mercoledì 15 febbraio 2012

Di padre in figlio.


Premessa :Fare il genitore è un mestiere difficile. Il rapporto lo gestisci fintanto che i tuoi figli restano bambini, ma quando giungono alla soglia dei tredici-quattordici anni; ti accorgi che si trasformano rapidamente, assumendo una personalità più complessa che tu non riesci più a penetrare e di fronte alla quale provi un senso di smarrimento. Prima eri abituato a confrontarti con bambini di cui conoscevi alla perfezione esigenze e sentimenti, ora intuisci di essere escluso dalle loro confidenze. I primi segnali li avverti quando cominciano a rispondere. L’adolescenza è un periodo critico per tutti, sia per i figli che per i genitori. Gli adolescenti un tempo si chiudevano nella loro stanza o, tutt’al più, si aprivano con l’amico del cuore; oggi che hanno il computer, vanno su internet e si confidano con  amici virtuali di twitter o di face book.
Il Fatto :E’ quello che ha fatto Hanna Jordan, una quindicenne della North Carolina che ha pubblicato sulla sua pagina facebook  una lettera di protesta, rivolta ai suoi genitori. La ragazza si è lamentata di dover sbrigare faccende di casa dopo la scuola, con un linguaggio poco simpatico: “Mi sono stufata di dover pulire il vostro schifo, abbiamo una donna delle pulizie che fa questo”. “Devo lavare i piatti, pulire per terra mentre voi mi guardate seduti sul divano”, “…perchè non mi pagate per quello che faccio?”. “ …ho paura che un giorno in cui sarete vecchi e mi dovrete chiamare per pulirvi il culo”. Suo padre Tommy, tecnico informatico, non ha preso la cosa per niente bene e ha deciso di registrare un video risposta, pubblicandolo su youtube e sulla sua pagina di Facebook. Nel video legge rabbiosamente il post della figlia e ribatte ad ogni sua richiesta: “Pagarti? Le tue responsabilità sono quelle di alzarsi la mattina in tempo e prendere l’autobus. Non mi sembra che tu abbia una vita complicata”, “Pubblicherò questo video, così tutti quei ragazzi che hanno pensato a quanto fossi cool per la tua ribellione, possano sapere cosa succede a chi la pensa così dei propri genitori.” Quindi la telecamera inquadra un portatile nel giardino di casa: “Questo è il tuo pc - esclama Tommy -  e questa è la mia calibro 45” L’uomo spara dodici colpi sul pc della ragazzina e uno di quali “da parte di tua madre”. Nel giro di qualche giorno, il video viene visualizzato da oltre venti milioni di visitatori e diviene il più discusso della rete.  
Per la riflessione : Tanti hanno condiviso il comportamento di questo padre, tanti altri lo hanno criticato per i suoi metodi violenti e tanti ancora hanno osservato che poteva semplicemente ricorrere a soluzioni più comuni, come requisire il computer alla figlia per qualche tempo, senza alzare tanta polvere. Da parte mia, credo che sia tutto studiato ad arte, non si spiega altrimenti il successo mediatico che questo cowboy informatico ha saputo confezionare. Mi sorge un dubbio: e se avesse sparato su un portatile già fuori uso? Comunque, questo episodio apre, se non altro, un dibattito sempre attuale, quello del rapporto familiare genitori-figli che dovrebbe essere improntato principalmente sull’ascolto e sul dialogo, quali elementi fondanti per la crescita, lo sviluppo e la maturità dei figli; ma, troppo spesso, il rapporto prende pieghe diverse. Assistiamo a padri che assumono atteggiamenti di ostentata amicizia coi figli, dimenticando il loro ruolo principale di genitori; o a quelli che si distaccano totalmente, riducendo il dialogo (dialogo?) a  monologhi che colpevolizzano sempre il figlio del tipo: “Tu non sai i sacrifici che facciamo per te!” Se qualche nostalgico pensa alla figura autoritaria del passato, si metta l’animo in pace; quella figura, come  scriveva Kafka, otteneva obbedienza assoluta dai figli, ma lasciava danni impressi per sempre nei loro animi. Voi come la pensate?                                                                                                                                                     
Buona vita!
maestrocastello
                                                                                                                                  

domenica 12 febbraio 2012

Due asini e un maestro.

