venerdì 27 febbraio 2009

"Non sono così pessimista coi giovani e i valori..."

Scrive Rita
Questa è una mia riflessione e anche una richiesta di consiglio: Io non sono così pessimista riguardo i giovani e i valori. Altrimenti vorrebbe dire che tutto il nostro lavoro quotidiano è inutile? Secondo me rimane sempre molto importante l'esempio che noi diamo, non mi illudo che tutto quello che insegniamo arrivi a destinazione e soprattutto sia giusto ma almeno un 50% (è forse chiedere troppo ?) Noi siamo cresciuti con degli insegnamenti e tutto sommato non siamo venuti su' male, forse i nostri figli sono ancora piccoli per vedere i risultati ma perchè mollare da subito! Forse tu come genitore e insegnante puoi darci qualche consiglio!
Saluti Rita
Risponde maestrocastello
Come la penso sui giovani? Se ho dedicato tutta una vita proprio ai giovani, non posso che stare dalla loro parte! Sono la nostra speranza , il nostro investimento morale e la nostra ragione di vita. Naturalmente dobbiamo fare i conti con quanti interferiscono col nostro lavoro di genitori ed insegnanti. La società è in continuo fermento ed ha un passo più veloce del nostro. Non sai quanta fatica ho dovuto fare nel mio lavoro di maestro con genitori che non realizzavano che si doveva remare insieme per il bene del figlio. Far capire che delegare tutto ai nonni, non andava bene; delegare tutto alla scuola, non andava bene; lasciare un minore troppo tempo davanti alla televisione, non andava bene; fare troppi regali, non andava bene e…… potrei continuare. Il bambino non è né buono, né cattivo; è il frutto della società in cui vive. Quanti genitori hanno l’abitudine di parlare coi figli? Quanti, oltre che portarli dal McDonald’s, li portano anche a visitare un museo, una città d’arte? Quanti, invece del solito giocattolo, pensano ogni tanto a donare anche un libro? La società è un po’ come Internet, ci trovi di tutto, dagli argomenti di cultura al materiale pedo-pornografico; basta saper navigare! La ricerca, ovviamente, va guidata. Il compito della famiglia è appunto quello di guidare i figli, direttamente ed indirettamente. A volte, anche i silenzi sono molto eloquenti. I figli non vogliono che tu interferisca, ma amano sentirti alle spalle. Mio padre muratore non era quasi mai in casa, ma mi è rimasto l'esempio della sua semplicità, rettitudine e bontà d'animo. Non devi caricare i figli di troppe responsabilità, non devi avere troppe aspettative, devi far capire loro che sbagliare fa parte della vita e aiuta a crescere, devi incoraggiarli spesso anche con un semplice sorriso. Non devi mettergli in testa le tue stesse idee, ma permettere che costruiscano le proprie con l’onestà di pensiero ed il rispetto per gli altri. Se non li abbiamo seguiti da piccoli, non ci lamentiamo poi se il nostro ruolo viene esercitato dall’ amico, dal bar, dalla strada, dal cattivo politico o, peggio ancora, dal mondo delle immagini. Fare il genitore è un compito arduo, sono d’accordo con te; ma è una scommessa che vale la pena giocare. Intanto trovo già molto positivo che un genitore come te si ponga delle domande e conoscendoti personalmente, sono certo che stai facendo un ottimo lavoro.
Salutissimi maestrocastello

mercoledì 25 febbraio 2009

16 luglio. Tempo di letture.





