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giovedì 8 dicembre 2011

Come eravamo.


Lu trappìte (il frantoio) :
Quando era tempo di novena di Natale, era pure  tempo che le olive appena colte prendevano la strada del frantoio. Il racconto del bravo Alfonso De Capraris su “santagatesinelmondo” ha  acceso i miei ricordi di bambino, quando, con le tasche gonfie  di pane appena abbruscato, partivo appeso alla giacca di mio padre, alla volta del trappeto di Barbato. Al suo interno si concludeva un ciclo agrario pieno di soddisfazione per l’economia del bracciante santagatese, il ciclo dell’olio di oliva. Era allora il frantoio, soprattutto, un ideale centro di aggregazione per la vita del nostro piccolo paese. L’odore forte delle olive che, per l’attesa, iniziavano a macerarsi dentro i sacchi, mi piaceva molto e mi piaceva pure tutto quel vocio allegro di persone che, dopo tanto faticare, stavano come in fila a ritirare il premio di una lotteria. Qui vedevi quei quadretti ameni di cui parla Alfonso nel suo pezzo:  “qualche vecchiarièrre cu la cannùccia mmòcca ca se la pippijèva e nzacchèva sputacchiète pe ndèrra” e la donnetta, in religiosa attesa del suo turno, che teneva d’occhio il proprio mucchio di sacchetti pieni, timorosa che li scambiassero con altri. Il trappeto si trasformava presto da luogo di spremitura in luogo di trasmissione di cultura, qui la gente si passava i segreti di una buona coltivazione dell’ulivo e di come sconfiggere la mosca (tignola) o del tempo conveniente per la potatura. Solo al frantoio  potevi comprendere  il significato pieno che l’olio ha per la gente di un paese come il mio. Quando era il momento che principiava ad uscire l’olio, era come  se uscisse messa e  la persone restavano mute a guardare “r’uòglie ca sculèva a stìzza a stìzza” come il sudore che sgorga sulla fronte di chi l’aveva zappato. Sulla bocca dei presenti sentivi dire:” benerica! benerica!”, facevano i complimenti al proprietario che faticava a trattenere lacrime nascoste fra tanti timidi sorrisi. Come dalle mani di un prestigiatore, molti estraevano dalle tasche  fette di pane per l’assaggio ed era come quando il prete dà la comunione: passava un tizio a battezzare “ cu’ na croce r’uòglie  le mani tese che brandivano“li cruschèle” (bruschette) fatti cu ru ppène ca se scèva  accattè a la Portanòva, ra Ngurnatèlla la panettèra”. Alla fine del processo di lavorazione faceva la comparsa il misuratore, ovvero “l’àmmela”, che era di stagno e misurava due litri e mezzo. E giunti all’”ite missa est” di questa liturgia particolare, il bracciante si congedava col suo carico di prodotto genuino  e il cuor contento che almeno l’olio per la famiglia era assicurato. Nel trappeto, come in chiesa, avveniva ogni anno un piccolo miracolo sotto i nostri occhi, il miracolo dell’olio, secondo un rito antico e colmo si sapienza che, ancora oggi, la gente non vorrebbe far morire.
Buona vita!
maestrocastello

venerdì 20 novembre 2009

Il peso sulla luna è la metà della metà....
















Mancavano appena quattro giorni a Natale e due ragazzini di undici e dodici anni stavano viaggiando soli alla volta di Roma. Per bagaglio avevano due valigioni che non perdevano mai di vista. Si erano appena riuniti alla stazione di Foggia, l’uno proveniente dal paese di Sant’Agata di Puglia e il più grande che studiava al seminario vescovile di Bovino, e andavano a riunirsi al resto della famiglia che si era appena trasferita nella capitale. Vedere ‘sti due piccoli da soli destava la curiosità degli altri passeggeri che li tempestavano con domande tipo :
- Come mai viaggiate soli?
- Chi è il più grande di voi due?
- Che classe frequentate?
- Non avete paura?
Il più grandicello indossava la divisa del collegio: completo nero, collarino che portano i preti secolari e cappello, lo stesso che indossano bandisti e militari; ma con le iniziali proprio in centro SV (Seminario Vescovile); mentre il bambino proveniente dal paese era bardato in abiti civili. Il viaggio pareva interminabile, mettete pure che era la prima volta che quei ragazzi salivano su un treno; quindi erano un tantino sbigottiti e passarono l’intero pomeriggio a fissare i loro valigioni, appesi al bagagliaio, che custodivano, l’uno panni sporchi del collegio e l’altro ogni ben di Dio da mangiare che i nonni mandavano ai parenti per Natale. Nello scompartimento di seconda c’era un tepore che invitava ogni viaggiatore ad alleggerirsi nel vestiario. Anche il seminarista si era ridotto in maniche di camicia, mentre suo fratello Gerardo, nonostante fosse paonazzo in viso, non ne voleva sapere di scoprirsi e intanto continuava a grondare di sudore. Il seminarista che vedeva il fratellino in imbarazzo, credendo si sentisse male, lo trasse in bagno e questi finalmente sputò il rospo. Si vergognava di spogliarsi davanti agli altri e be aveva tutte le ragioni: la nonna nel preparargli la valigia aveva esagerato nelle cose da mangiare e, non essendoci più posto per il vestiario, lo aveva costretto ad indossare tutto doppio. Quel bambino indossava due paia di calze( una sull’altra) e così anche per mutande e  maglietta intima. La nonna, poverina, credeva che essendo inverno, fosse una cosa buona. Non aveva fatto i conti con le ferrovie dello Stato, riscaldamento a tutta callara! Alla stazione Termini ci aspettava papà che prese in consegna quei bagagli. Ricordo che qualcuno vedendomi il cappello con la scritta , mi chiese informazioni di servizio. Sul tram ero frastornato ed affascinato dalla simpatia della gente che mi stava dando il benvenuto in una città fantastica. Era il ’61 ed ero per la prima volta a Roma! Il latte te lo vendevano in bottiglie di vetro sfaccettate e dalla bocca larga che costava cento lire, nei jukeboxe spopolava “Selene” di Modugno che diceva che “il peso sulla luna è la metà della metà”, a Cinecittà, dove andammo ad abitare, giravano “Otto e mezzo” di Fellini ed io non avevo nessuna difficoltà ad avvicinare e salutare Mastroianni, la Cardinale, Sandra Milo o Rossella Falk che uscivano dai cancelli del centro sperimentale di cinematografia ed avevo solo dodici anni!
Buona vita!
maestrocastello