A volte mi chiedo cosa è mi è rimasto del maestro che sono stato e inevitabilmente mi sovvengono facce di bimbi al primo giorno di scuola, scene di pianto associato mamma-figlio, riluttanti al distacco. Ripenso alla delicata eredità che mi assumevo, di seguitare il lavoro fatto a casa dai genitori: loro ad attendere il primo momento che il piccolo pronunciasse parole fatidiche, come “m a m m a”  o  “p a p à ed io ad emozionarmi  quando le sillabe che andavo insegnando da mesi,  nella loro bocca,  si trasformavano, magicamente, in parole di senso compiuto. Insegnare a leggere è un'arte. Solo chi ha esercitato questo mestiere può capire la gioia di vedere bambini appena parlanti, mutarsi in piccoli lettori, magari solo sillabando. Ho sempre associato il mestiere del maestro a Geppetto  e lo scolaro al ciocco di legno che, via via,  si va trasformando da ciocco  in burattino, da burattino in Pinocchio. La lettura è lo strumento basilare per poter iniziare un percorso di vita completo. Peccato che molti di questi ragazzi si scordino dei loro maestri e quanto importante sia la lettura, specialmente da grandi. Leggere un libro è come avere un navigatore a  propria disposizione che ti indica  sempre la strada. 
Ho fatto il maestro nella periferia romana, ma mi sarebbe tanto piaciuto farlo in Colombia e vivere la stessa esperienza di Luis Soriano Bohòrquez.  Luis, maestro e bibliotecario volontario, ha avuto un’idea semplice ma geniale: era il 1990  e lui, con due asini, Beto&Alfa, li caricava di libri e visitava, ogni sabato, una quindicina di villaggi sperduti sulle montagne della Colombia. E’ proprio in questi  pueblos màs escondidos  (villaggi nascosti) che i bambini si incantavano ad ascoltare le storie del bibliotecario viaggiante. Luis abbandonava il suo “mezzo di trasporto” detto Biblio-Burro (asinello dei libri), montava il tavolo da campo che portava sottobraccio e apriva i suoi libri. Ne uscivano racconti avvincenti che incantavano queste semplici creature, ne accendevano la  fantasia e annullavano quasi lo scorrere del tempo. Luis leggeva, raccontava, insegnava l’alfabeto e poi lasciava che i bambini scegliessero dei libri da tenere in prestito fino a quando sarebbe ritornato.

Tanti libri, due asini ed un solo maestro erano un dono per tanti bambini abitati dall’ignoranza, dall’abbandono; ma anche dalla curiosità e dal desiderio di riscatto. E’ bello sapere che anche un semplice libro può farsi voce di speranza in zone così remote della Colombia,infestate di miseria, di droga e violenza  e quanto, quello stesso libro, conti poco per chi pensa solo a riempirsi la pancia, perchè il cervello l’ha gettato alle ortiche.
Buona vita!
maestrocastello

venerdì 10 febbraio 2012

"Nevica ed ho le prove"



