sabato 25 luglio 2009

Quanto sopporti il dolore?


























Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d'erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell'uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi,prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
(U.Saba)

[da Casa e campagna, 1909-1910]
In questa breve poesia Umberto Saba esprime in modo oggettivo la propria pessimistica concezione della vita che ricorda sia il pessimismo cosmico leopardiano sia il montaliano "male di vivere".
Lo spunto alla meditazione sul dolore e sul male è infatti offerto da una capra solitaria, colta in un momento di disagio ("sazia" sì, ma "legata" e "bagnata dalla pioggia"), alla quale il poeta si sente vicino perché accomunato ad essa, come a tutti gli altri esseri viventi, da un'identica ed eterna legge: il dolore. Perciò la risposta del poeta (dapprima scherzosa) a "quell'uguale belato" non sembra più ridicola o buffa (come al primo verso), ma profondamente seria e partecipe.
Nella strofa finale, dopo il progressivo allargamento d'orizzonte dall'animale all'umano, la dimensione del dolore si estende all'universale.
Il termine dolore (Pain), assume diversi significati, rispetto al sistema etico e al contesto storico-culturale in cui è inserito. Schopenauer scrisse che la psicologia dell’uomo oscilla continuamente tra due stati: la noia e il dolore. Quando non proviamo dolore ci annoiamo e per uscire dalla noia cerchiamo il dolore. Il dolore è tutto ciò che gli uomini conoscono… da’ senso alla loro esistenza. Li fa credere vivi (Il Dreamer). La canzone di Vasco Rossi “voglio una vita spericolata… voglio una vita piena di guai…” potrebbe ben essere l’inno di un’umanita’ che indulge nel dolore e che ha fatto della sofferenza una costante fisica e psicologica della propria vita. la dolorosità diventa per noi tutt’uno con l’esistenza, una costante naturale e, per assurdo, una presenza rassicurante della vita. Ci pensate quanto spazio occupi il dolore nella nostra vita? La gente non si sente mai al sicuro. Anche quando un uomo è ricco e, apparentemente, non ha nulla da temere, si sente dubbioso, in uno stato di continua precarietà e vive nella paura, nella incertezza, nel dolore...
Venendo al mondo la prima sensazione dell’essere umano è quella di soffocare, di venire sopraffatto. Partorito nel dolore, accolto dalle luci accecanti di una sala operatoria, dalle voci concitate dei medici e dalle grida della madre, sculacciato e sdraiato su una fredda superficie d’acciaio, il neonato incontra il dolore e la paura come prima impressione e da quel momento li seguirà come i suoi veri genitori.
“Tu uomo lavorerai col sudore della fronte e tu donna partorirai con dolore”; in effetti l’uomo e la donna sono accomunati da l termine travaglio che vuol dire lavoro in francese ed anche fatica e sofferenza. Provate a stare accanto ad una persona che prova dolore, senza poter apportare alcun aiuto, nessun sollievo. Hai voglia a dirle che capisci il suo dolore! Capisci un cazzo! Il dolore lo prova quell’altro e non è condivisibile o alleviabile a parole. E’ anche vero che certe persone hanno una soglia alta di sopportazione del dolore e non sembrano soffrire poi così tanto e certi altri si lamentano molto anche per un semplice graffietto. Secondo la visione cristiano cattolica il dolore viene considerato nella sua veste forse più positiva, assume non più il ruolo di ente negativo che affligge l’uomo ma diventa il mezzo usato dall’umanità per raggiungere e completare, all’interno del viaggio che è la vita, le sofferenze del Cristo, per riscattarsi dal mondo del peccato e raggiungere a pieno titolo la salvezza eterna .
Penso comunque che il dolore per quanto lo si voglia vedere in modo negativo, sia una specie di nodo al fazzoletto di ciascuno per ricordargli che può avere tutte le fortune di questo mondo, ma egli è sempre un uomo, uguale a tutti gli altri, in relazione al dolore.
Sinceramente mi ispira più fiducia una persona che è stata a stretto contatto col dolore, perché è più umana e può comprendere maggiormente i disagi degli altri.
Spero che questi pensieri siano solo spunti di sana riflessione e non rovinino questa estate già tanto infastidita dalla calura e dai troppi incendi estivi.
Buona vita!
maestrocastello

domenica 19 luglio 2009

Sei schiavo delle abitudini?