domenica 7 giugno 2009

Luna piena.


Chi di noi non ha trascorso nell’infanzia o nell’adolescenza quella tipica serata, sovente estiva, in cui, magari attorno ad un labile fuoco, si ascoltano le descrizioni terrifiche di storie di fantasmi o vampiri o di zombies? Pian piano lo stato emotivo dei presenti muta, dallo scherzo si passa ad un’atmosfera tetra, le ombre si animano, e gli astanti vengono invasi da sensazioni perturbanti che li riempiono di paura. E’ questo uno degli esempi più frequenti e banali di suggestione. Nelle sere di luna piena si era soliti suggestionare noi bambini con una storia buffa e divertente, quella di “Marcoffio”, buffo personaggio che avrebbe abitato sulla luna e ci facevano credere che era possibile vederlo appunto durante le serate di penilunio. Era come un esperimento autoipnotico, infatti, fissando la luna molto intensamente, mi riusciva spesso di vedere, con gli occhi della sola fantasia, le ombre che divenivano i tratti del faccione di un uomo sorridente che al mio paese chiamavano Marcoffio. In una notte calabra che non mi riusciva di dormire, mentre ero proteso a catturare scie luminose di stelle cadenti da un cielo generoso di ogni varietà di corpi celesti; guardando quell’enorme palla appesa al cielo, mi balenò il ricordo dell’infanzia, quando piccino mi soffermavo a vedere “Marcoffio“. Sarà stata suggestione, ma era intrigante per me fanciullo ricrearmi ogni volta il faccione bonario e sorridente di Marcoffio, fatto di ombre, nella luna piena. Marcoffio va guardato con gli occhi della fantasia. Ai nostri occhi di fanciulli lui puntualmente compariva, perché sapevamo vedere oltre l’evidente quotidiano.
Ma per quanti sforzi io facessi quella sera , ottenevo sempre risultati negativi. Fissavo la luna inutilmente, ma continuavo a vedere solo ombre insignificanti.
Dopo ripetute volte avevo deciso oramai di rinunciare a quella impresa, quando inquadrai la vaga linea di un volto che non mi lasciai più sfuggire. Pian piano misi sempre meglio a fuoco il faccione sorridente ; ed infine apparve lui ! Marcoffio di quando ero bambino. Quale piacevole emozione : in quell’istante mi sembrò di riappropriarmi di un pezzetto del mio passato di cui avevo completamente perduto la memoria.
Allora m’accompagnavo a ragazzotti più grandi di me che mi ammaestravano a loro piacimento.
- Guarda le stelle solamente con gli occhi e non le indicare mai, altrimenti ti becchi il panereccio ! Il panereccio è il giradito, ti viene un dito gonfio esagerato.
Così mi ripetevano, secondo le credenze di quei tempi, quei diavoli dei miei compagni e sortivano su di me un effetto tale che difficilmente poi avevo voglia di alzare più solamente lo sguardo verso l’alto; figurarsi puntare poi il dito!
Delle volte facevamo a gara , scordando il pericolo; stimolati solo dal divertimento di trovare Marcoffio per primi. Quando facevamo questi tentativi, personalmente tenevo serrate nelle tasche le mie mani, senza darlo a vedere, per timore di indicare la luna con le dita.
Altre volte mi appartavo solitario a godermi lo spettacolo senza essere pressato dagli altri che mi falsavano la giusta immagine.
A bordo della mia immaginazione intraprendevo viaggi a dir poco strabilianti che da sveglio neppure avrei osato immaginare. Mi proiettavo in un mondo straordinario che accoglieva me fuggitivo dalla realtà, della quale, a quel tempo , già sentivo un certo peso.
I benefici di quei viaggi della finzione li avvertivo sempre al rientro nella nostra dimensione, dove mi sentivo arricchito di energia interiore che mi faceva stare meglio.
Ancora adesso guardando il cielo di luna piena mi ricordo dei bei tempi quando ero convinto che la luna mi seguisse, nonostante mi spostassi in continuazione per le stradine dell’infanzia. Allora a Marcoffio ci credevo; ora m piacerebbe tanto!
Buona vita!
maestrocastello.

sabato 6 giugno 2009

la pasta fatta a mano.






