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venerdì 10 febbraio 2012

"Nevica ed ho le prove"



Mi piace parafrasare il titolo di un libro di Franco Arminio, poeta, scrittore e, come me, maestro elementare: “Nevica ed ho le prove”. Le mie prove le ho scovate nella neve vissuta e nella neve raccontata di questi giorni. I mie pensieri  viaggiavano senza catene tra le immagini di paesi ammantati, alla ricerca di un Paese, l’Italia, finalmente unito. Da nord a sud, stessi scenari, stessi problemi e, finalmente, lo stesso linguaggio; il linguaggio della neve. Ma ho individuato atteggiamenti sociali diversi nella neve che è scesa nelle grandi città da quella che ha totalmente coperto  paesini, come il mio, nella Puglia o nella Campania. Ho notato metropoli gremite di personaggi sbadatamente vivi che scimmiottavano Cortina,  le strade del centro che apparivano regolarmente liberate e cosparse di sale; ma gli ingressi di palazzi ed esercizi privati, rigorosamente innevati.  Vite date in totale gestione  alle ordinanze del sindaco  o al bollettino della protezione civile, gente che non ha più memoria di un comune strumento di lavoro chiamato pala e braccia generose di spalare neve anche dall’uscio del vicino. Nel centro di una grande città può anche  capitare, e capita tutti i giorni, che un uomo vestito di stracci abbia appeso al collo un pezzo di cartone con la scritta a pennarello: “Ho fame” e che nessuno gli dia retta e nessuno si accorga che sta morendo e poi muore davvero.  Ho visto tanti paesi del Sud accigliati, paesi  campani maltrattati dalla tormenta, completamente coperti da metri di neve, dopo aver appena ascoltato il politico di riferimento, tale Caldoro, dire che tutto  andava bene, che la situazione era sotto controllo. Ma manco per niente! Ho ascoltato Monti limitarsi a prevedere altra neve per il fine settimana  e non spendere una sola parola per questi paesi, queste montagne in stato di vera emergenza. Ho avuto notizie di polemiche di sindaci,  di corse per accaparrarsi l’ultimo pacco di zucchero e, purtroppo, di tante morti per assideramento; ma ho avuto anche notizie di gesti  di solidarietà spontanea nei paesi. Un fornaio di Sora, nel frusinate, ha impastato pane a metà prezzo per la popolazione. Al mio paese, Sant’Agata di Puglia, si sono formate squadre di giovani volontari che hanno fatto visita agli anziani del paese, portando viveri e provvista di legna, spalando la neve davanti all’uscio di casa o portando semplicemente un saluto. A volte bastano questi piccoli gesti di buon senso che non necessitano per  forza di interventi ufficiali. Speriamo che tanti altri seguano l’esempio dei bravi ragazzi santagatesi.  La neve, dicono,  ci sarà ancora e mi piace chiudere con l’appello che Franco Arminio ha fatto sul web : “Facciamo in modo che dove manca lo Stato arrivi il popolo. La neve può seppellire tante cose, ma può far nascere una nuova forma di comunità, una comunità basata sulla vicinanza, sull’affetto, sull'attenzione a chi è più debole, a chi soffre; penso agli alberi e agli anziani." Ricordiamo che dalla neve ci possiamo difendere; d'indifferenza si può anche morire.
Buona vita!
maestrocastello

mercoledì 18 gennaio 2012

Perché non nevica più?


Sui campi e sulle strade/ silenziosa e lieve/volteggiando, la neve/cade.
Danza la falda bianca/nell'ampio ciel scherzosa,/poi sul terren si posa,/stanca.
In mille immote forme/sui tetti e sui camini/sui cippi e sui giardini,/dorme.
Tutto d'intorno è pace,/chiuso in un oblìo profondo,/indifferente il mondo/tace.
(Ada Negri)

Una volta, questa poesia veniva insegnata alle elementari, adesso non più. Una piccola perdita che si aggiunge alla lenta scomparsa della poesia nelle nostre scuole. La neve sembra che in effetti purifichi dove si posa... tetti, camini, giardini. ecc... ma raramente si posa sulle persone; affinché le renda pure, togliendo quell'indifferenza e tante altre negatività, il male e la cattiveria che le sovrasta. Quand’ero bambino, aspettavo la neve con l’ansia di tutti i bambini che sono desiderosi di non andare a scuola. La neve era l’unica alternativa alle malattie per restarsene a casa. Quando nevicava ero contento per diversi motivi. Amavo quell’atmosfera ovattata in cui cadeva il mio paese, senza rumori eccessivi; quello spirito di solidarietà che sgorgava fra le persone: io ti aiuto a mettere al riparo la catasta di legna, per non farla bagnare; tu mi dai una mano a spalare la neve davanti all’ uscio di casa e tutto avveniva in modo tacito e spontaneo. Era bello vedere un paese che, nel momento di bisogno, si scopriva comunità. La nostra miseria di allora era solo materiale, perché avevamo scorte spirituali per lunghe invernate. Il povero, si sa, dona perché sa bene quant’è brutta la miseria in se stesso e non vorrebbe rivederla sul viso di un altro. Non mancava volta che mia madre Letizia, al ritorno dai campi, di tutta la frutta che aveva riportato al paese, ne faceva porzioni che regalava a tante altre famiglie povere come la nostra. Dicevo, riguardo alla neve, che mi piaceva che la vita si fermasse, che andasse via la corrente, che rimanessimo accanto al camino, al chiarore di una sola candela accesa e nonna Mariannina che “riceva li cunt”. Raccontava di streghe, di orchi, di bimbi abbandonati nel mezzo di un bosco e noi bambini che ci stringevamo l’uno l’altro, per la paura che si andava creando. Beati quei tempi che i bimbi, non ancora contagiati dalla televisione, facevano vere scorpacciate di fantasia. Beati i tempi quando i giocattoli, i bambini, se li costruivano da soli ed erano il frutto della loro immaginazione; giocavano coi sassi, coi semi di zucca, con semplici pezzi di legno; tutto era utile al gioco: cerchi, cuscinetti di auto, bottoni o semplici  asticelle di legno. Nevicava e le stradine di paese pullulavano di bimbi poco vestiti, poco nutriti; ma ugualmente felici di rotolarsi in mezzo alla neve. Perché non nevica più? Forse perché ci sono più case che abitanti e i bimbi non ci sono e quando ci sono, non hanno  più il tempo di fare pupazzi di neve. Ora della neve conserviamo solo il ricordo. E poi, nevicherebbe per niente, perché i paesi sono caduti tutti in un letargo profondo e si rianimano solo nel mese d’agosto e quando c’è un funerale. La fabbrica del terremoto ha rifatto il look alle nostre case e le ha trasformate in tanti cofanetti, dove sono custoditi i ricordi dei bei tempi, quando anche la vista della neve dava gioia ed avevamo un’altra idea di stare al mondo.
Buona vita!
maestrocastello