Perché ci formiamo delle abitudini?
Vi siete mai chiesto perché ci formiamo delle abitudini? In effetti le abitudini sono un bisogno dell’individuo di avere sicurezza. Esse richiedono poco dispendio di energie ed attenzione e ci danno l’illusione di avere sempre il controllo della situazione. Svegliarsi sempre alla solita ora, fare sempre lo stesso percorso per recarsi al lavoro, andare in villeggiatura sempre nel solito posto, pensarla sempre allo stesso modo sono automatismi che rendono la nostra vita più semplice; ma anche più prevedibile e limitata. Radicarsi in un’abitudine irrigidisce i propri schemi mentali, fa vivere sempre nel già conosciuto e già saputo e disabitua il cervello ad accogliere le novità. Quando la video scrittura, ad esempio, ha soppiantato la cara e vecchia macchina da scrivere; molti impiegati hanno preferito la via del pensionamento, piuttosto che cambiare le proprie abitudini di lavoro.
Capisco che non è facile non ricadere nell’abitudine, specialmente quando ci troviamo in situazioni di particolare stress. Ad esempio chi smette di fumare, spesso ricade nel vizio; perchè riprendendo la vecchia abitudine fa acquistare sicurezza e vincere il momentaneo stress accumulato.
L’abitudine crea l’illusione di rendere più facile la vita, ma in effetti la limita parecchio, non ti permette il gusto della scoperta, del nuovo. E’ come vedere ripetutamente lo stesso film di cui sai già tutte le battute a memoria. Vivere cento anni nell’abitudine è come aver inserito il pilota automatico alla propria vita. C’è un vecchietto qui al mare che vive nell’abitudine perenne e la sua giornata la sappiamo a memoria: sveglia alle sei e mezza, alle sette è in strada per aspettare il furgone del pesce, telegiornale alle sette e trenta, alle otto e mezza si incontra col solito amico per gettare la spazzatura ed acquistare il solito quotidiano, quando si avvia al mare sappiamo che si son fatte le nove e trenta, pranza all’una in punto ed è pronto per la siesta alle tredici e trenta fino alle sedici-sedici e trenta, ora in cui beve il caffè pomeridiano, appollaiato sul terrazzo e….. così per l’intera estate marinara.
“Nati non foste per viver come bruti, ma per servir virtute e conoscenza” sono i versi danteschi a giustificazione delle continue peregrinazioni di Ulisse che invece di intraprendere la strada più semplice per il ritorno in patria è spinto a sfidare l’ignoto, per sedare la propria sete di conoscenza. Ci pensate se Colombo si fosse accontentato di percorrere la riviera ligure da Genova ad Imperia, invece di sfidare le colonne d’Ercole che erano tabù per i marittimi dell’epoca?
Tutti siamo soggetti a nostre piccole abitudini e la cosa saggia è di riconoscerle ed individuare quelle che invece di facilitarci la vita, ce la complicano; impedendoci di fare ciò che vorremmo, riducendoci ad assumere sempre gli stessi atteggiamenti, a ripetere sempre le medesime azioni per tutta la vita. Quindi prendiamo la decisione di “romperle” queste abitudini, preparandoci un piano di lavoro in cui, ogni giorno, ci impegniamo a fare una cosa che di solito non facciamo, o a farla ogni giorno, in un modo diverso. Solo allora ci renderemo conto della libertà che lentamente acquisteremo. Consiglio sempre di fare delle nuove scelte, come quella di cambiare strada quando si va al lavoro, scegliere un nuovo ristorante quando si va a mangiare fuori, cambiare marca dei prodotti alimentari, andare in vacanza in un posto differente dell'anno precedente. Cambiare le tue abitudine ti aiuta in primis a maturare e a conoscere cose che prima ignoravi e a renderti una persona più completa.
Cordialmente, maestrocastello.

martedì 14 luglio 2009

Cosa farò da grande.