La cucina pugliese ha poggiato da sempre su alcuni elementi cardini quali l’olio, il grano, il vino e le verdure. La cucina dei paesini dell’entroterra foggiano, come quella santagatese, rispecchiava principalmente le condizioni di vita delle persone, infatti era molto povera o meglio semplice ed era costituita da prodotti caserecci e quanto si riusciva a coltivare in lenzuoli di terra, a volte impervii, per il sostentamento della famiglia. Ogni casa aveva la propria scorta di grano e di farina che custodiva nei "cascioni", silos di legno che erano aperti nella parte superiore ed in basso avevano una porticina scorrevole quel tanto da permettere la fuoriuscita di grano o di farina. A che serviva? per fare pane, pasta e dolci fatti in casa! Circolava poca moneta ed era in uso la moda del baratto: un operaio veniva spesso saldato con litri d’olio o sacchi di farina. Un tempo era praticamente impensabile in una famiglia pugliese approvvigionarsi della pasta industriale acquistandola al negozio; oggi invece, sempre più, si impasta solo nelle feste e nelle occasioni. Quale pasta veniva confezionata a casa mia? Orecchiette (recchietelle), lagane, laganelle, fusilli, strascinati, troccoli. Ogni tipo di pasta ha la sua fisionomia precisa: gli strascinati, per esempio, sono rettangoli di pasta che si passano su un tagliere speciale e presentano una faccia rugosa e una liscia; i troccoli, originari del Foggiano, somigliano ai maccheroni alla chitarra abruzzesi e prendono il nome dal bastone che serve per tagliarli. Le celebri orecchiette si fanno con la forza del pollice, imprimendo su un dischetto di pasta una concavità che le fa somigliare a una conchiglietta pronta ad accogliere il sugo. Un ricordo legato alle orecchiette è che a casa mia le mangiavo di formato gigante: a mio padre piacevano grandi perchè accoglievano molto sugo; mentre mia zia le faceva minute, ma posso assicurare che sono gustose entrambi i formati di pasta. Si tratta sempre di pasta a base di semola di grano duro, callosa e robusta, molto saporita. Per condire era tradizionale il ragù fatto con la conserva(concentrato di pomodoro) che raramente era di carne che compariva in tavola solo di domenica e feste comandate; mentre quasi sempre era un sugo preparato con diverse verdure locali: pasta e cime di broccoli; pasta e cavoli; maccheroni e melanzane; pasta e fagioli; pasta e purea di fave; spaghetti e cicoria; pasta e rucola; fiori di zucchine con pasta e pomodoro che da bambino odiavo ed ora pagherei oro per rimangiarle. La più celebre verdura era quella che insaporiva le orecchiette (che oggi si fanno industrialmente e perciò sono molto diffuse in tutta l'Italia) con cime di rapa, acciughe sciolte nell'olio e aglio: un entusiasmante incontro di gusti e di aromi. Mia madre che praticava la campagna spesso riportava altre varietà di verdure selvatiche come i marasciuni (erbette amare che crescono nelle vigne), la cicoria riccia, i finocchietti selvatici, i taddi (i gambi teneri delle piante di zucca); praticamente la pasta si sposava con tutti, proprio come una mignotta! Ci pensate, facevamo la dieta mediterranea senza saperlo e l’avremmo scoperto cinquant’anni dopo; quando resta difficile trovare cibi che non siano trattati con pesticidi dannosi alla salute e mangiare una buona "pasta e fagioli" è divenuta una questione di stato.
Buona vita e buon appetito!
Cordialmente maestrocastello

lunedì 18 maggio 2009

Entrare in una fotografia.