Tempo di mare, tempo di letture. Da qualche anno la biblioteca di Budoni ci rifornisce di libri che, personalmente, consumo a decine in pochissimo tempo, mentre son disteso a migliorare la tintarella. Così, oltre al corpo, tengo allenata anche la mia fantasia. Colgo questa preziosa occasione di recuperare letture che avevo negligentemente tralasciato durante tutto un anno di continua rincorsa contro il tempo e che mi ha visto puntualmente soccombere.
I romanzi sono i miei preferiti e più di qualche volta vengo rapito dalla bravura di qualche giovane scrittore e penso immancabilmente: un giorno sarò anch’io all’altezza di scrivere qualcosa? Annoto passi che mi sembrano particolarmente interessanti, vado letteralmente a caccia di metafore che mi sappiano affascinare per la freschezza e la fantasia di immagini che sanno generare. Leggere , per me, è un modo di evadere, di lanciarmi in una storia coi suoi labirinti; di vivere passioni pennellate in paginette di trentacinque righe al massimo. E’ divertente entrare in sintonia con qualche personaggio della storia, non necessariamente il più avvincente, e..... una volta che lo hai individuato; tuffarti nel tumulto delle sue passioni e seguirlo fino in fondo, cercando di prevedere la sua futura mossa che intanto è divenuta anche la tua! Più che le azioni, mi affascinano i sentimenti, i pensieri che passano nella testa delle persone, la visione di quanto li circonda e come gli altri personaggi gli si muovono intorno, come davanti ad un burattinaio. Insomma mi piace farmi condurre per mano da un tipo tenebroso, ben nascosto tra le righe.
Nella lettura si esalta veramente tutta la mia fantasia che perde i veli del quotidiano e trova casa e ristoro ristoro finalmente.
Se avete voglia di viaggiare senza prendere alcun treno, fate come me : leggete un libro!

Da "Chiuso per ferie" di G.Castello (1996).

Inverno.

E CADDE LA NEVE
COME UN MANTO LIEVE
DAL CIELO SEMBRO’ CADERE
IL GELO.

GLI ALBERI SPOGLI
SONO SCHELETRI INSECCHITI
E COL TEMPO SI SGRETOLANO.

FA MOLTO FREDDO
LA GENTE SE NE VA
E NON RIMANE PIU’ NIENTE.

LA TERRA E’ DURA
E DI COLORE E’ SCURA.
QUESTO SILENZIO METTE UN PO’ PAURA.

LA LUNA SI STA PER ALZARE
MENTRE LE NUVOLE L’ACCOMPAGNANO
CON UN TEMPORALE.

Federica Lattavo (quinta elementare)



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Propongo questa poesia che trovo, a dir poco, deliziosa della mia alunna Federica di appena undici anni. Oltre ad una freschezza ed originalità di immagini, trovo in essa la musicalità propria della poesia, i tempi giusti che accompagnano le sensazioni legate all'arrivo di questa stagione particolare. Il linguaggio poetico dipinge un tutt'uno di parole e sensazioni : "alberi spogli come scheletri insecchiti" o "la terra dura, di colore scura". Il concetto di freddo collegato strettamente a quello di solitudine. La poesia è davvero il linguaggio dei cuori semplici che ha in sè qualità musicali ed evocative e ti sa trasmettere le emozioni proprie dell'opera d'arte. Brava Federica!

lunedì 23 febbraio 2009

Che maestro sono stato?..........(parte prima)