Mi piace parafrasare il titolo di un libro di Franco Arminio, poeta, scrittore e, come me, maestro elementare: “Nevica ed ho le prove”. Le mie prove le ho scovate nella neve vissuta e nella neve raccontata di questi giorni. I mie pensieri  viaggiavano senza catene tra le immagini di paesi ammantati, alla ricerca di un Paese, l’Italia, finalmente unito. Da nord a sud, stessi scenari, stessi problemi e, finalmente, lo stesso linguaggio; il linguaggio della neve. Ma ho individuato atteggiamenti sociali diversi nella neve che è scesa nelle grandi città da quella che ha totalmente coperto  paesini, come il mio, nella Puglia o nella Campania. Ho notato metropoli gremite di personaggi sbadatamente vivi che scimmiottavano Cortina,  le strade del centro che apparivano regolarmente liberate e cosparse di sale; ma gli ingressi di palazzi ed esercizi privati, rigorosamente innevati.  Vite date in totale gestione  alle ordinanze del sindaco  o al bollettino della protezione civile, gente che non ha più memoria di un comune strumento di lavoro chiamato pala e braccia generose di spalare neve anche dall’uscio del vicino. Nel centro di una grande città può anche  capitare, e capita tutti i giorni, che un uomo vestito di stracci abbia appeso al collo un pezzo di cartone con la scritta a pennarello: “Ho fame” e che nessuno gli dia retta e nessuno si accorga che sta morendo e poi muore davvero.  Ho visto tanti paesi del Sud accigliati, paesi  campani maltrattati dalla tormenta, completamente coperti da metri di neve, dopo aver appena ascoltato il politico di riferimento, tale Caldoro, dire che tutto  andava bene, che la situazione era sotto controllo. Ma manco per niente! Ho ascoltato Monti limitarsi a prevedere altra neve per il fine settimana  e non spendere una sola parola per questi paesi, queste montagne in stato di vera emergenza. Ho avuto notizie di polemiche di sindaci,  di corse per accaparrarsi l’ultimo pacco di zucchero e, purtroppo, di tante morti per assideramento; ma ho avuto anche notizie di gesti  di solidarietà spontanea nei paesi. Un fornaio di Sora, nel frusinate, ha impastato pane a metà prezzo per la popolazione. Al mio paese, Sant’Agata di Puglia, si sono formate squadre di giovani volontari che hanno fatto visita agli anziani del paese, portando viveri e provvista di legna, spalando la neve davanti all’uscio di casa o portando semplicemente un saluto. A volte bastano questi piccoli gesti di buon senso che non necessitano per  forza di interventi ufficiali. Speriamo che tanti altri seguano l’esempio dei bravi ragazzi santagatesi.  La neve, dicono,  ci sarà ancora e mi piace chiudere con l’appello che Franco Arminio ha fatto sul web : “Facciamo in modo che dove manca lo Stato arrivi il popolo. La neve può seppellire tante cose, ma può far nascere una nuova forma di comunità, una comunità basata sulla vicinanza, sull’affetto, sull'attenzione a chi è più debole, a chi soffre; penso agli alberi e agli anziani." Ricordiamo che dalla neve ci possiamo difendere; d'indifferenza si può anche morire.
Buona vita!
maestrocastello

mercoledì 8 febbraio 2012

Le tre mele.



Una favola armena dice così: nel cesto ci sono tre mele, la prima è per chi racconta, la seconda è per chi sta a sentire, la terza per chi ha capito. Troppo spesso, due di queste mele restano nel cesto e non le tocca nessuno: la seconda e la terza. La realtà è che sono in tanti a raccontare, ma pochi quelli che si dispongono  ad ascoltare e capire. Legge solo chi sa ascoltare. Ma chi legge in Italia?  I pochi lettori sono animali in via di estinzione, una specie protetta, nel solo Paese al mondo dove il rapporto fra chi scrive e chi legge è spesso appannaggio dei primi. Perché leggere? Leggere è un privilegio esclusivo degli esseri umani, è come essere continuamente in escursione, sotto la guida di un grande maestro. Viaggi con la fantasia, senza dover prendere treni o aerei. Dalla lettura si hanno vite più ricche e prospettive più ampie. Chi è capace di ascolto sa apprezzare la bellezza di un libro o leggere semplicemente nella natura. Sa apprezzare, ad esempio, quel che di buono c’è nella neve di questi giorni. Come la natura cerca nella neve il suo equilibrio, ciascuno di noi ha l’occasione di trovarlo in una sana lettura. Segnalo la lodevole iniziativa di “Officina Archeologica” che invita all’inaugurazione del Centro di Documentazione Casa della Cultura, presso Villa De Sanctis, in via Casilina, 665 – Roma. Dietro “Officina Archeologica” si celano un gruppo di giovani che si spendono per offrire alla gente l’occasione di accostarsi ad un libro. Donando un libro, trasferiamo negli altri i sogni che noi stessi abbiamo fatto su libri già letti e i nostri sogni avranno così una vita più lunga.                                                                                                    

Buona vita!  maestrocastello


                                                                                                                        
                                                                                                                                        

lunedì 6 febbraio 2012

Nevica, niente scuola!