Vi capita mai di assistere ad un film che ha inizio da una foto di gruppo e che improvvisamente si anima e dà il via ad una storia appassionata? E’ bello scendere in una fotografia, trasporre i tuoi occhi di adesso su quelli di un tempo e ritrovare nel tuo antico sorriso le speranze e i tuoi sogni bambini. Riguardare vecchie istantanee è sempre occasione di sane risate, è un rivedersi col “senno di poi”; è come fare un salto nella soffitta dei ricordi e un ritrovarsi fra oggetti dismessi di cui non avevi memoria. Certe fotografie testimoniano un’appartenenza, sono un filo diretto col nostro passato, uno spezzone di vita che non si è arreso allo scempio che il tempo avrebbe poi fatto di noi. Un giorno mia moglie Giovanna pensò bene di incorniciare un minestrone di foto che raffigurano le nostre due infanzie e spesso mi sorprendo a fissare quel quadro appeso in cucina che mi evoca la nostra miseria di un tempo. Vi appare Giovanna bambina col fratello che indossa un cappotto ricavato da una coperta di lana, ritrovo me stesso in abito bianco da prima comunione che mamma aveva ricavato dalla divisa di vigile urbano dimessa da un mio zio paterno; vedo pure le scarpette di vernice bianca da bambina, indossate dal mio fratellino Gerardo: appartenevano alla cuginetta Pina e prestate per il tempo necessario allo scatto. Ma chi se ne infischiava se erano da femmina! In tempi in cui bambini camminavano abitualmente scalzi, se avevi un paio di scarpe buone, erano destinate solo per la scuola e per recarti in chiesa. Le calzature dei bimbi di allora erano abitualmente di teletta bianca o blu: quanto bianchetto ho passato su una tela che era ormai stufa delle mie spennellate e si incotechiva! Le scarpette di tela erano quelle più a buon mercato, ma trovava posto anche il classico sandalo di cuoio da frate francescano. Quando mio padre mi accompagnava all’acquisto eccezionale di un paio di scarpe, la parola d’ordine della mamma era sempre:” due numeri in più, mi raccomando, che il piede poi cresce!” ed io ero poi costretto a combattere con scarpe sempre troppo grandi per un piede bambino, reso appena compatibile da calzettoni di lana anche fuori stagione invernale.
Ad anni alterni ci toccava anche un paio di scarponi fatti a mano dal calzolaio del paese.” Fatte su misura” era solo un modo di dire : c’era sempre la costante dei due numeri in più. Il cuoio si sa non perdona, perché lascia vere e proprie stimmate sui talloni di un piede bambino. Ricordo ancora il rituale: ti prendevano l’impronta, come fa la scientifica dopo un incidente stradale, facevi una prova unica ad opera ormai ultimata e ti presentavi alla consegna con un paio di calzettoni di lana per indossare sul posto le tanto sospirate scarpe nuove che, come atto finale, avevano tempestate di chiodi dalla testa appiattita che venivano chiamate “centrelle”; venivano applicate dietro raccomandazione del genitore, per farle durare più a lungo; ma ero ignaro che il tragitto fino a casa sarebbe stata un’autentica via crucis, per quante volte sarei scivolato sul selciato lucido delle stradine del mio paese. Le scarpe, a casa mia, non avevano mai diritto al pensionamento: quando un piede aveva fasi accelerate di crescita, c’era una lista d’attesa fra i miei cinque fratelli per impossessarsene e così nulla andava sprecato. L’alternativa era che mamma ci tagliava uno spicchio proprio in punta, creando un varco alle dita e lasciava il piede fresco d’estate. Nessuno rideva di questo, perché era un vezzo di tutti. Vedete come solo osservando i calzari di una foto abbiamo quasi raccontato un periodo di tempo e le sue condizioni di vita, per non parlare del resto; ma quella è una storia diversa.
cordialmente maestrocastello.

mercoledì 11 marzo 2009

" Domenica è sempre domenica....."

La televisione italiana nacque il 3 gennaio 1954. Venne pensata non solo come occasione di intrattenimento, ma anche come strumento di educazione e informazione. Infatti si pensò, non a torto, ch’essa potesse aiutare a combattere l’ignoranza derivante dal diffuso analfabetismo che in quegli anni imperava nel nostro paese e contribuire a creare una lingua nazionale molto più di quanto fosse in grado di fare la scuola. La tv venne concepita come un “teatro domestico”; infatti la prosa aveva molto spazio con attori del calibro di Giorgio Albertazzi, Ernesto Calindri, Gilberto Covi, Isa Barzizza. Le prime trasmissioni furono sperimentali e solo nel ‘57 iniziarono regolarmente in tutto il territorio italiano. Ricordo come fosse ora, quando fu la prima volta anche a Sant’agata di Puglia, mio comune di nascita. Fu situato un apparecchio proprio nella piazza del paese, in cima ad un balcone, sulla testa di una folla che era in preda allo sbigottimento. Spesso ho associato quel nostro atteggiamento a quello che dovettero avere gli indiani d’America, allorché videro gli specchietti offerti in dono da Colombo. Inizialmente solo i più abbienti possedevano un televisore che mettevano in bella mostra e foderavano di stoffa a fiori, con siparietto apribile davanti. Infatti, in quegli scalcagnati anni cinquanta, due cose mostravano orgogliose le massaie: la bambola sul letto ben rifatto e, chi ce l’aveva, “la televione”. Trasmetteva solo un canale RAI e per poche ore al giorno. Alle undici di sera suonava una musichetta che accompagnava la fine delle trasmissioni. La sera del sabato l’appuntamento fisso era “il musichiere” con Mario Riva e le famiglie si riversavano nei circoli sociali, in casa di conoscenti o in bar che si riempivano di persone che cantavano allegramente: “Domenica è sempre domenica!”. Poi fu la volta di Mike Buongiorno e del suo “Lascia o raddoppia” che sarebbe stato un tormentone. Negli anni sessanta con il progresso dell'economia, il televisore divenne accessorio di sempre maggior diffusione, sino a raggiungere anche classi sociali meno agiate; l'elevato tasso di analfabetismo riscontrato fra queste suggerì la messa in onda di “Non è mai troppo tardi” ; un programma di insegnamento elementare condotto dal maestro Alberto Manzi e che, è stato stimato, avrebbe aiutato quasi un milione e mezzo di adulti a conseguire la licenza elementare. Quante storie televisive hanno catturato la mia fantasia di bambino: “Canne al vento”, “Cuore”, “L’isola del tesoro”, “Marcellino pane e vino” . Allora la tv era in bianco e nero; ma i miei sogni erano già tutti a colore!

giovedì 5 marzo 2009

Che maestro sono stato?..............parte seconda.