Il maestro suggerì il titolo del tema: “ cosa farò da grande.” I bambini non ebbero bisogno di copiare il vicino di banco, perché ognuno sapeva esattamente cosa voleva fare una volta divenuto adulto. La mente dei bambini è davvero imprevedibile e così il maestro si trovò a leggere di mestieri i più curiosi: impagliatore di sedie, imbalsamatore di animali, domatore di leoni, banditore del paese. L’insegnante che era solitamente burbero, ebbe ad un tratto un sussulto e chiamò un alunno: “Dunque tu scrivi che sei indeciso se fare il postino o il pagliaccio. Per quale motivo vorresti fare uno di questi mestieri?”. L’alunno spiegò che era affascinato dalla figura del postino perché indossava un cappello che lo rendeva importante e soprattutto perché aveva un fischietto che richiamava l’attenzione della gente; mentre del pagliaccio lo affascinava la sua aria di mistero. Comunque gli piacevano tutti e due perchè portavano il sorriso alla gente: uno con le buone notizie e l’altro con gli scherzi da pagliaccio. Per la prima volta il maestro accarezzò i capelli del bambino dicendo:”Vedo che hai fantasia, vedi di conservarla sempre!” La divertente storiella presa dal mio passato scolastico (ero io..) mi serve ad evidenziare un punto importante e cioè che diventiamo esattamente ciò che abbiamo deciso di diventare, più o meno consapevolmente...
Naturalmente nella vita poi non ho fatto né l’uno né tanto meno l’altro di mestiere, anche se un po’ pagliaccio lo sono sempre stato; comunque nel mio mestiere di maestro ho sempre cercato il sorriso nei ragazzi, di metterli a loro agio ed ho notato che apprendevano con gioia e senza particolare sforzo. Essere burberi difficilmente ti procura la stima dei ragazzi.
Quando, a mia volta, ho proposto lo stesso tema ai miei alunni; nel corso degli anni ho potuto costatare che la mente dei bambini è una miniera di trovate che ho sempre preso nella dovuta considerazione.
Ecco alcuni mestieri interessanti:
- Vorrei fare il tabaccaio. Vicino casa mia c’è un negozio con le caramelline riposte nei barattoli di vetro colorati, l’odore della carta e il dolce sapore di quando lecco un francobollo e la lentezza della signora nel darti il resto. Penso comunque che non farò mai il tabaccaio, perché mi mangerei tutta quella buona merce.
- Vorrei fare il veterinario per delfini e tartarughe marine negli oceani vicino l’Australia. Però se ci fossero nel mare vicino Roma mi risparmierei di prendere l’aereo che ciò pure paura!
- Da grande vorrei fare il postino, perché ha la motoretta e quando viene a casa mia, mia madre gli dà sempre un bicchierino.
- Quando sono grande vorrei fare l’assaggiatore di gelati di tutte le marche, ma siccome sono “ciccione”, mi sa che mia madre non me lo fa fare.
- Voglio fare il dottore e guadagnare tanti soldi, ma non so come fare perché ho paura di fare le punture e se vedo il sangue ho paura di svenire. Mi sa che cambio col benzinaio che quando papà mette la benzina, vedo che lui caccia un malloppo di soldi dalla tuta.
Si potrebbe continuare per il divertimento che procurano questi freschi prodotti di fantasia bambina, ma quello che mi preme evidenziare è che noi diventiamo esattamente ciò che abbiamo deciso di diventare, più o meno consapevolmente. Un anonimo saggio disse: " L'uomo può fare cose eccezionali se ha cose eccezionali da fare. Se alla fine della esistenza terrena vi lamentate di non aver realizzato niente, semplicemente non avevate niente da realizzare. "
Vi auguro di conservare sempre la vostra fantasia bambina.
Buona vita!
maestrocastello.

I colori dei mestieri di Gianni Rodari.

Io so i colori dei mestieri:
sono bianchi i panettieri,
s’alzano prima degli uccelli
e han la farina nei capelli;
sono neri gli spazzacamini,
di sette colori son gli imbianchini;
gli operai dell’officina
hanno una bella tuta azzurrina,
hanno la mani sporche di grasso:
i fannulloni vanno a spasso,
non si sporcano nemmeno un dito,
ma il loro mestiere non è pulito.
( Gianni Rodari )

lunedì 6 luglio 2009

Il sesso degli angeli.