Le punizioni corporali.
Parlare di punizioni corporali nelle istituzioni scolastiche, oggi, ci fa sorridere e la mente va alle illustrazioni dei libri di storia, al tempo dei Romani, che raffiguravano un allievo con i glutei scoperti che veniva frustato dal suo precettore. Chi, come me, ha frequentato le elementari negli anni cinquanta, ricorderà certamente che alcune pratiche punitive erano piuttosto diffuse nelle scuole primarie del nostro paese. Le classi, allora molto numerose, erano tutte maschili o femminili e certe scuole avevano entrate distinte per uomini e per donne; proprio come si fa per i servizi igienici. Ogni anno mi toccava un nuovo maestro, sempre uomo e sempre più severo del precedente. In seconda ne avevo uno con un occhio di vetro che provava gusto nel punirci e me ne accorgevo da come gli brillava l’occhio buono! In terza ne ebbi un altro che, durante i compiti in classe, camminava continuamente tra i banchi per sorvegliarci e quando era in prossimità della mia postazione, io smettevo addirittura di respirare e mi riprendevo solo a pericolo scampato. Vi chiederete perché avessi una tale paura? E’ presto detto. Se quel maestro si accorgeva di un errore ortografico o di un calcolo sbagliato, aveva l’abitudine di far partire sonori ceffoni all’indirizzo del malcapitato. Allora si menava?!?! Eccome! Ecco un elenco delle punizioni maggiormente in voga nelle classi maschili di allora: Se ti andava bene, ti mandavano dietro la lavagna, con la testa rivolta verso il muro; se ti andava male, ti mettevano le “orecchie d’asino”: due imbuti di carta che si applicavano sulle orecchie e ti facevano girare per le classi, come esempio negativo da non seguire; mentre tutti ridevano di te. Un ulteriore esempio di umiliazione era l’abitudine di far accomodare l’ultimo della classe nel “ciuccio banco”, ovvero, “ il banco degli asini”, un banco che veniva sistemato in fondo all’aula e comunque isolato da tutti gli altri. Altro metodo punitivo era di far inginocchiare il malcapitato su uno strato di ceci o fagioli secchi. Poi c’era l’abitudine delle “bacchettate” sulle palme o, peggio ancora, sul dorso delle mani con verghe di salice, fornite spesso dagli stessi alunni. Punizione più indolore era il ricopiare decine di volte una stessa pagina di quaderno. La famiglia era sempre solidale con la scuola e spesso incitava il maestro all’uso delle maniere forti, cosicché l’alunno non aveva vie di scampo. Mi sono sempre chiesto se avessero un effetto positivo su comportamento e rendimento scolastico degli allievi quei metodi così duramente punitivi o non accendessero piuttosto sentimenti di avversione per la scuola e se una relazione di forte autorità non ci escludesse invece la possibilità di avvicinarci positivamente al sapere, come sostiene Houssaye. In anni in cui solo i più fortunati finivano le elementari, non ci si poneva troppe domande. Ci pensate a come è cambiato ed addirittura capovolto il rapporto fra insegnanti ed allievi dopo appena mezzo secolo? Oggi ci troviamo a combattere fenomeni dilaganti di bullismo scolastico, quotidianamente ripresi su telefonini e sbattuti, come trofei, sul web! Una volta le nerbate del maestro erano solo l’acconto del resto che avresti ricevuto poi a casa. Oggi un insegnante si deve guardare bene dal riprenderti, perché potrebbe correre il rischio di essere da te schiaffeggiato o, peggio ancora, accoltellato. Decennio che vai, usanze che trovi!

domenica 22 febbraio 2009

Blog come giornalini di classe

Mai avrei pensato che dall’atteggiamento di rifiuto e di sospetto che avevo per il computer alcuni lustri addietro, potessi poi passare ad un uso quotidiano dello stesso. La pubblica amministrazione si sa che ha faticato parecchio prima di riporre le vecchie macchine da scrivere in soffitta ed accettare inizialmente il computer anche solamente come semplice telescrivente; onde scoprire poi le molteplici funzionalità di questo moderno strumento di lavoro, di cui oggi non potrebbe più fare a meno. Da alcuni mesi anche io, come tanti, ho creato un mio blog dove poter esprimere e condividere pensieri che prima erano solo miei e ciò, credetemi, mi gratifica davvero tanto. Mi sembra come di aver realizzato il mio sogno di sempre e cioè raccontarmi e raccontare il mio modo di interpretare il mondo. Mentre mettevo in cantiere questo diario telematico, lo andavo paragonando al giornalino di classe che spesso ho realizzato con gli alunni, in tanti anni di lavoro alle elementari ed ho vissuto lo stesso entusiasmo dei miei piccoli allievi. Ricordo ancora il giornalino che realizzai nel 1975/76 con una quinta classe di ben 36 elementi, tutti maschietti (all’epoca erano poco diffuse le classi miste) e non scordo quanto quell’idea riuscì a coinvolgere i miei ragazzi. Formammo un vero e proprio comitato di redazione e ci furono incarichi per ciascun alunno. Tutti si impegnarono a scrivere articoli di ogni genere e siccome il giornale sarebbe stato poi letto dalle classi femminili della scuola, la nostra sezione era divenuta un laboratorio di continua rilettura e correzione degli elaborati. Morale: in pochi mesi quella classe, prima carente, migliorò tanto dal punto di vista ortografico e nella originalità delle idee che esponeva nelle composizioni scritte in quel giornalino scolastico dal titolo “Punto e a capo”. Molti scrivevano poi nei temi che avrebbero voluto fare, da grandi, il giornalista. Bella soddisfazione, no?