L’ora della colazione.
Le cinque classi delle elementari non le ho frequentate tutte in un edificio regolare, come avviene normalmente. Mi è capitato anche di frequentare un paio di classi in case private che il Comune del mio paese prendeva in affitto, per ovviare alla carenza delle aule. In "seconda" avevamo per scuola una casetta con due stanze, situate su due piani e collegate da una ripida scala di legno, tutta tarlata, che noi chiamavamo “scalone”. Quei locali avevano come impianto di riscaldamento una misera stufa a legna, solo al piano superiore, che riscaldava poco e male. Non essendoci molto spazio, non esisteva una cattedra per il maestro che stazionava perennemente col culo appiccicato alla stufetta; mentre noi eravamo nel locale sottostante. Chi provvedeva al buon funzionamento della stufa? Noi, naturalmente! Tre-quattro alunni, a turno, avevamo l’incarico di arrivare mezz’ora prima che cominciassero le lezioni, provvisti di qualche ciocco di legna che portavamo da casa e provvedevamo all’accensione della stufa che doveva essere pronta per l’arrivo del signor maestro. Al suo arrivo, il maestro si toglieva i guanti di lana grigia, ispezionava l’intensità della fiamma, si fregava le mani ed estraeva dalla sua cartella marrone un immancabile involucro di carta oleata che depositava sulla stufa; quindi ci spediva tutti nel locale sottostante. Uno di noi aveva l’incarico di capoclasse. Eri scelto quasi mai per meriti scolastici, ma per tutt’altro: perché eri un conoscente del maestro, figlio di genitore "in vista" del paese o perché avevi la possibilità di portargli dei regali. Il maestro passava la mattinata a sfogliar delle riviste e scendeva nell’aula inferiore solo per dettare il compito che noi eseguivamo sotto la stretta sorveglianza del capoclasse-spia. I banchi avevano un foro rotondo sul pianale per accogliere un calamaio di vetro o di plastica che il bidello provvedeva a riempire periodicamente di inchiostro nero. Era sempre un teatrino quando tiravamo fuori le penne e provavamo, sulla carta assorbente, i pennini che si spuntavano facilmente. Alcuni avevano un osso di seppia e vi sfregavano contro il pennino che ritornava come nuovo. Tanti di noi avevano geloni nelle mani e facevano fatica ad usar subito la penna ed anche chi non li aveva, ne era impedito dal troppo freddo. Il guaio dei pennini era che facilmente macchiavano i quaderni, con notevole disappunto del maestro e per lui, anche se perfetto, un compito macchiato era come una fedina penale sporca! Quando eravamo finalmente intenti a compitare, dal piano superiore, prima sottile e poi sempre più pressante, arrivava un profumo di pane caldo con ripieno di salsiccia che il maestro stava facendo rosolare bene al calore della stufa. In quei momenti puoi misurare tutta la resistenza di un uomo! Ed io che ero poco più che un bimbo, spesso ho rischiato di svenire. E non parlo per il freddo, ma proprio per la fame! Puntualmente alzavo gli occhi allo scalone e pensavo deciso: “da grande farò il maestro elementare!”. E quando riteneva caldo al punto giusto il desinare, l’emerito insegnante, da sopra sentenziava : “ E’ ora della colazione!”. Era una vera provocazione per gente come noi che si puzzava dalla fame. Chi ce l’aveva, cavava dalla cartella un frutto, un pezzo di pane battezzato con l'olio o qualche noce ed il gioco era fatto! Tanti, invece, attaccavano subito a giocare per non pensare ed esorcizzavano così la fame che si aggirava maligna tra i nostri banchi.

lunedì 16 febbraio 2009

Facciamo la conta!

