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mercoledì 29 febbraio 2012

Sono solo parole.


San Remo non lo guarda nessuno e tutti lo guardano. C’è ancora chi si ostina a voler vedere in questa kermesse  il trionfo della canzone e non accetta che sia divenuta tutt’altro: un evento controllato, gestito e condizionato da imponenti gruppi di potere.  Ad appena qualche settimana da quando è calato il sipario, di questo avvenimento resta solo l’eco delle polemiche legate a singoli episodi come la farfalla di Belen o gli interventi di Adriano che hanno sortito gli ascolti preventivati. A noi che amiamo scovare del buono in ogni cosa, piace fare almeno qualche riflessione su questo avvenimento, in modo da provocarne tante altre nei nostri lettori. Celentano che ha avuto l’ardire di attaccare dei giornali cattolici e la dirigenza Rai che ha dovuto prendere le distanze dal molleggiato ci sono sembrati tutta una farsa, un dèjà vu. Se fosse vero il contrario e i litigi fra dirigenti fossero attendibili, vorrebbe solo dire che la Rai è in una crisi profonda. Il “pericolo” Celentano lo conoscevano da mesi e se hanno rischiato di correrlo, vuol dire che ne valeva la pena. Allora, perché ci avrebbero martellato da un mese prima con spot che annunciavano  quasi un evento profetico: “Sta arrivando Adriano. Cosa dirà?”.  A noi lo chiedete? Chiedetelo a lui!  A noi viene richiesto, obbligatorio per legge, un canone di abbonamento; sia  almeno consentito  dire che la Rai offre in cambio un prodotto scadente,  che certi spettacoli sono solo un modo per distrarre la gente dai veri problemi e ce ne sarebbero tanti. Celentano  così com’è stato l’idolo di tutti, lo è stato anche il mio; il primo quarantacinque giri da me posseduto,  fu “Ventiquattromila baci” (1961), le sue canzoni hanno accompagnato le varie tappe della mia  vita come quella di tanti. Lui è l’icona del mondo musicale nostrano, uno che s’è saputo sempre gestire e reinventare:  cantante, attore e showman; ma a San Remo non l’ho trovato affatto rock. Lui ha dato esattamente il prodotto che gli era stato richiesto, badando più all’effetto che alla sostanza delle parole che ha pronunciato, fra una sorsata e l’altra di oligo-minerale. Nulla da eccepire sul compenso esagerato per due sole esibizioni che si giustifica con la mole di ascolti procurata, ho trovato lodevole che lo abbia dato in beneficenza; ma trovo fuori luogo che abbia utilizzato il palco per predicozzi da sala parrocchiale, per attaccare proprio quei due giornali cattolici, guarda caso, che, giorni prima, avevano stigmatizzato l’inopportunità del suo cachet. La Chiesa non si poteva toccare e lui l’ha toccata, alzando un polverone mediatico che ha dato lavoro ai media  su un argomento di cui hanno straparlato per giorni. Ha detto tanto Adriano e in fondo non ha detto proprio nulla. Parlare della Chiesa che spesso non segue tutti i dettami del Vangelo, quello sì che avrebbe costituito notizia; ma sarebbe stato troppo per lui e non so se ne sarebbe stato capace. Eppure quanto altro ci sarebbe stato da dire, ma  forse non avrebbe scandalizzato nessuno parlare dell’attuale momento politico-economico italiano, della crescente disoccupazione, della perdita di speranza dei giovani verso un futuro sempre più incerto che li relega ai margini della società, della corruzione dilagante tra chi amministra la cosa pubblica, delle carceri affollate, della crescita che non arriverà mai. La gente comune queste cose  le dice ogni giorno, solo che non l’ascolta nessuno e, forse, Celentano sarebbe stato un valido portavoce. Peccato, fra una bella canzone e l’altra, Adriano, questi temi li avremmo graditi di più. Comunque, non pensarci, le nostre  “sono solo parole”, come dice Noemi e tu resti sempre il più forte, soprattutto quando canti.
Buona vita!
maestrocastello

domenica 20 febbraio 2011

Non sono solo canzonette!



