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mercoledì 28 aprile 2010

l'uomo di pace.


E’ notizia di ieri l’arresto di Giovanni Degano, padrino della ‘ndrangheta calabrese, che nel salire, ammanettato, sulla volante della polizia ha salutato e ringraziato un gruppo di parenti ed amici che si disperava e lo applaudiva, urlando: “Ti vorremo bene per sempre”, “Ha fatto bene a tutti”, “E’ un uomo di pace!. Queste sono scene già viste anche in Campania, mentre viene arrestato un giovane camorrista e la gente che urla ai poliziotti: “Bastardi! Morite! Infami! Schifosi!” e succedono in altre parte del sud, dove spadroneggia quella stessa malavita che assume nomi diversi. Perché si dispera quella gente di Reggio? Ora che hanno arrestato quell’ “uomo di pace”, chi porterà loro quella pace? Non certo lo Stato! Chi darà lavoro ai figli e sicurezza a loro stessi? Non certo lo Stato! A chi andranno a bussare per chiedere l’aiutino? Per fortuna che esiste anche tanta parte di Reggio che manifesta davanti alla questura, per dire no alla ‘ndrangheta. Chiediamoci come mai siamo arrivati a questo punto? Forse sarebbe il caso che lo Stato riprenda il controllo del territorio, evitando di sbandierare qualche arresto al solo scopo propagandistico; tanto il boss continuerà a fare il prepotente nelle carceri e la sua gente a farla da padrone nella sua zona. La verità è che al Sud il feudalesimo non è mai finito ed il calabrese, campano o siciliano si sentono ancora servi della gleba dentro, convinti che per qualunque cosa ottengono, debbano comunque ringraziare qualcuno. Si dice che il paese è diviso; probabilmente non si è mai unito. Come se n’esce? Credo con l’impegno di tutti, anche di quella parte virtuosa d’Italia che non deve generalizzare taluni comportamenti mafiosi. Il Sud non può continuare ad essere solo serbatoio di voti, posto dove andare a caccia o in vacanza; va messo nelle condizioni di avere lo stesso passo del resto d’Italia. Come può realizzare il federalismo la Calabria, se non si creano prima le giuste condizioni per farlo? La gente di Reggio deve capire che stigmatizzare i comportamenti di alcuni, non significa accusare tutti i calabresi di mafia; ma serve invece ad accendere spazi di riflessione costruttiva. E mentre tutti gli italiani devono guardarsi dalla critica gratuita; i calabresi sono impegnati doppiamente per cambiare dall’interno quella cultura, appunto mafiosa di alcuni, capace di mettere la propria vita al servizio di un così detto “uomo di pace”.
Buona vita!
Maestrocastello.

giovedì 15 aprile 2010

LA DIVERSITA’ E’ SOLO UN ABITO.


“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo guardare le cose sempre da angolazioni diverse” dice Robin Williams in “L’attimo fuggente”, film di Peter Weir del 1989. Guardare al di là dell’evidente non è cosa di tutti, solo una mente illuminata riesce a fotografare il mondo col grandangolo mentale e carpirne le sfaccettature differenti. Bisognerebbe ogni tanto, vivere la guerra anche dall’altra parte della barricata, mettersi nei panni del proprio nemico! Questo diventa sempre più impossibile in una sociètà che tende a massificare tutto, ad omogeneizzare caratteristiche particolari, condizioni economiche e sociali degli individui, livello culturale; appiattendone le peculiarità e dissolvendone l’unicità. Per la nostra società, concetti come “minoranze” e “diversità” suonano sempre più come mere parole e sempre meno come concetti con una loro valenza positiva. La colpa è sia del singolo che di questa società che, pur proiettata nel tremila, ha ripristinato barriere di stampo medioevale; perché si vede minacciata dalla diversità, sia che consista sulla diversa nazionalità, sul colore della pelle, sul diverso credo religioso o tendenza sessuale; sia semplicemente sulla diversa opinione politica. Pensate che i Romani avevano costruito un impero aprendo al mondo ed importando, senza alcun pregiudizio, le menti più eccelse in ogni campo dell'arte e della cultura; concedendo perfino la possibilità di diventare "cives romanus". Ma erano altri tempi! La parola che va tanto di moda oggi è “tolleranza” che passa troppo spesso per un valore positivo ed è spesso utilizzata con malizia, assumendo un carattere tutt’altro che bonario. Tolleranza significa semplicemente che tu accetti l’altro, gli permetti di esistere; ma poni te stesso su un gradino più alto. La finta disponibilità del diverso che vedi tendenzialmente come tuo antagonista cela un sentimento di intolleranza che trabocca quando questi accampa diritti, è troppo visibile, ti ruba un lavoro che non faresti mai, crea problemi. Sei intollerante quando non favorisci una effettiva integrazione del diverso, quando non sei disposto ad abbattere quella specie di scala che ti sei costruito, ponendoti arbitrariamente sul piano più alto; quando guardi con disprezzo e cinismo quelli che sono piazzati sui gradini più in basso. La soluzione? Serve un’opera di educazione capillare sul singolo e sulla stessa società che non imponga modelli e riconsideri la diversità come un valore aggiunto e fattore di crescita civile. E’ compito di tutti, col dialogo e con la protesta, fare in modo che questa società la smetta di considerare “diversi” e quindi esclusi ed emarginati, omosessuali, matti, portatori di handicap, i perdenti in genere, chi è “sfigato” chi non imbroglia, chi non si sballa, chi non veste alla moda e chi non entra nella taglia 40.