Si sa che i tabù sono difficili a morire e la storia ce lo insegna giorno dopo giorno. Il costume sessuale è un lato della nostra vita sociale che nei secoli è sempre stato tenuto sotto controllo da mille tabù ed ha caricato moltissime generazioni di gravi complessi di colpa. Qualche sera fa, seduti in giardino, ricevevo le confidenze di un amico, non ancora quarantenne, che mi raccontava delle disavventure di un suo giovane insegnante delle elementari che ricorda con piacere perché sapeva suscitare interesse negli alunni, ma che aveva avuto fastidi da parte del capo d’istituto e genitori della sua classe e fu costretto all’ abbandono dell’incarico di supplenza per aver osato impartire qualche lezione di educazione sessuale, senza il consenso di preside e genitori e stiamo parlando di appena una trentina di anni fa. Questa era la situazione che si viveva nelle scuole italiane fino a 20-30 anni fa.
Senza andare molto lontano e parlare un linguaggio che non ci apparterrebbe, ciascuno di noi che è compreso nella fascia dai quaranta ai sessanta si ricordi della propria educazione sessuale ricevuta. L’educazione sessuale che ricevevamo in famiglia era pari allo “zero assoluto”, complice anche il ruolo assunto dalla Chiesa che ha sempre connotato come peccaminoso ogni discorso relativo al sesso che non riguardasse strettamente la procreazione. E’ recente la polemica montata dalle dichiarazioni papali sull’inutilità del contraccettivo per eccellenza.
Da piccoli credevamo che i genitori, come gli angeli, non avessero sesso; salvo fare spiacevoli scoperte in casa che ti sconvolgevano la fanciullezza. A chi rivolgersi? Ai genitori no, al prete mai e poi mai, all’insegnante non era permesso; non rimaneva che la strada e quindi gli amici più grandi che avevano idee molto confuse sull’argomento. Intanto crescevi e la peluria sul tuo corpo era la prova che qualcosa non quadrava del tutto! Quando a mia madre cresceva il pancione, domande me ne ponevo parecchie; ma tutte rimanevano senza risposte. All’arrivo dell’ostetrica, mio padre diceva immancabilmente: “Andiamo che son cose di donne!” e… come dicono a Roma: ”Buona notte al secchio!”. Insomma ne sapevo quanto prima.
Da insegnante ho sempre trovato delle resistenze ad affrontare l’argomento sesso coi ragazzi: perché non mi sentivo preparato e perché non tutte le famiglie te lo avrebbero permesso. Pensate che fino al 1976 insegnavo in una scuola che non aveva ancora classi miste al suo interno: i ragazzi e le ragazze avevano l’insegnante del loro stesso sesso! Le cose si sono andate modificando successivamente e perché cambiavano i tempi e perché noi insegnanti acquistavamo maggiore esperienza e confidenza con le famiglie dei nostri alunni, cementando rapporti di stima e fiducia reciproca che ci permettevano di affrontare anche argomenti delicati come il sesso, in un’ottica di educazione globale della personalità dei loro figli.
Con le ultime classi è stato proprio uno spasso! Quello che qualche volta si imbarazzava, senza darlo a vedere, ero proprio io; mentre i ragazzi, dopo qualche iniziale sorrisetto, andavano spediti come un treno e lì mi accorgevo che i tempi erano decisamente cambiati.
Buona vita!
maestrocastello.

venerdì 26 giugno 2009

Gli uomini sono tutti uguali?




“E Dio disse….gli uomini sono tutti uguali davanti a me, alti e bassi, bianchi e neri, ricchi e poveri. Ma per i neri, piccoli e poveri sarà molto dura!” Questa battuta di Giobbe Covatta nasconde, in effetti, una profonda verità: che gli uomini storicamente non sono stati mai tutti uguali. Se pensate fino a pochi secoli fa la stessa Chiesa tollerava la schiavitù, anzi proprio sulle basi delle sacre scritture si affermava che c’erano uomini nati schiavi in quanto stavano scontando per volere di Dio il peccato dei propri avi, il saccheggio dell’Africa (la tratta dei negri) e lo sterminio degli Indiani d’America sono stati resi possibile proprio per questo supporto delle dottrine cristiane. Vi pare che il messaggio evangelico che gli uomini sono tutti fratelli, almeno nel mondo attuale, sia praticato o quantomeno praticabile? Purtroppo, storicamente, le risorse della Terra sono in mano di una minoranza di nazioni forti che difficilmente rinunceranno ai loro privilegi a discapito dei più deboli che sono la maggioranza. Nell’assemblea mondiale della sanità, ad esempio, si è faticato molto a convincere colossi quali gli USA a modificare l’attuale sistema di Ricerca e Sviluppo basato sul meccanismo dei brevetti e sugli alti prezzi dei farmaci, in favore delle popolazioni più povere del mondo che restavano così escluse dal sacrosanto diritto alla salute. Si contano sulle dita di una mano quegli Stati che hanno realmente azzerato il debito alle Nazioni più povere. All’interno dello stesso Stato italiano non si cerca forse di selezionare i cittadini in categorie, in base all’appartenenza geografica, al credo politico o religioso? Un povero Cristo ha il diritto di poter essere musulmano, comunista, omosessuale o meridionale senza essere guardato male da tutti? Tempi duri per i neri, piccoli e poveri e come diceva il buon Catalano in” quelli della notte” : è molto meglio essere bianchi, alti e ricchi! Meditate gente... Meditate!
Propongo due esempi di uguaglianza fra gli uomini: “Li pagliacci” di Trilussa” e la notissima “a livella” di Totò.
Buona vita!
maestrocastello.