Il gioco è sicuramente l’espressione più autentica e spontanea dell’infanzia, è un elemento fondamentale e insostituibile nella crescita della persona. Nel gioco, infatti, essa non solo scopre le proprie attitudini, esercita la fantasia, la manualità e sviluppa la sua relazione con gli altri. Il gioco non è da considerarsi una semplice forma di divertimento, ma un momento importante di crescita, una sorta di "primo lavoro" che mette alla prova le capacità di intuizione, di logica, di coordinazione motoria e di socializzazione; qualità e abilità fondamentali nello sviluppo dell'individuo.
Chi fa parte del mondo della scuola sa bene quanto sia importante la fase dell’osservazione proprio durante il gioco del gruppo classe, per conoscere più a fondo i propri ragazzi e studiare le strategie di intervento sia sul singolo che sul gruppo. Osservando i miei ragazzi ho pensato spesso a com’è cambiato il modo di giocare del bambino che ero io negli anni sessanta, dai ragazzi di oggi e ciò dipende certamente dallo stile diverso della società di riferimento.
Oggi il gioco è vissuto dai bambini e dai ragazzi come un'attività prevalentemente individuale, che si svolge al chiuso della propria cameretta, intenti a superare infiniti livelli di un videogioco della Play Station o a "gareggiare" con il computer. Naturalmente questo comporta un esito negativo sullo sviluppo della personalità perché l'individualismo esecutivo prevale sulla dimensione socializzante e socio-centrica del gioco. Così, talvolta accade che anche nei giochi con gli altri, non ci sia affiatamento nella squadra perché manca il vero senso di "gruppo".
In molti paesi del mondo, i bambini non possono comperare dei giochi perchè costano troppo, quindi se li costruiscono. Anche in Italia, fino agli anni '60, giochi fatti con materiale povero erano molto diffusi. Poi, con il rapido aumento del benessere, i bambini hanno potuto comprare giochi, preconfezionati, nei negozi. Nel frattempo, le strade sono diventate sempre meno sicure e, anche a causa dell'aumento del traffico, i bambini non giocano più nella strada. Tutto questo ha portato alla scomparsa dei giochi di una volta. Infatti, i bambini di adesso non li conoscono più.Una volta, invece, noi ragazzi, quando non eravamo impegnati a scuola o nel lavoro in campagna, giocavamo liberi nei campi o nelle strade con oggetti semplici che si potevano reperire facilmente nell'ambiente in cui vivevamo. Quelle rare volte che mi capita di ritornare nelle stradine della fanciullezza e nella piazzetta “Chiancato” del mio pesino di montagna, mi sembra quasi di risentire il vociare dei coetanei quando facevamo “il nascondino collettivo”, di come ero felice quando costruivamo carrozze con una tavola e semplici cuscinetti o giocavamo col pallone farcito di pezze e ricucito sempre in modo grossolano. Il mio preferito era il gioco della “lippa” che consisteva nel battere con un bastone (mazza) un pezzo di legno più corto, a due punte. Mi appassionavano anche il gioco dei “sassi”, delle “biglie”, delle “figurine”, dei “semi” di zucca o di cachi, dei “bottoni”; oppure “il battimuro”con monete o figurine. Raramente giocavo al tiro con l’arco (pericoloso), fatto con ferri di ombrello appuntiti; più spesso mi dedicavo allo scupidù, alla fionda, alla cerbottana o al cerchio condotto da un sottile tondino di ferro. Mi coinvolgeva maggiormente giocare “a cavalletto”, mi divertiva tantissimo anche da semplice spettatore vedere ragazzi piegati a novanta gradi, appoggiati al muro ed altri cavalcarli in successione e cercare di restare in equilibrio, pena la perdita del gioco e finiva quasi sempre con un ruzzolone generale. Il ricordo legato a quei tempi e quei giochi è di uno stato di spensieratezza totale, la soddisfazione di riuscire a vincere gli ostacoli che permettevano di trasformare sensazioni ordinarie in sensazioni piacevoli e gratificanti. Quel cortile è stata un' ottima palestra di vita per tutti quelli che l’hanno frequentato.

venerdì 13 febbraio 2009

Spiagge

Eravamo avvezzi alle spiagge dell’Adriatico basse e sabbiose, generose di mucillagine e di forte odore di iodio o a quelle del litorale romano, sempre stipate di bagnanti, sotto ombrelloni che fungevano da vere e proprie trattorie all’aperto; il mare era solo un pretesto al banchettare!
Il mare l’avrei visto per la prima volta ad otto anni e mi dicevano quelli che ci erano stati prima che ricordava un campo di grano, tutto verde, mosso ripetutamente dal vento. Allora non era in voga la moda del mare come adesso. Chi ci andava, lo faceva perché consigliato dal medico di famiglia, magari per cure ricostituenti. Quando è scoppiata la febbre metropolitana della gita al mare, si andava come ad una scampagnata! C’era chi partiva in carovana con automobili stracolme di bagagli , ombrelloni, fagotti, sediole e indossavano tutti dei cappelli calcati rigorosamente sulla testa per il terrore di scottarsi. Dopo che veniva aperto l’ombrellone, quasi sempre di gigantesche dimensioni, vedevi assieparsi al suo interno i componenti di intere famiglie sempre numerose e con nonni al seguito. Le mamme si prodigavano nel servire panini generosi che facevano da stuzzichini, in attesa del pranzo vero e proprio. Elemento che non poteva mai mancare era l’anguria di grandezza esagerata che veniva affidata ad un componente della famiglia che doveva averne cura e tenerla in fresco in un secchio o in una buca fatta sulla riva del mare. I bagnanti, si fa per dire, erano o troppo magri o troppo grassi; vedevi un assortimento di pance straripanti, portate con vanto. Questi omoni simili a pachidermi si avvicinavano sospettosi al mare ed al massimo si bagnavano le estremità, facendo mille smorfie; tanto era raro vedere qualcuno che sapesse realmente nuotare. Eppoi, con l’assiduo rapporto che questi tipi avevano col cibo, l’ultimo loro pensiero era quello di rinunciare al mangiare per tenersi idonei al bagno; erano praticamente nello stato di digestione permanente.
Al momento di pranzare venivano aperti i fagotti e saltavano fuori pietanze per un pranzo da paura : pasta al sugo, involtini, parmigiana, carciofi alla giudìa, dolce fatto in casa, acqua idrolitina e per finire fettoni di anguria fresca per tutti. Noi ragazzi del popolino raggiungevamo il litorale coi mezzi pubblici, affrontando estenuanti viaggi su di uno squallido trenino dai sedili di legno, il famoso trenino di Ostia; senza altro denaro in tasca che quello asciutto asciutto per l'andata e ritorno. Partivamo con progetti di chissà quali conquiste e tornavamo a casa solo con fastidiose scottature; le creme con la protezione multipla le avrebbero inventate un po' di anni dopo. Sono arrivati poi gli anni delle ferie in Sardegna che ci hanno portato a vivere un diverso rapporto con il mare. Davanti a squarci di paesaggi favolosi pensavi di immagazzinare nella mente più particolari che potevi, per saperli poi riferire : tutte le sfumature del blu di cielo e mare, il colore troppo bianco o troppo rosa della sabbia, i sassi modellati a sembianze umane o l’atmosfera di pacatezza dell’ambiente che t’inorgogliva il cuore. Scoprire sempre nuovi angoli di paradiso è stato il nostro hobby in quegli anni di vacanze isolane : Budoni, Ottiolu, Coda Cavallo, Berchida, Capo Comino, Cala Liberotto, Cala Luna, Brandinchi, Tavolara e si potrebbe andare all’infinito. Il ricordo più magico messo in valigia è stato certamente l’atmosfera di spiagge esilaranti come Berchida, dal tragitto aspro e selvaggio che ti calavano in una dimensione di estasi, dove percorrere la lunga riva di mare era un invito al meditare e se incontravi un uomo tutto nudo, seduto sulla riva a farsi lambire dalle onde, come in meditazione, per te rientrava nella norma; tanto ricorda un eremo quel posto. Tante spiagge sono come tante donne, tutte diverse e dal fascino che ti conquista per una diversa particolarità che le caratterizza e finiscono con l’entrarti nel sangue.

