venerdì 13 agosto 2010

Una notizia curiosa che invita a riflettere.


Dall’aprile 2007 sui quotidiani giapponesi circola una notizia abbastanza curiosa: nei bagni pubblici delle prefetture delle maggiori città nipponiche vengono rinvenute di continuo buste eleganti di classica manifattura giapponese stile washi, entro le quali sono contenuti un foglio scritto a mano con elegante calligrafia ed una banconota da 10.000 yen (60 euro circa, oppure 82 dollari usa). Tutte le buste contengono un foglio con lo stesso messaggio: "Usa questo denaro per il raggiungimento della conoscenza. Uno per persona. Sii felice.” Le forze di polizia non sono riuscite mai ad identificare il misterioso benefattore e nemmeno ad intuire il motivo che lo spinge a tale gesto dispendioso. Dal 2007 ad oggi sono stati distribuiti 4 milioni di yen, pari a 25'000 euro o 32.000 dollari). Altri, dopo aver letto il messaggio, butterebbero la busta, trattenendo il denaro; ma non i giapponesi che hanno spiccato senso civico. Tutti mettono a disposizione delle forze di polizia le buste travate e dopo sei mesi ritornano regolarmente in possesso del regalo rinvenuto, secondo la legge di questo paese. La curiosità della notizia non è sfuggita ai mezzi di informazione, considerando insolito che proprio in un’epoca di alta tecnologia, in cui c’è la corsa sfrenata agli scambi commerciali ed alla competitività economica, un individuo sconosciuto se ne vada in giro per il Giappone a distribuire soldi e consigli filosofici e spirituali. Forse non conosceremo mai il motivo del gesto; ma il benefattore sconosciuto ha raggiunto lo scopo di catturare per un momento l’attenzione dell’informazione nazionale che finora era rivolta solo a fatti legati alla politica, all’alta finanza, a bollettini di guerra da varie parti del mondo, a causa di questo semplice messaggio: "Usa il denaro per la conoscenza, usa il tempo per essere felice". E’ già un inizio!
Buona vita!
maestrocastello

mercoledì 11 agosto 2010

Chi paga il canone s'incazza!


Ho preso una lunga pausa dal guardare la televisione che dura ormai dal mese di giugno e vi giuro che sto benissimo senza. Oltre a non sentirne la mancanza, ho scoperto che sto decisamente meglio di prima. Niente più indigestione giornaliera di banalità che offendono l’intelligenza di una persona, niente piazzate di politici prezzolati, niente apparizioni di squallidi individui che hanno impegnato il cervello al Monte dei Pegni e non l’hanno più riscattato. A stare lontano dal piccolo schermo, credetemi, c’è solo da guadagnarci. Leggo dai giornali on line che il Tg1 ha perso un milione di telespettatori in tre mesi, ha lo share in picchiata; eppure spende e spande. Per forza, da quando è passato a condurlo uno squallido cortigiano, tale “testa di brufolo” che su indicazione del suo padrone, sta affossando in maniera vergognosa un’azienda come la rai, che per altro paghiamo noi, le cose vanno sempre peggio. Perde ascolti, il telegiornale ammiraglia della Rai, ma ha cinque redattori centrali. Ripetono che l’azienda è in crisi e intanto a Viale Mazzini fioccano promozioni, con relativi compensi milionari. Il proprietario della concorrenza si è preso tutto il cucuzzaro e i suoi bacia pile curano in prima persona ed in prima serata editoriali per spiegare agli italiani quale dev’essere la corretta interpretazione del caso Mils oppure che in Italia c’è già troppa libertà di stampa e come sia superfluo uno sciopero dei giornalisti. Ci insegnano, insomma, come bisogna pensarla! Televisione di qualità? Ma per favore! Servizi sui cani, sulle condizioni metereologiche, sui matrimoni di personaggi famosi; si dilungano su fatti di cronaca che non interessano nessuno come incidenti stradali e omicidi che trovi anche sui giornali di provincia e tralasciano tutte le notizie importanti. Ragazzi godetevi in libertà il tempo che vi separa dai primi di settembre, perché vi aspettano pomeriggi interi a parlare di tette al silicone, domeniche sportive, coppe di campioni, chi presenterà San Remo e chi verrà nominata sull’isola dei famosi. Questa è la vita: chi paga il canone s’incazza ed ha ragione di sorridere chi lo evade.
Buona vita!
maestrocastello.

venerdì 6 agosto 2010

"Anche la mucca nera fa il latte bianco" (Guinea). Detti e proverbi come pillole di saggezza.