Li pagliacci (Trilussa).

Guarda li burattini su la scena
co' che importanza pijeno la cosa:
guarda er gueriero ch'aría contegnosa.
come se sbatte bene, come mena!

Vince tutti! E', terribbile! Ma appena
la mano che lo móve se riposa,
l'eroe s'incanta e resta in una posa
che spesso te fa ride o te fa pena.

Lo stesso è l'omo. L'omo è un burattino
che fa la parte sua fino ar momento
ch'è mosso da la mano der destino;

ma ammalappena ch'er1 burattinaro
se stufa de tenello in movimento,
bona notte, Gesù, ché l'ojo è caro2!

Li burattini, doppo lavorato,
finischeno ammucchiati in un cantone,
tutti in un mazzo, senza fa' questione
sopra la parte ch'hanno recitato.

Cosi ritrovi er boja abbraccicato,
ar prete che je dà l'assoluzzione,
mentre l'eroe rimane a pennolone
vicino a li nemmichi ch'ha ammazzato.

è solo li ch'esiste un'uguaglianza
che t'avvicina er povero pupazzo
ar burattino che se dà importanza:

e, unito ner medesimo pensiero,
pare che puro er Re, framezzo ar mazzo,
diventi democratico davero!


1. Non appena il. 2. Finisce la commedia: dalla frase attríbuita ad
uno scaccino assai economo nell'atto di spegnere la lampada della chiesa.
3. Abbracciato. 4. Penzolone









mercoledì 24 giugno 2009

Olive? che bontà!





















