesimo attraversi l’altra  sponda del Tevere ed irrompa nei palazzi del potere, dove sono in corso decisioni importanti che riguardano il futuro del Paese e che alle tante parole dette in questi mesi facciano seguito gesti di cambiamento che possano ridare speranza ad una nazione allo sfascio. Ridursi lo stipendio non basta, bisogna mettere da parte ogni personalismo e cercare di partorire a tutti i costi un governo se si vuole che l’Italia riparta. Anche ai politici piace Papa Francesco e spero tanto che sia arrivato anche a loro il vento di cambiamento fatto di umiltà, di povertà, di fratellanza e di desiderio che gli ultimi non restino più indietro.
Buona vita!
maestrocastello

lunedì 18 marzo 2013

Festa del papà... e se il papà non c'è?


Domani è la festa del papà, inventata all’inizio del secolo scorso in America ( tanto per cambiare). Nel nostro Paese, di tradizione cattolica, la festività coincide con San Giuseppe, padre putativo di Gesù e prototipo di papà e marito devoto. Tanti bambini saranno costretti ad imparare a memoria una poesia in cui si decanta quanto è bello stare col papà e quanto ci piace festeggiare insieme a lui. Ma cosa succede se un bambino è figlio di genitori omosessuali ed ha, per esempio, due mamme (quella naturale e la sua compagna), ma nessun papà? In una scuola materna romana il problema è stato risolto cancellando la festa del papà e optando per una generica festa della famiglia ed è scoppiato il putiferio e così il 19 marzo è divenuto terreno di scontro etico e religioso tra i genitori che la pensano diversamente. L’obiezione più comune è stata che per non discriminare un bimbo si è finito per discriminarne trenta, sottraendo loro un momento a cui avrebbero diritto. Quanti altri bambini in Italia non possono avere accanto i propri genitori? Penso agli orfani o ai figli di genitori separati, anche per loro bisognerebbe non vivere questa festa? E dopo? Cancelliamo anche la festa della mamma per tutti i casi inversi? La questione è destinata ad aprire una difficile discussione sul fronte delicato che separa etica e convinzioni personali e vedrà tanti scadere inevitabilmente nella presa di posizioni che hanno una valenza ideologica e che nulla a che vedere con i diritti dei bambini. La polemica mi fa tornare alla mente a quanto s’è polemizzato sulla presenza del crocifisso nelle aule o alla opportunità di festeggiare il Natale secondo la tradizione cattolica, anche in presenza in aula di alunni appartenenti a religioni diverse. Certo la pedagogia non può negare una verità indiscutibile che nasciamo uomo o donna, dall’incontro di un altro uomo e una donna, ma il nostro schema mentale non può rimanere statico, mentre la società si evolve. Dobbiamo abituarci a gestire le diversità come un elemento che arricchisce il nostro vivere sociale, più che impoverirlo.Le minoranze culturali non devono avere diritto di supremazia, ma almeno diritto di cittadinanza su quella che è la storia, la cultura e la nostra tradizione. Siamo abituati a delegare troppo spesso alla scuola e ad altre agenzie l’educazione dei nostri figli che spetta a noi in prima persona e quello che possiamo noi, non lo può fare nessuna scuola del mondo. Scrive una mamma: nella nostra famiglia il papà è in cielo da quasi tre anni, ho detto al più grande che dal cielo non si torna. Al cielo si va quando è giunto il tempo, ma il papà ci è andato giovane, la mamma è dispiaciuta, ma la vita è talmente bella, il papà ci ha così amato e .. un mare di altre cose che non sto a dire. Poi arriva questa benedetta festa del papà e mio figlio è costretto ogni volta ad imparare poesie che dicono quanto è bello festeggiare insieme a lui. Ma dico perchè? La mia logica mi dice che è una crudeltà bella e buona! Ma nessuno lo percepisce. Ma perchè dobbiamo essere per forza tutti uguali? Siamo diversi, ce lo devono far pesare per forza! Ne ho parlato con le maestre, mi hanno risposto che i bambini non si accorgono di nulla, che dicono la poesia al nonno e per loro è lo stesso. E' evidente che non è lo stesso. Non pretendo che la maestra non faccia la sua poesia, ma la faccia imparare agli altri; l’anno prossimo spero di essere arrivata a spiegare a mio figlio come è morto suo papà e mica è facile, non si può spiegare tutto insieme, ci vuole del tempo. Almeno lo avrà saputo da me e non da chiunque e avrò avuto la possibilità di sciogliere i suoi dubbi senza fargliene venire altri. Per le scuole elementari mi sono già preparata....se trovo una maestra che mi accoglie:chieder alla maestra di dire ai bambini di preparare insieme alle mamme o ai papà o ai nonni un tema sul papà...Così lo faremo insieme a casa e io potrò aiutarlo a ricordare, foto alla mano come era splendido suo papà e tutte le cose che faceva. I temi saranno corretti dalla maestra e ai fogli su cui saranno scritti verranno attaccati coccarde, un disegno, un nastro...ecc, fatto dai bambini. Ciascuno lo porterà al suo papà. Noi lo metteremo nella scatola delle cose preziose. Vorrò spiegare a mio figlio che la sua è semplicemente una situazione diversa, ma non significa che sia peggiore o migliore degli altri.
Buona vita a tutti i papà!
maestrocastello

venerdì 15 marzo 2013

Segnali di semplicità.


Vedere un Papa che giovedì mattina si sposta in pullman per le strade di Roma con gli altri cardinali che lo hanno eletto è un bel segnale che insieme a tanti altri (la croce di ferro al petto, la rinuncia alle scarpe rosse, il monito agli argentini a non venire a Roma per la sua incoronazione e dare quei soldi ai poveri) sono tutti segnali di  uno spirito semplice, che ci fa capire perché ha scelto di chiamarsi come il poverello d’Assisi. Quando i nostri politici ci daranno di questi segnali, allora li sentiremo davvero vicini alla gente.
Buona vita!
maestrocastello