martedì 17 febbraio 2009

Caro "Vecchio scarpone" !

Il festival sanremese compie ormai 59 anni, da quando, nel lontano 29 gennaio 1951, Nunzio Filogamo presentò la prima edizione nel Salone delle Feste del Casinò di San Remo. L’organizzazione della manifestazione ed il suo svolgimento non avevano nulla a che fare con la pompa degli anni successivi. I cantanti erano 3 in tutto (Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano) ed interpretavano 20 canzoni; essi si esibirono sul palco, mentre il pubblico era sistemato su tavolini tra i quali giravano i camerieri occupati a portare le consumazioni. Vinse Nilla Pizzi con “Grazie dei fior” e non trasmetteva ancora la televisione, ma solo il secondo programma della radio. Quelle degli anni cinquanta erano canzonette dal testo semplice, fatte per essere fischiettate e cantate da tutti, in anni in cui c’era davvero bisogno di momenti di spensieratezza. Infatti furono presentate canzoni come “Vola colomba”, “Papaveri e papere”, “Canzone da due soldi”, “Casetta in Canada”, “Vecchio scarpone” e la gente era contenta di tanto. Le serate del festival destavano un grande interesse e radunavano gente nelle case dei fortunati che avevano la televisione, nei circoli, nei bar. Ricordo che si arrivava molto tempo prima al bar per prendere posto e si ordinava una sola consumazione che dava diritto a più persone ad assistere alla trasmissione. Si formavano i vari partiti: quelli che erano per Claudio Villa e quelli per Domenico Modugno e ci scappava spesso l’applauso. A noi ragazzi di quegli anni ci prendeva così tanto che la settimana prima del festival compravamo in edicola il libricino coi testi delle canzoni, li imparavamo a memoria e ci inventavamo pure la musica dei brani che dovevamo ancora ascoltare. Qualche volta sono stato costretto a seguire il festival solo per radio e mi sono accorto di apprezzare meglio un brano musicale, stando quasi al buio; illuminato soltanto dall’occhio verde dell’apparecchio radio che avevo in casa. Poi ne è passato di tempo e questa competizione ha perso il fascino antico. Ora si impongono le immagini, si creano le aspettative con l’ospite d’onore, il direttore artistico, il conduttore, la bionda e la mora, il dopo-festival, i testi impegnati, il look, lo scoop che dovrà riempire le pagine dei giornali e far parlare nei giorni seguenti alla televisione. E le canzoni? Dopo un anno nessuno più si ricorda. Oggi per suscitare l’interesse alla gara, si fanno polemiche su testi come ”Luca era gay” e “Ti voglio senza amore” o, peggio ancora, sul compenso milionario del conduttore; mentre una volta bastava un “ Vecchio scarpone” per infiammare il cuore di gente sempliciotta come me che l’indomani già mi ritrovavo per la strada a canticchiare :
Vecchio scarpone
quanto tempo è passato
quante illusioni fai rivivere tu
quante canzoni
sul tuo passo ho cantato
che non scordo più!

lunedì 16 febbraio 2009

Facciamo la conta!