La saggezza popolare è racchiusa nei tanti proverbi che la gente usa per chiosare un discorso senza tanti giri di parole. Molti sostengono che i proverbi non siano altro che un condensato di luoghi comuni; eppure essi generalmente riportano delle verità che sono il frutto della cosiddetta filosofia popolare. Ci danno noia quelli che condiscono ogni discorso con detti scontatissimi, tipo: “Tanto va la gatta…”, “Chi va con lo zoppo…” , “Meglio un uovo oggi…” e via discorrendo; peggio ancora, ci fanno ridere quelli che fanno un po’ di confusione con detti popolari di cui non ricordano l’esatta dicitura, come: “Non c’è trippa per cani, invece di gatti”, “Nella botte piccola c’è l’olio buono, invece di vino”, oppure “ Lascialo cuocere nella sua acqua, invece di brodo”. Molti detti non sono così scontati, specie quelli paesani, ci sorprendono anzi per la loro acutezza e sagacia: essi sono tratti da usi, costumi e leggende nate dal popolo e nascondono verità profonde sottoforma di metafore o similitudini. Molti sono comuni a lingue diverse e sono esplicitati in forme differenti, per esprimere sostanzialmente una medesima verità. Credo che abbiamo il dovere di conservare e difendere tutto il patrimonio culturale che è racchiuso nei proverbi, in quanto essi rappresentano una traccia importante delle epoche passate e ci indicano il percorso di civiltà che hanno sperimentato quelli che ci hanno preceduto. Ho raccolto alcunni detti lucani che trovo davvero gustosi, perché fanno sorridere per il linguaggio schietto e rivelano tutta la saggezza di gente semplice che sa leggere dentro i gesti di ogni giorno.
Buona vita!
maestrocastello.


DETTI LUCANI
1) Chi tropp' s'abbascia lu cule s' mostra
(Chi si abbassa troppo farà vedere il fondoschiena).

2) Fa prima 'na femmena a truvà 'na scusa ca 'nu soresce a truvà 'nu purtuse.
(Quando deve trovare una scusa la donna è più veloce del topo nel trovare una scappatoia).

3) Li sciabbole stanne appese, li fodere cumbattene
(Le persone sbagliate al posto sbagliato).

4) E' chianggiure, veramente, lu mort' ca 'nun dascia niente
(E’ pianto vero, quello per una persona che non lascia nulla).

5) Quann' lu cule mena vent' lu miereche stà allabente
( Quando il fodoschiena rumoreggia, la persona gode ottima salute ed il medico non serve).

6) Chi zappa beve acqua, chi porta beve vine
(la vera fatica spesso non viene premiata).

7) Turrone d' fera: tutta carta niente cupeta .
(Il torrone comprato ad una fiera(posto occasionale) : è tutta carta e poco da mangiare). N.B La cupeta sta per il torrone al sud.

8) La addina fà l'uove e a lu adda gn' bruscia lu cule
(La gallina fa l’uovo e capita che il gallo abbia bruciori in quel posto!)

9) Li ciucce 'nnanz' e li cavadde appresse
(Spesso gli asini procedono davanti, seguiti dai cavalli (invece del contrario).

10) Nun tene pane e va truvenne savicicchie
(Gli manca l’essenziale (pane) e va in cerca del superfluo (companatico).

11) Quanne lu 'mbriache nunn' vole, tutt' lu dann' a beve
(tutti ti offrono da bere all’ubriaco, ma quando non ha sete).

12) Mieglie 'nu marire brutt' ca mica 'ntutte
(Meglio brutto un marito che non averlo per niente).

13) Lu scarpare ca nunn'ha chi fà conta li forme
(Quando il calzolaio perde tempo (conta le forme delle scarpe), significa che non ha lavoro.

14) Vizi da generale, pàa da capurale
(Spende più di quello che guadagna).

domenica 1 agosto 2010

Vacanze estive targate anni sessanta.