Così scriveva Bertolt Brecht:
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Buona vita!
maestrocastello

lunedì 1 marzo 2010

Cristo si è fermato a Rosarno.


“Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia.” Così apre il capolavoro di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli”. L’autore che si trova lontano dalla sua terra e dai suoi contadini pensa alla promessa fatta loro e non ancora mantenuta di far ritorno a “quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte.” Così scriveva Levi ed era il 1945. Son passati tanti anni e quei contadini hanno, da tempo, passato il testimone ad altri che figurano ufficialmente come braccianti, con tanto di marchette, per un lavoro svolto in reltà da immigrati nordafricani, che raccolgono ortaggi tutto il santo giorno per pochi euro di salario e che si adattano a vivere come bestie in posti di fortuna Alla luce dei fatti calabresi di gennaio, mi verrebbe di modificare il titolo al libro di Levi “Cristo si è fermato a Rosarno”. Naturalmente Rosarno è stata solo la punta di un iceberg, perché i braccianti neri di Rosarno sono i parenti stretti delle migliaia di braccianti che vivono nelle stesse condizioni in Sicilia, nella Calabria settentrionale, in Basilicata, in Campania, in Puglia, in Molise ed anche al nord della penisola, sotto forma di bassa manovalanza. La forza lavoro di questi “nuovi schiavi” è ben accetta solo se invisibile, a patto di sparire quando non si ha più bisogno. Ci mangia sopra l’imprenditore, il caporale, il camorrista e perfino chi gli affitta una latrina come posto per dormire. Mi viene facile paragonare i contadini di Eboli ai nostri immigrati neri che proprio oggi, primo marzo, sono scesi in piazza per chiedere il rispetto dei diritti umani. Sentite come calza bene agli immigrati l’abito che Levi aveva confezionato per i suoi contadini “Noi non siamo cristiani – essi dicono – Cristo si è fermato a Eboli - . Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo…. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi che vivono la loro libera vita diabolica e angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall’orizzonte, e sopportarne il peso ed il confronto”. Faccio una naturale riflessione: se loro sono le bestie ed ancor meno; chi sono i cristiani o gli uomini in questione? Noi, forse? Se la smettessimo di vedere nemici dappertutto e pensassimo che si è sempre lo straniero di qualcuno; forse apriremmo uno spiraglio all’accoglienza e alla reale tolleranza.
Buona vita!
maestrocastello.