martedì 13 gennaio 2009

Mio padre.

Mio padre l’ho conosciuto da bambino e non da gesti o da parole; ma da sguardi elementari. L’ho conosciuto meglio quando era assente per lavoro e aspettavo di notte che tornasse; però non gliel’ho fatto mai capire . L’ho conosciuto meglio quando ho camminato nelle sue scarpe, sorriso tra i suoi sorrisi e fatte mie molte delle sue parole. C’era una pianta di gelsi vermigli della fanciullezza, dove potevo inerpicarmi per raccoglier frutti o semplicemente per stare penzoloni, sicuro che mi avrebbe sostenuto. Mio padre era esattamente quella pianta centenaria. E mi ricordo mio padre muratore, in certi mattini di pioggia, costretto in casa a scrutare il cielo, nella speranza che spiovesse all’improvviso e pur con l’animo in subbuglio per la giornata inoperosa; con noi fingeva ugualmente buonumore. Mio padre l’ho rincorso da fanciullo, quando desideravo un mio momento d’attenzione, confuso com’ero in mezzo ai troppi fratelli. Mio padre l’ho raggiunto ch’ero un uomo e pur se avevo un passo più veloce, gli ho sempre camminato dietro. Mio padre l’ho riscoperto quando l’ho perduto ed era una notte di novembre e lui aveva poca voglia di morire. Era come se m’avessero amputato un arto superiore: non potevo più afferrare, non potevo più abbracciare e non potevo asciugare le lacrime del mio immenso dolore. Dopo che ho steso ad asciugare la malinconia, il tempo mi ha restituito il vero volto di mio padre, dove leggo tanta simpatia, bontà da vendere e lealtà che si fa persona. A tutti quelli che l’hanno un po’ vissuto rimarrà il ricordo di una persona veramente degna.

mercoledì 7 gennaio 2009

23 luglio. Mia madre.

Soverchie volte ho pensato a mia madre o almeno ho tentato, da quel luglio fatale, quando ci ha dovuto lasciare perché corrosa dal male. Ogni volta ho dovuto esorcizzare il pensiero per non essere travolto dalla sofferenza che sempre tale pensiero si portava dietro.
Ora che il tempo ha limato i ricordi, affronto con animo più sereno il pensiero di lei e non mi sento più tanto colpevole di non averle saputo palesare tutto l’amore che trattenevo dentro.
Il ricordo di lei lo accende la presenza sulla spiaggia degli anziani al seguito, immobili, sotto ombrelloni troppo stipati di oggetti e di persone che proiettano un’ombra troppo esigua per poter ritemprare persone come loro, così a lungo esposte al sole torrido della vita.
Guardo questi vecchi e il ricordo corre subito a lei , a mia madre, e me la figuro al mio fianco, sotto una distesa ombreggiata, a scambiarci quelle confidenze che non abbiamo mai avuto l’ardire di passarci. La vedo fra noi a gustarsi il mare e i bambini; sempre pronta a dare una mano in ogni faccenda, purchè non fosse davanti ai fornelli.
Mi illudo di poterle offrire una tregua ad una vita di stenti e alle troppe fatiche alle dipendenze di ben sei persone, quasi tutte di sesso maschile!
La vedo sorridere e mi gusto la scena; ma nel frattempo la vecchina dell’ombrellone accanto si è alzata e prende congedo dagli altri.Il ritorno improvviso al reale ha tarpato le ali al volatile che al mio interno già si stava librando. Allora faccio finta di nulla: rivolgo una muta orazione , ammicco a me stesso un amaro sorriso e mi concedo l’ennesimo bagno.
tratto da "Chiuso per ferie" di g.castello (1996).

giovedì 18 dicembre 2008

12 luglio. Voglia di fare un bagno.