Gli ulivi caratterizzano il paesaggio pugliese in maniera determinante, disegnando forme e colori d’impareggiabile bellezza che fanno della Puglia la “terra dell’olio”.
L’oro verde, come viene chiamato l’olio d’oliva, rappresenta da sempre uno dei cardini della cucina mediterranea, una moda di cui molti esperti attestano gli aspetti benefici per la salute: è ricco di provitamine, permette l’assorbimento da parte dell’intestino delle vitamine liposolubili (A, D, E, K) e possiede componenti antiossidanti, come flavonoidi e altri polifenoli, in grado di contrastare i cosiddetti radicali liberi, principali responsabili dell’invecchiamento. L’olio d’oliva è, quindi, un alimento completo, fondamentale per giovani e anziani grazie ai molteplici effetti benefici sia per l’apparato digerente che per quello circolatorio.. La leggenda narra che la pianta d’ulivo sia nata da una disputa tra il dio Poseidone (Nettuno) e la dea Atena(Minerva) che dovevano presentare a Giove qualcosa di nuovo ed originale: vinse Atena che presentò una giovane pianta di ulivo. Già esisteva 8000 anni fa in Medio Oriente e si diffuse in Grecia ed in Siria e venne commercializzato dai Fenici nel Mediterraneo. Presso i Romani era usanza di far pagare i tributi sotto forma di olio d’oliva alle popolazioni conquistate. L’olio, figlio dell’ulivo, venne utilizzato non solo per arricchire gli alimenti, ma anche per i massaggi dei gladiatori e nella cosmetica. Nei poemi omerici veniva impiegato esclusivamente per la pulizia e per l’igiene. Ancora nel terzo millennio l’olio d’oliva conserva tutto il suo fascino carico di misticismo. La sua pianta che si radica dappertutto, anche nei posti che pensavamo impossibili, rappresenta un po’ la caparbietà della nostra gente contadina che storicamente si ammazza di fatica, non si arrende facilmente e spesso risulta vincitrice nella battaglia personale con l’ imprevedibilità della natura. Quante nottate passate da ragazzino nei trappeti del mio paesino ad aspettare il turno della spremitura: la gente aveva in tasca fette di pane che imbeveva d’olio bello verde e caldo per saggiare la bontà del prodotto appena partorito. Ma la pianta d’ulivo non elargisce soltanto il prezioso prodotto per condire, ma anche olive buone da mangiare. Le olive da mangiare sono parte integrante del paesaggio pugliese. Si vendono sulle bancarelle disseminate nei viali delle città principali, oltre che sui banchi dei negozi di gastronomia. Se ne producono ogni anno circa trecentomila quintali, di cui sedicimila consumate subito e il resto destinato alla conservazione. Sono dolcificate in calce e soda caustica, quindi conservate con vari metodi, soprattutto in salamoia. Le varietà più diffuse nella regione sono la "grossa di Spagna", la "sant'Agostino", la "ascolana tenera" e la "coratina". Andria, Corato, Ruvo e Bitonto sono con Cerignola e Trinitapoli i luoghi di riferimento di questa produzione. Molto apprezzate anche la “Peranzana” dell’Alto Tavoliere; ma non vanno dimenticate la “Bella di Cerignola”, Sant’Agostino nel Barese, la Pasola nel Salento. Ma se visitate qualsiasi località della Puglia vi sapranno presentare varietà di olive da paura. L'aggiunta di aromi ne accresce il gradimento: molti usano i semi di finocchio e l'alloro. Le preferenze dei consumatori sono divise soprattutto fra le olive verdi dolci e le cosiddette "baresane", nere, lucide e di notevole volume.
Spesso vengono impiegate per accompagnare aperitivi e cocktails, hanno un ruolo in numerose preparazioni culinarie: sono chiamate a completare ripieni o a guarnire pietanze di carne o di pesce, oltre a vari tipi di tielle.
Sono diverse le modalità di lavorazione e conservazione dell’oliva, tutte pratiche appartenenti alla cultura contadina pugliese. Mi sono divertito a fare una ricerca sui vari modi di preparare le olive in Puglia, non tutti naturalmente, e ve la propongo:
- Olive in serbo
Con questo metodo è possibile conservare le olive anche per periodi di tempo abbastanza lunghi, senza alterarne le proprietà nutritive ne quelle organolettiche. Dopo aver fatto appassire le olive al sole si possono disporre in una vaso di creta premendole e schiacciandole. Poi le cospargerete di sale e le condirete a piacere con dei semi di finocchio o di anice.
- Olive col sale
Dopo averle lavate abbondantemente, si sistemano le olive in un recipiente di creta o in un grosso piatto o vassoio, si cospargono di sale e si capovolgono giornalmente.
- Olive arrostite
La caratteristica merenda del contadino di una volta era a base di olive succulente. Si sceglievano quelle più grosse, mature e dolci per arrostirle sotto la brace.
- Olive fritte
Olive polpose e dolci possono essere soffritte in poco olio. Si accompagnano particolarmente bene con il gusto caramellato del mosto cotto.
- Olive alla calce
Dopo aver raccolto le olive verdi si dispongono in tinozze (contenitori in legno). Per ogni 4 kg circa di olive si prendono 1,700 kg di calce viva e 3 kg di cenere di quercia da sciogliere nell’acqua in cui stanno macerando le olive. Lasciatele riposare per un giorno intero, per i successivi 2 o 3 giorni si possono di tanto in tanto togliere dall’acqua e lavare. Nei giorni successivi, passare spesso le olive in acqua fresca con sale, semi di finocchio, foglie di alloro o rametti di mirto.
- Olive in acqua
Si scelgono le olive verdi da disporre in un grosso vaso di creta ricoperte di acqua. Giornalmente, per un mese, verrà cambiata l’acqua. Nell’acqua aggiungere 100 g di sale per ogni chilogrammo di olive, foglie di alloro a piacimento. È consigliabile lasciar bollire l’acqua per qualche secondo, successivamente, raffreddata, si può versare nel vaso contenente le olive. Aggiungere due o tre spicchi di limone, un rametto di mirto e molti rametti con foglie di alloro. Dopo quattro o cinque mesi sono pronte. Non prenderle con le mani ma usare un mestolo. (da “Cucina pugliese” di L. Sada).
Sono graditi suggerimenti e varietà diverse di preparare le olive.
Buona vita e buon appetito!
maestrocastello.

lunedì 22 giugno 2009

Che genitori siete?