sabato 27 febbraio 2010

STOP - PENSIONI - DEPUTATI


Per quanto mi riprometta di evitare telegiornali e fatti della politica, poi va a finire che ci ricasco puntualmente; proprio come un fumatore che aveva smesso e si riaccende la sospirata sigaretta. Ma provo sempre la stessa delusione nel costatare che non è mai cambiato nulla: si litiga sempre su tutto, in dibattiti che si trasformano in piazzate e che invece di chiarire, finiscono spesso per confondere ulteriormente la mente di chi si era ripromesso di capire. Fa specie, in un momento di grave crisi di lavoro e di fatica a far quadrare il bilancio familiare, sentir parlare sempre delle solite cazzate che fanno comodo a qualcuno solamente. Per fortuna che ogni tanto arrivi un matto a far riflettere la gente. Il matto in questione (matto in senso scherzoso, ovviamente) è Luciano Casasole che, preso lo spunto dall’invito del cardinale Poletto ai consiglieri del Piemonte di rinunciare ai privilegi pensionistici, in virtù del principio di uguaglianza ed in un momento di grave crisi economica ed occupazionale; ha attuato un bliz a Piazza San Pietro, facendo apparire sulla cupola la scritta intermittente: STOP – PENSIONI – DEPUTATI. "I nostri politici sono sempre pronti a bisticciare su tutto, ma quando si mettono a discutere di premi e di liquidazioni solo per loro, vanno d'accordo", aveva detto il cardinale, facendo riferimento all'indennità di fine mandato dei consiglieri regionali del Piemonte, una 'superliquidazione' di 100mila euro lordi decisa dall'allora governatore Enzo Ghigo. "E' una contraddizione, ha aggiunto Poletto, predicare che bisogna trovare risorse, fare sacrifici, e poi quadruplicarsi ( da uno a quattro euro per ogni voto) il premio elettorale. Non mi pare sia un bell'esempio, non fa bene al popolo. Pensare che i buoni esempi dovrebbero venire proprio dalle istituzioni pubbliche". Che senso ha pretendere che il comune cittadino vada in pensione ad un passo dalla tomba, quando si coserva per sé il privilegio di acquisirlo dopo appena pochi anni di mandato? Naturalmente quella scritta ha incuriosito i tanti pellegrini stranieri in attesa di entrare nella basilica che si son chiesto il motivo della scritta e non sono mancati gli applausi per la trovata di Casasole. E’ da tempo che si discute della opportunità di far percepire stipendi tanto alti e pensioni così facili ai nostri onorevoli parlamentari. Ma quanto percepiscono in realtà? Ho fatto un giro in rete ed ecco cosa trovo: il trattamento economico è determinato in base alla legge n. 1261 del 31 ottobre 1965 : la prima voce è l’indennità, quella che nel linguaggio comune è definita “stipendio” è pari a 5.486,58 euro al netto delle ritenute varie, seguono la diaria che ammonta a 4.003,11 mensili ed i rimborsi inerenti il rapporto tra eletto ed elettori per un importo mensile di 4.190,00 euro mensili. Le spese di viaggio variano da 3.323,70 a 3.395,10 euro trimestrali a seconda che si superi i 100 Km); per le spese telefoniche riceve mensilmente 3.098,74 euro (la Camera non fornisce ai deputati telefonini cellulari). Completano la scheda l’assegno di fine mandato, le prestazioni sanitarie e sui trasporti. Insomma lo stipendio mensile di un parlamentare si aggira sui 15. 237,02 euro netti; mentre la sua pensione va da un minimo di 2.797 euro netti ad un massimo di 8, 952,712 euro mensili. Scordavo le tante facilitazioni.
1. TESSERA DEL CINEMA gratis
2. TESSERA TEATRO gratis
3. PISCINE E PALESTRE gratis
4. TESSERA AUTOBUS - METROPOLITANA gratis
5. CIRCOLAZIONE AUTOSTRADE gratis
6. FS gratis
7. AUTO BLU CON AUTISTA gratis
8. RISTORANTE spesso gratis o a 2 lire
e tante altre ancora.....Non penserete ora di diventare tutti deputati???
Buona vita!
Maestrocastello.

venerdì 22 gennaio 2010

Basta soltanto un sms per aiutare Haiti?