Finalmente è tornato l’inverno! Questa frase non l’ha detta nessuno in questa Italia dalle continue emergenze: emergenza caldo, emergenza freddo ecc.; l’italiano deve essere per forza preoccupato di qualcosa. La neve che riesce a creare il panico ad un’intera nazione. Eppure sembra assurdo che si debba morire per pioggia o per neve in un Paese che ha fatto della tecnologia la sua bandiera. Fa paura la neve. Eppure la saggezza  popolare, un tempo, sapeva che sotto la coltre bianca la terra rimaneva in letargo, come in un sonno rigeneratore, per prepararsi alla rinascita di primavera. Era una necessità. Erano quei ritmi della natura a cui, oggi, siamo disabituati. Per noi non esiste più il momento del riposo, della sosta e anche la neve diventa motivo di disagio; perché obbliga a fermarsi, ad intralciare le attività produttive. “La neve porta pulizia, costringe all’attenzione, ai tempi lunghi” dice Luciano Ligabue e questo l’uomo della “play station 4 “ non se lo può proprio permettere, lui corre sempre e, oramai, non si ferma neanche più ai box a cambiare le gomme. Dovrebbe nevicare, ogni tanto, anche sulle nostre vite, per fare pulizia dei nostri corpi logori e riappropriarci delle sane abitudini di un tempo, come accorgerci, stupirci e contemplare. Questa mattina la neve mi ha emozionato, sono rimasto incantato ad ascoltare il suo vuoto rumore ed ho ripensato alla neve di quando ero fanciullo, a Sant’Agata di Puglia. Non c’era cosa più bella di svegliarsi con la voce di mia madre che diceva: venite a vedere, nevica; niente scuola! La neve che si sostituisce alla scuola, sarà perché essa è una maestra di vita. In un baleno, ci precipitavamo per strada. Ho ricordo di palle di neve, scivolarelle su tavolette di fortuna, granite di neve, assaggi di stalattiti di ghiaccio di forma fallica e i geloni alle mani del mio compagno di banco. Avevamo con la neve, come un rapporto fisico, un rapporto senza orgasmo; non come oggi che anche la neve è divenuta una cosa virtuale. Tanti se ne restano in casa e della neve hanno notizia solo dalla televisione. Soltanto i ragazzi scorazzano per la città a fare foto che possano destare meraviglia  e corrono subito a casa per condividerle  con gli amici di facebook. Tanti si lamentano che il telefonino non prende e non possono mandare foto, né chattare; insomma, non possono vivere nel loro mondo virtuale, mentre fuori fiocca la neve reale. Nevica a febbraio! Che fossero tornate le stagioni di una volta!   

Buona vita!
maestrocastello

giovedì 2 febbraio 2012

La tivù è un bisogno.