Tempo fa leggevo in una rubrica : “io sono stata una bambina che non ha cercato di farsi capire. Lo feci apposta: mio padre era malato, non potevo permettermi il lusso di mostrare anche i miei problemi ed il mio dolore...la ferita brucia ancora... ma, in fondo, è come se mi fossi ferita da sola...” Sono stato sempre coonvinto che il rapporto figli- genitori sia irto di difficoltà , oggi più che in passato. Nel caso della ragazza della rubrica pensate che sia stata della ragazza la colpa di non aver chiesto aiuto o piuttosto dei genitori di non essersi accorti del suo disagio? Mentre i figli, specialmente nella fase di crescita, tentano in vario modo di catturare l’attenzione dei grandi per condividere problemi ed ansie dell’adolescenza; questi ultimi si chiedono se sono dei “buoni genitori”, mossi dal desiderio di dare ai propri figli gli strumenti migliori per affrontare la loro vita e il timore di non essere all'altezza. Spesso le richieste dei figli non riguardano l’ultimo modello di video-citofonino e tanti genitori sono consapevoli che il loro atteggiamento è fondamentale per lo sviluppo della personalità dei propri figli. Tutti i giorni i genitori sono bombardati da messaggi contraddittori e ansiogeni; il rischio è di perdere la bussola e di finire nel vicolo cieco dei sensi di colpa che sono quasi sempre immotivati. Educare significa accompagnare i figli verso l'apprendimento delle regole basilari del vivere civile. Magari esistesse una scuola per imparare a fare i genitori ! In fondo non è proprio un grande male, perché il metodo è personale e bisogna costruirselo da soli, badando ad alcune regole dettate soprattutto dall’esperienza e dal buon senso. Esistono alcune semplici strategie per crescere un figlio che creda in se stesso e abbia una buona dose di autostima:
- Essere autoritari è spesso indice di debolezza interiore, mentre l’autorevolezza si guadagna” sul campo”, in un rapporto di dialogo. Il figlio non deve vivere il divieto come un’imposizione, ma come una decisione condivisa.
- Bisogna ascoltare i bisogni dei propri figli ponendo contemporaneamente dei limiti che gli consentono di diventare a poco a poco indipendenti.
- come genitori, non dobbiamo proteggere nostro figlio dalle difficoltà, ma dobbiamo aiutarlo a superarle con successo. Così può imparare a contare su di sè e ad affrontare ogni situazione.
- Mai dire: "sei uno sciocco!", ma piuttosto "hai avuto un comportamento sciocco", sottolineando il fatto che lui come persona vale sempre tantissimo e che la nostra stima per lui non è cambiata.
- accettiamo nostro figlio per la sua personalità, per i suoi errori e per i suoi sentimenti. Accettiamo le critiche per scoprire le sue esigenze.
- non dobbiamo mai punire nostro figlio, i metodi basati sulla punizione sono passati di moda e non ottengono grandi risultati, se non quello di creare un cattivo rapporto con i genitori.
- Quando fa resistenze o quando piange lasciamolo stare e solo quando gli sarà passata sarà pronto per suggerirgli la soluzione di problemi da un punto di vista nuovo che prima avrebbe rifiutato.
- Invece di dirgli cosa deve o non deve fare, indichiamogli la via di quello che è giusto. Ad esempio “fai attenzione quando attraversi la strada” è meglio di “non farti investire quando attraversi”. Con la seconda frase concentreremmo la sua attenzione proprio sul farsi investire.
- I bambini imparano con l’esempio. Puniamoli con violenza e ne faremo dei violenti. Invece di punirli quando sbagliano, cerchiamo di premiarli quando agiscono bene: crescerà in loro l’autostima.
- Limitiamo gli ordini, in favore di cordiali richieste. Se siamo costretti a ricorrere ad un ordine, purchè sia fatto con rispetto, senza urlare, con impassibilità e senza giustificare le nostre ragioni. Noi dobbiamo essere per lui una guida forte e motivante.
- Permettere qualsiasi cosa di certo non è mai una buona abitudine. All’interno della propria famiglia bisogna costruire regole comuni che favoriscano le relazioni tra i suoi membri, aiutino a vivere civilmente ed a crescere, ciascuno nel proprio ruolo.
Buona vita!
maestrocastello.