("La Stampa" del 15/01/2010)
Scossa di coscienza
Sconvolto dagli effetti apocalittici del terremoto di Haiti, sono andato in cerca di informazioni per scoprire com'era la vita nell'isola, fino all'altro ieri. Ho appreso che l'ottanta per cento degli haitiani vive (viveva) con meno di un dollaro al giorno. Che il novanta per cento abita (abitava) in baracche senza acqua potabile né elettricità. Che l'aspettativa di vita è (era) di 50 anni. Che un bambino su tre non raggiunge (raggiungeva) i 5 anni. E che, degli altri due, uno ha (aveva) la certezza pressoché assoluta di essere venduto come schiavo.
Se questa è (era) la vita, mi chiedo se sia poi tanto peggio la morte. Ma soprattutto mi chiedo perché la loro morte mi sconvolga tanto, mentre della loro vita non mi è mai importato un granché. So bene che non possiamo dilaniarci per tutto il dolore del mondo e che persino i santi sono costretti a selezionare i loro slanci di compassione. Eppure non posso fare a meno di riflettere sull'incongruenza di una situazione che - complice la potenza evocativa delle immagini - mi induce a piangere per un bambino sepolto sotto i detriti, senza pensare che si tratta dello stesso bambino affamato che aveva trascorso le ultime settimane a morire a rate su quella stessa strada. Così mi viene il sospetto che a straziarmi il cuore non sia la sofferenza degli haitiani, che esisteva già prima, ma il timore che una catastrofe del genere possa un giorno colpire anche qui. Non la solidarietà rispetto alle condizioni allucinanti del loro vivere, ma la paura che possa toccare anche a me il loro morire
( Massimo Gramellini).
Ho voluto riportare integralmente l’articolo sul terremoto di Haiti del bravo giornalista Gramellini, apparso sul giornale “La Stampa” del 15 gennaio 2010, perché mi sembra che dipinga bene una situazione così tragica che pone interrogativi alle nostre coscienze ed è un valido spunto per considerazioni aggiuntive. Noi italiani possiamo farci un’idea della portata devastante del sisma haitiano che ha prodotto quasi 130.000 vittime accertate, se lo confrontiamo con quello aquilano che di vitttime ne ha seminate 308; eppure ha apportato tanto dolore alla nostra gente. Mi si stringe il cuore nel vedere le quotidiane scene di povera gente che si litiga un pezzo di pane, dando l’assalto ai mezzi di soccorso internazionale. Le scene che ci arrivano danno l’idea di una disorganizzazione generale: sessantamila cadaveri ancora da identificare, quasi duemilioni di bambini rimasti abbandonati ed è subito partita la corsa all’adozione di un piccolo haitiano. E se i genitori fossero ancora in vita, come accaduto, realmente, per i fatti dello tsunami thailandese? E poi, visto che sono state necessarie tante mutilazioni di arti, accetterebbero anche un bimbo mutilato di un braccio o una gamba queste coppie in cerca di figli? Un altro pericolo è il traffico di bambini: sembra che proprio in questi giorni siano scomparsi decine di questi piccoli da un ospedale!Che dire poi dell’esodo in massa dei media di mezzo mondo, con destinazione Haiti? Certo, i mezzi di informazione ci danno informazioni precise sull’esatta portata dei fatti, ma aggiungono problema a problema, mettendo a dura prova una situazione già tanto fragile. Secondo New Republic trasportare e mantenere le centinaia di giornalisti che sono ad Haiti in questo momento “non è un gioco che costa poco”. “La Cnn e la Cbs hanno cinquanta inviati sul posto in queste ore, Fox venticinque. E ogni rete televisiva che si rispetti ha un numero simile di persone impiegate a seguire questa storia. I quotidiani sono più parchi, per esempio il New York Times e il Washington Post hanno dieci giornalisti. Vista la situazione drammatica del paese è difficile credere che la presenza così massiccia della stampa non stia ritardando l’arrivo degli aiuti e degli operatori umanitari. C’è scarsità di alloggi ad Haiti, ma anche scarsità di alimenti e di acqua. Tutti questi giornalisti finiscono per sottrarre risorse ai sopravvissuti del terremoto”. Infine, per la serie: “Poveri che aiutano i poveri”, mi piace sottolineare la notizia apparsa sul “Corriere Della Sera” che il Senegal non se la cava inviando automezzi di viveri, ma offre la terra agli Haitiani per il ritorno nella loro patria d’origine: l’Africa!
Buona vita!
Maestrocastello.

sabato 28 novembre 2009

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano".