Alla fine mi sono rassegnato ed ho pagato il canone tivù. Lo so, sono un codardo che non ama ricevere lettere minatorie dalla direzione Rai di Torino. Pagare il canone è un obbligo, dice lo spot!  E l’ho capitooo! Questo spot angosciante mi ha perseguitato per un mese: prima stile “libro cuore”, con bei personaggi del passato; poi tassativo, stile “qui radio Londra!”. E’ paradossale che l’azienda di Viale Mazzini per realizzare questa trovata, l’abbia dovuta commissionare all’agenzia esterna McCann Erickson per circa 300 mila euro di spesa; quando dispone di strutture interne che stipendia regolarmente, atte proprio a produrre spot; evidentemente preferisce lo spreco.Voi direte che è solo una goccia nel mare di spese legate all’operazione canone, visto che solo il recapito dei bollettini postali a 16 milioni di italiani costa alla Rai 2.8 milioni di euro. Possibile che a nessuno venga un’idea per evitare tale spreco?“ E io pago!” diceva Totò. Avrete visto tutti la pagliacciata dell’altra sera, allestita a “Porta a porta”, per sottolineare i programmi di alto profilo che la Rai manderebbe in onda. Tolto Piero Angela, l’unico che ne aveva titolo, tutti gli altri che si arrampicavano sugli specchi per giustificare questa tassa, per un servizio, a detta loro, di qualità. Le lamentele della gente verso la Rai venivano giustificate con l’eterogeneità dei gusti del telespettatore che si lamenterebbe perché non trova molti format che più gradisce. Io mi lamento, invece, per ciò che la Rai trasmette e che vorrebbe far passare per prodotto culturale. Il canone giornaliero al costo di una rosetta, a cui accennava Vespa, altro non è che il prezzo per pagare i lauti stipendi di questi signori (Fazio percepisce 5300 euro giornalieri! Carlo Conti 7-8000 euro per ogni puntata dell’Eredità). Dicevamo trenta centesimi il costo della rosetta ed è ciò che paghiamo ogni mattina col canone,  per una “dose stupefacente” quotidiana che ci addomestica il cervello e lo rende in grado di sorbirsi tanti programmi spazzatura, dove omicidi di ragazze sono adattati a telenovela, dove vengono allestiti processi mediatici collettivi per il malcapitato di turno e fanno parlare sempre quelli che faticano ad abbinare il congiuntivo ad un condizionale.  Per brevità, tralascio di dire che la tivù che paghiamo col canone è da sempre stata un bottino in mano ai politici di ogni parte politica che utilizzano a scopi elettorali o per sistemare il parente. La famiglia non educa, perché ha altro da fare? Niente paura, ora c’è mamma tivù che tiene incollati i bambini allo schermo e li svezza col latte della Lola.
Sì, la tivù è proprio un bisogno, ma un bisogno che scappa!       
Buona vita!
maestrocastello                                                                                                                                                                                            

mercoledì 1 febbraio 2012

«Potrebbe esser peggio, potrebbe piovere!»



Spesso definiamo i giovani come il nostro futuro. In realtà, non li consideriamo affatto come risorsa e ciò non fa altro che porli ai margini della società, lasciando questa in mano ai soli adulti; come se i giovani non fossero parte integrante di essa. C'è un bel libro di Tonino Palmese : "I giovani e il futuro: dalla minaccia alla speranza" che fa buone riflessioni sul tema giovani; ma chi meglio di un giovane che lavora sul campo può fotografare la loro situazione?           
Ospito volentieri il post di una giovane archeologa romana che deve combattere contro i mulini a vento per esercitare un mestiere che ama.  
Buona vita! maestrocastello                                                                                         
                                                                      