Spesso mi sono interrogato sulla funzione che deve avere una canzonetta e sempre sono tornato con la mente ai tempi della mia infanzia, quando le canzoni ascoltate alla radio rappresentavano per la gente un bel momento d’evasione e, appena ascoltate alla radio, erano presto imparate e fischiettate da tutti. Era usuale vedere un operaio che svolgeva il proprio lavoro al ritmo della canzone del momento. Chi può dimenticare “mastro Rocco”, il ciabattino vicino la mia casa da bambino che batteva il martello sulla malcapitata tomaia, al ritmo di “Vecchio scarpone, quanto tempo è passato”? Era uno spasso, tanto che passavo di proposito davanti la sua minuscola bottega calzolaia e lo ascoltavo di nascosto. Allora si cantava di tutto: “Avvinto come l’edera”, piuttosto che “II pericolo numero uno, la donna”, oppure “Casetta  in Canadà” , “Quel mazzolin di fiori” e  perfino “faccetta nera dell’Abissinia”; basta che si cantava. Il testo delle canzoni era spesso avulso dalla realtà, ma  l’importante era il momento di gioia che anche una semplice marcetta riusciva a provocare nella gente semplice di allora. Poi sarebbero arrivate le canzoni impegnate dei cantautori dal forte contenuto  politico-sociale negli anni della contestazione e la canzonetta avrebbe perduto la semplice funzione di passatempo che aveva un tempo. Una volta il Festival di San Remo era aspettato davvero  tutto l’anno e rappresentava l’occasione per rinnovare il guardaroba canoro di ciascuno. Ricordo che compravo il libricino con tutti i testi delle canzoni già alcune settimane prima della gara, le imparavo tutte a memoria e provavo a cantarle, anche se non conoscevo quale sarebbe stata la musica. Le case di quei pochi  che possedevano un apparecchio televisivo si gremivano di gente che assisteva alle serate del Festival in religioso silenzio, per assorbire meglio tutte le sfumature della manifestazione. Si formavano, seduta stante, i partiti per Modugno, Claudio Villa e Sergio Bruni e si facevano le immancabili previsioni su chi sarebbe stato il vincitore. Era certo che quelle canzonette il giorno dopo le avrebbe cantate tutto il paese e sarebbero entrate a far parte del bagaglio canoro di ciascuno. Chiedete adesso se qualcuno ricorda il titolo della canzone che ha vinto il festival l’anno scorso!  San Remo, infatti, ha perso la sua connotazione naturale per divenire un indotto milionario, dove l’avvenimento mondano ha soppiantato l’interesse per le canzoni. Dopo che per anni i cantautori più in voga avevano disertato il Festival, Roberto Vecchioni quest’anno, ha accettato la sfida, mettendo in campo una vera e propria poesia in musica: “Chiamami ancora amore”. Il suo pezzo è una efficace lezione politico-sociale rivolta ai giovani ed “alle loro speranze troppo spesso disilluse”. E’ un invito ai ragazzi e alle ragazze a far sentire la loro opinione e l’invito assume un suo peso perché rivolto da una cattedra così importante ed in un momento politico e sociale particolare per il Paese. Il messaggio è particolarmente coraggioso in un tempo in cui la politica è in pausa-pranzo permanente e quando si mette all’opera è più preoccupata  a scacciare barconi di  extracomunitari disperati che a dare respiro all'economia nazionale. Non sono solo canzonette se qualche minuto appena di un testo cantato può raggiungere così tante persone e se incide sulla gente più di qualsiasi libro che quelle stesse persone non leggeranno mai. Se tutti quei ragazzi e ragazze "così belli” continueranno ” a gridare nelle piazze perché stanno uccidendo il pensiero”; allora Evviva San Remo!, Evviva Roberto Vecchioni!, Evviva  una canzone come “Chiamami ancora amore!” , Evviva le canzonette!
Buona vita!
maestrocastello

lunedì 22 febbraio 2010

Sono solo canzonette.


“Sono solo canzonette” ripeteva il testo di Bennato ed è quanto andavo ripetendo anch’io nella passata settimana sul Festival di San Remo. Si è appena concluso questo annuale tour de force, vera occasione di business per l’azienda Rai che piange miseria in campagna abbonamenti e poi elargisce euro facili in pacchi della fortuna, ospitate a gente stupida ch’è andata a ritrovare fama in isole di Ventura. Torniamo al fenomeno San Remo, ormai concluso, che ha rappresentato un momento di auto-incensazione per la struttura della rai, paga, almeno questa volta, di aver accontentato proprio tutti. C’è stata l’attesa della vigilia ch’è durata mesi, la polemica legata al caso Morgan che ha creato aspettativa e la vicenda del ranocchio che tentava di trasformarsi in principe-cantante. Dopo Bonolis era francamente difficile far meglio ed avevano pensato come presentatrice ad un personaggio che gli tenesse il posto in caldo per un anno e mai sospettavano che proprio una persona semplice come Antonella Clerici incontrasse il gradimento generale; in quanto ha incarnato pregi e difetti dell’italiano medio. Tante le novità. Niente scalinate del passato e niente belle statuine da accompagnare al presentatore. Pochi vecchi tromboni delegati al canto e subito estromessi. Accontentati i giovani che hanno applaudito sul palco sanremese i loro beniamini dei talents, per nulla impauriti dal grande pubblico e dalla competizione. La libertà lasciata a tutti ha pagato: si è respirato aria di freschezza nel look degli interpreti, anche se i pezzi non sono sembrati proprio eccezionali. Daltronte si sa che San Remo è tutto fuorchè una gara di canzoni. La Clerici ha giocato molto sull’autoironia; ha mostrato brio, semplicità e senso materno sia con la regina ospite che con i ragazzi del ”Ti lascio una canzone”. Non sono mancate le solite polemiche che rappresentano, da sempre, il sale di San Remo. I fischi a Pupo e compagnia hanno finito per avvantaggiarli e gli spartiti dei maestri dell’orchestra gettati in aria fan capire che il festival non va preso troppo sul serio. Le polemiche sul televoto son presto cominciate: sembra che l’unione dei consumatori abbia interessato la Guardia di Finanza ad esaminare i tabulati. “Panem et circenses” dicevano i latini. Oltre al cencenses (canzoni e risate) c’è chi ha pensato anche al “panem” ed è stato Maurizio Costanzo che ha chiamato sul palco gli operai di Termini Imerese, ultimo baluardo lavorativo di un Sud che si va sempre più sgretolando, da San Fratello a Maierato. Come atto finale c’è stata l’indignazione generale per la proclamazione dei cantanti vincitori. Tutti arrabbiati? Bene, domani avremo qualcosa in più per parlare!.
Ma non scordate mai che son pur sempre canzonette!
Buona vita!
Maestrocastello.