Un giorno d’inverno, siamo a Ferrara, in una strada del centro cittadino c’è un uomo rattrappito dal freddo, vestito di stracci che ha appeso al collo un pezzo di cartone, con una scritta fatta col pennarello:”ho fame, aiutatemi”. Nessuno si accorge che sta morendo. Potrebbe rivolgersi ad un centro di assistenza oppure al pronto soccorso, ma non vuole avere niente a che fare con questa società. Dall’autopsia risulta che non ha neppure cinquantanni. Forse è morto per inedia. Sembra una favola moderna che ci riporta alla mente “la piccola fiammiferaia” di Andersen. La bambina, tanto sfortunata in vita, trova finalmente la serenità da morta. La povertà, sembra ammonire la fiaba, è una condizione che non può trovare rimedio in vita. Andersen scrive nell’Ottocento, secolo in cui le condizioni dei bambini delle classi popolari erano miserevoli, questi non avevano dignità di persona. Un po’ quello che accade oggi in molte parti del mondo e, sotto certi aspetti, a ben vedere, anche in casa nostra. Il barbone di Ferrara e la piccola fiammiferaia sono stati rimpiazzati dai tanti derelitti, veri o finti, che troviamo ai semafori e davanti ai supermercati. Sapete chi sono tutti costoro? Il nostro prossimo! Si è fatto tanto chiasso, nelle scorse settimane, a difendere il simbolo di un Cristo ammazzato, in nome delle radici culturali del nostro popolo e poi ci scordiamo l’insegnamento di quel Cristo. Ma chi è il nostro prossimo? Lo chiedo a quei politici ruffiani, neocrociati del terzo millennio. Forse è il caso che rileggano quel passo del Vangelo: “ Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre, dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui e ciò che spenlderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. "Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui?" Gesù disse al suo interlocutore: «Va' e anche tu fa' lo stesso» . Purtroppo, oggi, il buon samaritano non scende più da cavallo. Siamo oltre 6 miliardi di individui ed un quinto di persone sulla terra non hanno da mangiare. Mentre le risorse scarseggiano, l’indifferenza dilaga. Nella riunione internazionale del 9 novembre scorso presso la FAO, contro la fame nel mondo, non è stato preso nessun impegno concreto da governi ed organizzazioni presenti. Come al solito, solo chiacchiere! Ed intanto l'uomo di Gerico continua a morire per strada!
Buona vita!
Maestrocastello.

lunedì 9 novembre 2009

Il crocifisso non deve diventare un'arma!


Il crocifisso è sempre stato esposto nelle aule scolastiche? Ma qual è il luogo deputato ad ospitare un crocifisso? La storia dice che l’esposizione dei crocifissi nelle scuole pubbliche italiane venne disposta mediante circolare, con riferimento alla Legge Lanza del 1857, per la quale l’insegnamento della religione cattolica era fondamento e coronamento dell’istruzione cattolica ( quella era la religione di Stato). L’esposizione del crocifisso negli uffici pubblici è invece datata 11 novembre 1923 (con ordinanza ministeriale); mentre nelle aule giudiziarie, fu disposto con Circolare del Ministro Rocco il 29 maggio 1926 (siamo in piena era fascista). Ora siamo nel 2009 ! C'è stato nel frattempo un Concordato (Patti Lateranensi del 1929) e la sua Revisione nel 1984 e bisogna considerare inoltre che negli ultimi trent'anni sono avvenuti notevoli mutamenti della società con cui dobbiamo fare i conti. Già con la revisione del concordato del 1984, voluta da Craxi, la religione cattolica non è più l’unica religione di Stato da oltre vent’anni. Si è abbandonato il principio della religione cattolica come religione dello Stato, attenuando così la posizione di privilegio del passato riconosciuta alla religione cattolica e, nello stesso tempo, si è contribuito al rafforzamento dei principi costituzionali di libertà individuale e collettiva in materia religiosa
(art. 8- 18.-21della Costituzione Italiana). L’ora di religione cattolica nelle scuole pubbliche è facoltativa, anche se impartita da docenti che vengono stipendiati regolarmente dallo Stato Italiano, con i soldi anche di quei contribuenti che hanno un diverso orientamento religioso o non credono affatto. Ma passi! Il nuovo secolo ha portato nelle nostre aule milioni di bambini colorati da paesi lontani, bambini che sono italiani a tutti gli effetti, che mangiano la pastasciutta e che pregano un dio diverso dal nostro. Siamo stati messi difronte alla necessità di allargare il nostro orizzonte culturale e non guardare sempre e solo al nostro orticello; ma per molti ciò risulta ancora estremamente arduo ed inaccettabile. Le questioni legate ai problemi dell'integrazione hanno acceso in questi anni vivaci dibattiti che evidenziano come, ancora, facciamo fatica ad accettare queste presenze (a molti sgradite) e tutti i problemi ad esse legate. Il crocifisso nelle aule scolastiche, onestamente, non ha mai rappresentato un problema per nessuno, tant'è che la sua presenza nelle aule è, sì, gradita; ma mai imposta o controllata. So, per esperienza diretta, che tante aule sono sguarnite di crocifisso e nessuno se ne scamdalizza.
La recente sentenza dell'Alta Corte Europea che vieta l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche ci induce a fare alcune doverose considerazioni : se da un lato sancisce un diritto per i non credenti; mi pare che esageri quando afferma che il crocifisso "costituisce una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni”. Il pericolo vero è che questa del crocifisso diventi la crociata del terzo millennio e che il Simbolo della sofferenza e della pace sia costretto ad assistere all'ennesima Guerra Santa, combattuta da gente
in completa buona fede; ma anche da chi è aduso a trarre vantaggio da ogni cosa. "Meno croce e più vangelo" predicava don Milani che, per rispetto ai suoi studenti, riponeva il crocifisso nel cassetto quando insegnava a Calenzano.
Penso che per un cristiano-cristiano l'unico luogo dove deve stare il crocifisso è un non luogo, cioè la sua coscienza, come afferma anche don Aldo Antonelli in questa provocatoria riflessione che vi propongo intgralmente.
Buona vita!
maestrocastello