Per sfuggire ancora una volta all’orda dei bagnanti domenicali siamo approdati in un mare fatto di soli scogli; un posto sconosciuto ai più e battuto solamente da avventurieri metropolitani quali noi siamo. Mi avventuro, a disagio, tra sassi taglienti, addolciti solamente dal lavorio dell’acqua in cui si specchiano e rimandano un’immagine più fascinosa di sé; tant’è che mi faccio coraggio e cammino tra di essi alla ricerca di uno specchio d’acqua, il più consono al mio imminente scopo: fare assolutamente un bagno! La patina di melma verdastra inganna il mio piede ed avverto subito che una punta maledettamente tagliente mi si è conficcata nell’alluce e ciò smonta il mio desiderio di procedere oltre quel sasso. Mi guardo un po’ intorno per il sopraggiunto imbarazzo; ma presto mi rassicuro che sono proprio da solo e nessuno ha assistito al mio disagio. Decido allora di sedermi adagio sopra un masso che mi sembra liscio, con la speranza che nel frattempo si è fatta quasi ossessione di bagnarmi in qualche modo! In quella posizione da vero imbecille non posso fare a meno di contemplare, ad uno ad uno, tutti quegli iceberg di pietra che in quel punto vomita il mare. Le rocce assumono le forme più strane ed invitano l’immaginazione a riconoscere in esse sagome umane o forme di animali. Spinto da puerile curiosità mi arrampico alla volta della più maestosa vetta circostante e non posso fare a meno di notare le crepe in mezzo ai massi e i vari colori dei sassi nell’acqua che lambisce tutta intera la fiancata. Mentre avanzo, le onde picchiano impetuose su di essa e l’onda successiva sembra fare a gara con quella precedente, come per stabilire una specie di primato ideale. Quando decido di guadagnare la vetta di quel prepuzio che si staglia a mò di fallo gigantesco su quell’ampio tratto di mare; mi accorgo che qualcuno già mi ha preceduto. Un enorme cormorano troneggia proprio in cima allo scoglio, precisamente là dove avrei desiderato essere io. Se ne sta impassibile e se ne fotte altamente di uno scalcagnato come me che si era illuso magari di mettergli paura. Lui sì che domina veramente il mare circostante e la fa da padrone sui pesci che si guardano bene dal passare nei paraggi. Volendo, con una semplice apertura di ali, potrebbe raggiungere quell’ampio tratto di cielo e mare che invece intimidisce me che resto impacciato tra quei sassi; capace nemmeno di fare un bagno appena decente!
tratto da " Chiuso per ferie " monografia di g.castello (1996).

lunedì 8 dicembre 2008

Un Buonissimo Natale !



I ricordi più belli legati al Natale sono quelli dell’infanzia, vissuti a Sant'Agata di Puglia, un incantevole paesino del Sud che pare proprio un presepe e siamo poco prima degli anni sessanta. La tradizione era legata unicamente al presepio. L’albero di Natale l’avremmo conosciuto più tardi nei films americani della televisione! Il Natale non arrivava mai per caso, ma era lungamente aspettato. Già dai primi del mese di dicembre facevamo alzatacce per recarci alla funzione del mattutino : mi rivedo bambino, troppo poco vestito, per  stradine innevate e ancora buie che camminavo incollato ad un adulto, al richiamo di una campana che ci reclamava alla novena del Natale. In tutte le case si allestiva un presepio con pupazzi strettamente di creta e per lo più rattoppati. Il ricordo più bello è legato alle casette che costruivo assieme a  mio padre muratore. Lui tornava da lavoro nel tardo pomeriggio e, dimentico della stanchezza, tirava fuori scatole di cartone ed insieme progettavamo casette, frantoi, ponticelli, mulini che dovevano servire all'allestimento del  presepio di casa nostra. Ricordo che i canti, le luci e lo stare in mezzo alla mia gente che cantava il "tu scendi dalle stelle" con le lacrime agli occhi,  mi facevano battere forte il cuore. Allora non avevo la consapevolezza della nostra miseria o forse l’avevo ; ma con essa avevo anche la speranza che qualcosa potesse cambiare per gente dal cuore semplice come il nostro. Il pranzo di Natale poi era un’altra bella aspettativa per grandi e piccini : in tempi di magra, almeno il Natale era l'occasione per fare una bella mangiata! E chi può scordare le nostre letterine? Prima era stata un’impresa per procurarci le cinque-dieci lire per acquistare la lettera con la porporina d’oro e d’argento e poi la fatica a scriverci dentro le nostre promesse, stando attenti alle macchie d’inchiostro e alle immancabili sbavature. Ma l’impresa più grande era sempre metterla nascostamente sotto il piatto di mio padre che doveva consumare il primo piatto fingendo prima indifferenza e poi sorpresa. "Caro papà, ti prometto che sarò più buono…. e giù una grossa lacrima dal viso paterno. I nostri regali? Eravamo una numerosa famiglia e un grande regalo era già quel discreto pranzo, almeno a Natale e con cibi messi da parte apposta per l’occasione. Oggi vi sembrerà poco, eppure noi eravamo felici anche di quel poco. Da tempo vivo questa festa con mutato sentimento e vorrei tanto ritrovare quei palpiti del bambino che sono stato. I moderni addobbi, le luci; questa moda dei tanti regali non riesce proprio a toccarmi come riuscivano a farlo le pochezze di un tempo. Il Natale di adesso è legato agli affetti, ai buoni propositi, al pensiero che nutro per quelli che non riescono a sbarcare il lunario, a coloro che lottano per la loro dignità, agli abbandonati in un letto d’ospedale; ai tanti che rischiano il posto di lavoro, a quelli che muoiono sul posto di lavoro, ai ragazzi che rischiano la vita in scuole fuori norma; a coloro che hanno come letto appena un cartone. A tutti costoro dico di cuore :
Un Buonissimo Natale !
maestrocastello