«Potrebbe esser peggio, potrebbe piovere!»
Alcuni di noi ci sono cascati, nell’illusione di trovare un lavoro e l’indipendenza dopo la laurea e soprattutto di andare a mettere in pratica il frutto di tanto studio. Chi invia il proprio curriculum alle varie cooperative archeologiche di Roma si sente inizialmente fortunato e ottimista, poi preoccupato ma speranzoso ed infine preso in giro e sfiduciato.
Da una decina di anni circa si sono raddoppiate le ditte e le società che hanno vinto gli appalti per la gestione e la realizzazione dei grandi interventi di archeologia che si effettuano nelle città,  che sono le opere di archeologia urbana e le opere pubbliche nazionali. Il fatto straordinario è che le cooperative ti offrono subito lavoro, anche se hai soltanto una laurea triennale e in alcuni casi anche se sei ancora uno studente.
Dov’è la fregatura? C’è eccome.
Anzitutto il povero studente o neolaureato accuserà la difficoltà di applicare in modo pratico sul campo la propria preparazione teorica e si troverà ad essere scaraventato sul cantiere senza essere stato preparato preventivamente dalla cooperativa sulle responsabilità scientifiche e legali alle quali dovrà far fronte. E lavori svolti con queste modalità generano frustrazione in chi li affronta quotidianamente e una scarsa qualità sui risultati finali, a discapito del patrimonio culturale e della ricerca scientifica.
In secondo luogo gli accordi tra lavoratore e datore di lavoro si basano, nella maggior parte dei casi, su contratti a collaborazione autonoma o a progetto (solo per i più fortunati!) che non permettono di maturare, o quasi, i contributi pensionistici e che prevedono nel secondo tipo di contratto la sospensione del rapporto in caso di gravidanza, infortunio o malattia. Quindi tutela zero.
C’è inoltre l’obbligo di apertura della partita iva e di stipula di una polizza assicurativa a carico del lavoratore, oltre all’acquisto del materiale necessario per espletare il proprio lavoro (scarpe antinfortunistiche, caschetto, lavagnetta, palina, trowel ecc…).
Arriviamo infine alle retribuzioni. Il fatto che non esistano nè un albo professionale che riconosca la professione di archeologo nè regolamenti di alcun genere che definiscano il tariffario dell’archeologo in base alle qualifiche, ha generato la totale autonomia dei privati nella scelta della paga giornaliera retribuita all’archeologo, che spesso corrisponde al minimo per la sopravvivenza. Archeologo e operatore di scavo vengono messi sullo stesso piano. Per chi non lo sapesse un archeologo viene pagato dai 40 ai 60 euro al giorno, sulle scelte della singola cooperativa.
Per non parlare della presenza che bisogna assicurare sul cantiere in qualsiasi condizione climatica, della saltuarietà delle giornate di lavoro, dell’incertezza della data effettiva in cui avviene il pagamento (di solito a 90 giorni se tutto va bene) e dello spostamento di cantiere in cantiere da una parte all’altra della città e il tutto avviene sempre a discrezione della cooperativa.
Queste sono le offerte delle imprese ad oggi e chi non le accetta secondo loro è perchè non vuole lavorare o perchè non ha ancora capito che c’è bisogno di “flessibilità”! Fare l’archeologo nel 2012 rappresenta ancora la prerogativa di pochi e per questo motivo spesso i ragazzi accettano condizioni umilianti e svilenti pur di non rimanere con le mani in mano, pur di fare il lavoro per cui hanno studiato, seppur nel peggiore dei modi.
Le cooperative archeologiche sono nate nel momento in cui la burocrazia legata alle Soprintendenze non ha più permesso di portare avanti lavori di emergenza nelle città, e questo è un bene, ma vista da dentro la prospettiva cambia. La situazione è davvero difficile perchè oltre alle cooperative non c’è molto altro, se vi aggiungiamo l’assenza di concorsi pubblici e la difficoltà di seguire una carriera all’interno delle università. Va da sè che il forte precariato ha spinto negli ultimi anni più della metà degli archeologi in Italia ad abbandonare la professione oppure a trasferirsi in altre nazioni.
Non c’è niente di affascinante in tutto questo, nella realtà noi archeologi non abbiamo nulla a che fare con quello che è l’archeologo nell’immaginario collettivo. Eppure ancora ci sono tantissimi iscritti nelle facoltà di Beni Culturali eppure i giovani archeologi ancora ci credono che qualcosa possa cambiare, magari riunendosi in associazioni culturali e in tal modo creandosi da soli nuove possibilità lavorative. Bisogna utilizzare l’immaginazione e la volontà per crearsi il proprio mondo.
«Che lavoro schifoso!» «Potrebbe esser peggio, potrebbe piovere!»
(cit. Frankenstein Junior).
Dott.ssa Ilaria Castello