Stiamo entrando nella settimana in cui fervono i preparativi di partenza per le strameritate ferie estive. Mare, montagna o laghi? Estenuanti viaggi in macchina sulla Salerno-Reggio Calabria verso i lidi calabresi, attese da sfinimento per imbarcarsi su navi della Tirrenia dirette in Sardegna. Chi ha pochi mezzi sceglierà il campeggio o aspetterà le occasioni dell’ultimo minuto per fare viaggi verso angoli di paradiso a prezzi stracciati. Tanti piangono miseria e poi va a finire che quasi tutti vanno da qualche parte a cercare divertimento e un po' di relax. La recente visita di un mio parente che proveniva da Torino e diretto al nostro paesello dell’entroterra foggiano, mi ha fatto correre la mente alle mie vacanze estive da ragazzo. Appena chiuse le scuole c’era poco da scegliere, ci aspettavano tre mesi ininterrotti di vacanze nel nostro paese di montagna, Sant'Agata di Puglia. Aria fresca, estenuanti sfacchinate a piedi su acciottolati scivolosi e mangiare genuino da mia nonna Mariannina; almeno mamma che rimaneva a Roma aveva qualche bocca in meno da sfamare. A quel tempo non accampavo molte pretese e anche di poco mi contentavo; sempre di corsa, sempre a girovagare per i pochi posti del paese: la piazza, San Rocco, la via Perillo, la villetta; sempre in cerca di amici che giungevano, come me, da altre città e che non vedevo da anni. Nei paesi, si sa, si è curiosi; ma a Sant’Agata asssegnerei la bandiera arancione della curiosità. Quando passavi per strada, le solite due donne ti puntavano da lontano e attaccavano il ritornello: “ Chi è stu uaglione? - Come si chiama? - A chi appartiene?”. Abbassavano il tono di voce, ma non troppo, mentre ti avvicinavi a loro e quando eri accanto, si zittivano completamente e ti fissavano intensamente, per riprendere a cianciare una volta distante e a raccontarsi tutta la cronistoria della tua famiglia. La gente stazionava sui gradini d’accesso delle case, tutte basse; praticamente per strada ed era un continuo chiacchierare con tutti quelli che passavano, un continuo informarsi su dove stavi andando e su cosa ti accingevi a fare. Agosto, si sa, è il mese degli arrivi e quando si incontrava qualcuno le domande di rito erano sempre le stesse: “Quando sei arrivato? - Ti trattieni un pochino? - Quando riparti?”, “Stai così poco?” e seguiva l’immancabile considerazione finale: “Che vai a fare a Torino, qua si sa sta bene; c’è l’aria fina!”. Già, l’aria fina, è il vanto dei santagatesi, oltre al cibo naturalmente che, a detta nostra, è il migliore nei paraggi. Il ricordo più divertente era vedere emigranti di ritorno dalla Svizzera che si aggiravano per la strada in vestiti impossibili, occhialoni scuri, tipo parabrezza di un autobus in gita di piacere , radio a transistor col volume a palla che essi mostravano come un trofeo e si guardavano intorno con orgoglio, come a dimostrare che, sì, avevano fatto sacrifici; ma poi ce l’avevano fatta! C’era poco da fare, poco da divertirsi e tre mesi erano pesanti; ma ci si accontentava di niente: bivacco nella piazza “XX Settembre”, gremita fino a notte fonda, che ci vedeva fare l’alba a bere birra e raccontar cazzate. Il pane caldo alle cinque del mattino, i dolci della sposa alla domenica, fatti di crema e ricoperti di glassa; l’uscita dalla messa la domenica a mezzogiorno che ti permetteva di veder ragazze altrimenti in eterna clausura che uscivano solo in occasione della messa e mentre passavano per la piazza giocavano a far le finte timide, ben consapevoli di essere guardate e giudicate. Il mercato di ogni martedì, la musica a San Rocco che richiamava gente allo struscio del dopo cena e la festa a mezz’agosto coi cantanti in piazza e i fuochi pirotecnici del santo patrono, in pieno giorno. Già dopo ferragosto non c’era più nessuno, si guastava il tempo e arrivare ai primi di settembre diventava dura. Poi finalmente la partenza sulla postale fino a Foggia e il pianto di mia nonna che insieme agli altri vecchi rimanevano a custodire le radici di ognuno. Potevi fare mille altri progetti, ma tanto loro erano certi che, un altro anno, e poi saresti ritornato a Sant'Agata di Puglia!
Buona vita!
Maestrocastello.

domenica 25 luglio 2010

Ciao, guerriero!