Il gioco è sicuramente l’espressione più autentica e spontanea dell’infanzia, è un elemento fondamentale e insostituibile nella crescita della persona. Nel gioco, infatti, essa non solo scopre le proprie attitudini, esercita la fantasia, la manualità e sviluppa la sua relazione con gli altri. Il gioco non è da considerarsi una semplice forma di divertimento, ma un momento importante di crescita, una sorta di "primo lavoro" che mette alla prova le capacità di intuizione, di logica, di coordinazione motoria e di socializzazione; qualità e abilità fondamentali nello sviluppo dell'individuo.
Chi fa parte del mondo della scuola sa bene quanto sia importante la fase dell’osservazione proprio durante il gioco del gruppo classe, per conoscere più a fondo i propri ragazzi e studiare le strategie di intervento sia sul singolo che sul gruppo. Osservando i miei ragazzi ho pensato spesso a com’è cambiato il modo di giocare del bambino che ero io negli anni sessanta, dai ragazzi di oggi e ciò dipende certamente dallo stile diverso della società di riferimento.
Oggi il gioco è vissuto dai bambini e dai ragazzi come un'attività prevalentemente individuale, che si svolge al chiuso della propria cameretta, intenti a superare infiniti livelli di un videogioco della Play Station o a "gareggiare" con il computer. Naturalmente questo comporta un esito negativo sullo sviluppo della personalità perché l'individualismo esecutivo prevale sulla dimensione socializzante e socio-centrica del gioco. Così, talvolta accade che anche nei giochi con gli altri, non ci sia affiatamento nella squadra perché manca il vero senso di "gruppo".
In molti paesi del mondo, i bambini non possono comperare dei giochi perchè costano troppo, quindi se li costruiscono. Anche in Italia, fino agli anni '60, giochi fatti con materiale povero erano molto diffusi. Poi, con il rapido aumento del benessere, i bambini hanno potuto comprare giochi, preconfezionati, nei negozi. Nel frattempo, le strade sono diventate sempre meno sicure e, anche a causa dell'aumento del traffico, i bambini non giocano più nella strada. Tutto questo ha portato alla scomparsa dei giochi di una volta. Infatti, i bambini di adesso non li conoscono più.Una volta, invece, noi ragazzi, quando non eravamo impegnati a scuola o nel lavoro in campagna, giocavamo liberi nei campi o nelle strade con oggetti semplici che si potevano reperire facilmente nell'ambiente in cui vivevamo. Quelle rare volte che mi capita di ritornare nelle stradine della fanciullezza e nella piazzetta “Chiancato” del mio pesino di montagna, mi sembra quasi di risentire il vociare dei coetanei quando facevamo “il nascondino collettivo”, di come ero felice quando costruivamo carrozze con una tavola e semplici cuscinetti o giocavamo col pallone farcito di pezze e ricucito sempre in modo grossolano. Il mio preferito era il gioco della “lippa” che consisteva nel battere con un bastone (mazza) un pezzo di legno più corto, a due punte. Mi appassionavano anche il gioco dei “sassi”, delle “biglie”, delle “figurine”, dei “semi” di zucca o di cachi, dei “bottoni”; oppure “il battimuro”con monete o figurine. Raramente giocavo al tiro con l’arco (pericoloso), fatto con ferri di ombrello appuntiti; più spesso mi dedicavo allo scupidù, alla fionda, alla cerbottana o al cerchio condotto da un sottile tondino di ferro. Mi coinvolgeva maggiormente giocare “a cavalletto”, mi divertiva tantissimo anche da semplice spettatore vedere ragazzi piegati a novanta gradi, appoggiati al muro ed altri cavalcarli in successione e cercare di restare in equilibrio, pena la perdita del gioco e finiva quasi sempre con un ruzzolone generale. Il ricordo legato a quei tempi e quei giochi è di uno stato di spensieratezza totale, la soddisfazione di riuscire a vincere gli ostacoli che permettevano di trasformare sensazioni ordinarie in sensazioni piacevoli e gratificanti. Quel cortile è stata un' ottima palestra di vita per tutti quelli che l’hanno frequentato.