Quando scompare un personaggio dello spettacolo dispiace ogni volta, specie se ha accompagnato vari momenti della nostra vita e pare, a volte, che se ne sia andato un amico; uno che ci ha tenuto compagnia, ci ha fatto ridere e ci ha fato piangere; uno che insomma ci ha trasmesso emozioni. Recentemente la morte ha fatto irruzione nella vita di Pietro Taricone, strrappandolo all’affetto dei suoi cari ed aveva solo 35 anni. A distanza di alcune settimane ancora non si sono spente le luci su questo lutto inaspettato e la gente continua a lasciare messaggi di affetto sia sul luogo dell’incidente, sulla sua tomba ed in rete: facebook e quant’altro. Pietro era uno che la vita se la rischiava, se la godeva fino in fondo. Era una persona vera e non un personaggio costruito. La gente lo piange perché si identifica in lui, uno che ce l’aveva fatta senza raccomandazioni, che dopo aver avuto l’opportunità di una rapida fama, aveva avuto l’intelligenza di eclissarsi per studiare i personaggi che avrebbe interpretato, con grande successo. Pietro non recitava, ma interpretava se stesso. La sua non era una maschera, ma la faccia che indossava ogni mattina: vero il sorriso, veri i suoi vezzi, vero l’intercalare campano-abbruzzese. “Pietro era uno con le palle” - dice di lui Marina La Rosa, sua compagna nel Grande Fratello e sua amica fuori dagli schermi – “Tutti quelli che conoscevano Pietro rimanevano affascinati dal suo modo di essere. Aveva un entusiasmo travolgente, che riusciva in qualche modo a trasmettere a chiunque lo avvicinasse. Si buttava anima e corpo in ogni cosa, era curioso, affamato di tutto. Era sempre a correre dietro a mille cose, Pietro. Era la persona più viva che io abbia mai conosciuto”. Con Taricone è venuto a mancare uno di noi, uno col sorriso buono e gli occhi belli che si stava godendo la vita con l’adrenalina alle stelle. Questo ragazzo di provincia rappresentava lo stimolo per tanti che ce la vogliono fare con i propri mezzi, senza montarsi la testa, senza vendersi a nessuno, senza barattare il proprio successo. Era rimasto il ragazzo semplice di sempre che tornava a tagliarsi i capelli dal suo barbiere-amico di Caserta, che appena poteva tornava a farsi la partita a carte e due chiacchiere con gli amici di sempre. Quando partiva una sua intervista, lo vedvi scalpitare sulla sedia come un cavallo ai nastri di partenza, il sorriso illuminava le parole che gli uscivano a mitraglia dalla bocca e, con naturale simpatia, diceva verità senza offendere nessuno. La morte è giunta senza preavviso a strappare un buon figlio, un buon padre, un buon compagno, un buon amico per tanti. Pietro Taricone è la risposta per tutti quei ragazzi di provincia che sognano di dare una svolta alla propria vita, senza montarsi la testa. Dimostra che è possibile farcela con le armi della caparbietà, semplicità, la simpatia, l’applicazione e lo studio assiduo; senza raccomandazioni e senza compromessi. La sua è la dimostrazione che quando si arriva in cima al successo, è possibile restare semplici ed esprimersi senza paura, vivendo la vita senza fare calcoli. Ciao, guerriero!

lunedì 12 luglio 2010

Capire le ragioni degli altri.


L’avaro del paese cadde nelle acque del lago.
"Aiuto! Aiuto! Non so nuotare", gridava a squarciagola annaspando nell’acqua.
I paesani accorsero a salvarlo.

Uno gli urlò: "Dammi il braccio, che ti tiro fuori!".
Un altro gridò: "Dammi la mano, che ti salvo!".
Un altro gridò: "Dammi il dito, che ti afferro!".

Ma l’avaro non dava proprio un bel nulla: né braccio, né mano, né dito.
E veniva sempre più inghiottito dalle acque.

Allora un altro gli disse: "Prendi la mia mano, che ti porto in salvo".
Immediatamente l’avaro afferrò la mano dell’uomo. E così fu salvato.
Morale:
"Il saggio parla secondo la capacità di comprensione dell'uomo che vuole portare in salvo".
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Per la riflessione.
La comunicazione è dialogo e senza dialogo la società non funziona. Solo attraverso il dialogo ci può essere un confronto con gli altri e l’uomo ha estremo bisogno di dialogo e di confrontotarsi con i suoi simili per potenziare il suo essere. Attraverso il dialogo si possono comunicare le proprie opinioni, ma soprattutto si ha la possibilità di capire la ragione degli altri e questo dovrebbe essere una ragione di vita. Solo una persona ottusa può pensare di essere sempre nella ragione, bastevole a se stessa e poter fare a meno di tutti gli altri. Non bisogna considerare il nostro interlocutore come un amico quando la pensa esattamente come noi e vederlo come un nemico quando esprime idee diverse dalle nostre. Se la pensassimo tutti allo stesso modo, il mondo non sarebbe piatto? Invece solo in una situazione in cui c’è una diversità di vedute può esservi crescita. Le leggi della fisica ci insegnano infatti che da poli opposti scaturisce la corrente elettrica che illumina la nostra casa. Certo che in un mondo individualista come il nostro non sembra possibile quel libero slancio d’amore che rende l’uomo capace di limitare il proprio essere per esaltare l’altro! Questo è capire le ragioni degli altri; altrimenti l’avaro dell’adagio lo faremmo affogare mille volte. Voi direte:"Ma io non condivido gli avari!" - Benissimo, ma non per questo lo lascio affogare! Sto salvando l'uomo non l'avaro che è dentro di lui; e per trarlo in salvo utilizzerò le armi più congeniali per lui: fargli credere che ci sta guadagnando qualcosa. E' un pò come facciamo coi bambini: mettiamo in atto mille raggiri, pur di riuscire a fargli mangiare quella pietanza sgradita che è necessaria alla sua crescita. E' tutta una questione di slanci d'amore che ritengo siano decisamente possibili, quegli atti di altruismo che induconoo a dire all’altro:”Prendi la mia mano che ti porto in salvo!”. Anche se poi ad uno slancio d’amore, seguono dieci nostri momenti di completo egoismo. Tutto sta nel ridurre i margini del nostro egoismo, pensando che aiutando un altro, stiamo anche aiutando noi stesssi.
Buona vita!
maestrocastello.

martedì 6 luglio 2010

Impara l’arte e mettila da parte.


Tutti laureati e nessuno che sappia attaccare uno specchio, collegare una presa di corrente o riparare un rubinetto. Imparare un mestiere è diventato oggi un vero investimento per il futuro dei nostri ragazzi. E’ vero che cambiano i tempi e tanti antichi mestieri hanno ceduto il posto ad altri più di moda; ma anche quelli classici non li impara più nessuno. Provate a cercare in questo periodo un idraulico nella vostra zona, un falegname o un muratore e vedrete che i tempi di attesa sono gli stessi di chi prenota una risonanza magnetica nella struttura pubblica. Una volta, finita la scuola dell’obbligo, i genitori ti accompagnavano dall’artigiano ad imparare un mestiere e dicevano al titolare:”Ti deve rubare il mestiere!” I mastri artigiani, sia essi fabbri, falegnami o calzolai erano attorniati da frotte di giovani desiderosi di imparare l’arte del maestro; ma passavano anni a rassettare gratis botteghe artigiane prima di essere iniziati ad eseguire lavori veri e propri. I maestri erano spesso gelosi ed insegnavano solo agli allievi più capaci tutti i trucchi del mestiere. Quando avevi capacità sufficienti, potevi restare a bottega e ricevere una paga regolare o aprire una tua attività indipendente. La paga artigiana, fino alla soglia degli anni sessanta, era una vera miseria. Mio padre stesso che era un apprezzato mastro muratore, seguito da decine di apprendisti, riusciva, a fatica, a mandare avanti la nostra numerosa famiglia. Oggi un idraulico avviato guadagna più di un chirurgo di fama. Quando il boom economico ha strappato alla terra tanti contadini, richiamato tanti promettenti elettricisti, fabbri, falegnami e calzolai verso la grande industria del Nord; è iniziata la lenta agonia per tanti mestieri che hanno segnato le tappe dell’infanzia a noi ragazzi di allora. Mi ricordo che mi portavano a fare il taglio di capelli dal barbiere Pasqualino che mi procurava fastidiose scottature col fon, proprio dove i preti hanno la chierica. Il calzolaio Rocco Capaldo era il più rinomato del paese e per il suo italiano perfetto e per la bravura degli allievi che superavano il maestro. Ricordo il sellaio, lo stagnaro, l’ombrellaio; ma quello che mi affascinava tanto era l’impagliatore di sedie, stavo ore intere ad osservarlo. Il mio paesino di montagna allora pullulava di botteghe artigiane di ogni tipo, di “mastri” uno più bravo dell’altro e tutti adeguati alle tasche di quel tempo. I più pittoreschi erano i fornai, quando i forni andavano a paglia. Facevano ripetuti viaggi con i carri, fino al campo sportivo, dove prelevavano coi forconi tanta di quella paglia che avvolgevano nei teloni e la trasportavano ai rispettivi forni. Tra un viaggio e l’altro, facevano tappa fissa nell’unica mescita di vino del paese e tanto bastava per farli passare per autentici ubriaconi. Oggi i maestri artigiani si lamentano che nessuno vuole imparare mestieri che finiranno per scomparire. Per rifare i tacchi si preferisce andare nei centri commerciali, dove sei servito da ciabattini improvvisati che si limitano ad incollare e ti liquidano in un batter d’occhio. Non sarebbe il caso di indirizzare i giovani verso mestieri che garantirebbero loro un futuro certo; invece di obbligarli a studi verso cui non sono tagliati? Tanti si sentirebbero maggiormente gratificati e le università non sarebbero gremite di “fuoricorso” che non si laureeranno mai.
Buona vita!
maestrocastello.