"Non nelle aule del tribunale, là dove spesso vengono condannati gli innocenti ed assolti i delinquenti; né sulle vette dei monti e delle colline, deturpate dalla bulimia vorace di impresari senza scrupoli e amministratori conniventi; e nemmeno nelle aule scolastiche, là dove spesso si ricicla una cultura intrisa di violenza e di soprusi. No! L’unico luogo in cui degnamente può stare una croce è un non luogo: è la coscienza del credente, là dove nascono e maturano quei comportamenti che fanno del cristiano, questo sì, il vero segno della di Lui presenza.
Lamentiamo e protestiamo contro quello che nei secoli è stato un vero e proprio trasloco abusivo da una testimonianza esistenziale interiore ad una invadenza superficiale esteriore. Una croce ridotta a simbolo culturale costituisce, per la sensibilità del credente, una profanazione di svuotamento; mentre per molti politici ed altrettanti ecclesiastici diventa moneta di scambio per il consolidamento delloro potere. Simbolo equivoco è diventata questa croce trasformata in spada, che invece di unire divide e che invece di proporsi si impone".

don Aldo Antonelli

giovedì 8 ottobre 2009

Crescere… crescere…. Crescere….




Mi è capitato ultimamente di ritornare nel luogo che mi ha visto, per oltre un trentennio, educare diverse generazioni di fanciulli e rivedere quelle classi gremite di uomini e donne in erba mi ha scatenato mille riflessioni che quando ero in piena attività non avevo proprio tempo di considerare. Guardo quei fanciulli di prima elementare e ripenso a quante classi di prima mi sono state affidate in tutti questi anni e a quante energie ho profuso per favorire, nel migliore dei modi, la loro crescita fisica, affettiva ed intellettuale. Quelle classi le ripenso come tanti vagoni di un treno che, magari faticosamente, sono poi tutte giunte, in successione, alla stazione centrale. Oggi mi capita di incontrare, di persona o magari sul web, quei fanciulli di una volta che sono divenuti padri e madri di famiglia, affermati professionisti o semplici operai ed il pensiero di aver contribuito a gettare le basi alle loro giovani vite, mentre mi riempie di orgoglio; mi fa sorgere il desiderio di porre loro certe domande come: cosa significa diventare grandi? Cosa li ha aiutati a crescere? Se pensano di essere arrivati, oppure manca ancora qualcosa alla loro crescita completa.
Certamente mi risponderebbero che diventare grandi significa affrontare la realtà in modo consapevole, responsabile ed autonomo. Significa anche perdere le illusioni nelle quali si erano cullati da piccoli… che il mondo non è tutto e sempre bello e roseo; ci sono le difficoltà e i momenti duri da affrontare e superare e sono proprio quelli che poi ti aiutano a “crescere”, a conoscere sempre meglio te stesso e la realtà che ti circonda. Che diventare grandi significa anche molte altre cose:
come mettere insieme un bagaglio di esperienze e conoscenze, attraverso l’impegno e la volontà, le gioie e i dolori, le soddisfazioni e le delusioni, le vittorie e le sconfitte. Significa acquisire quella capacità di essere indipendenti, di essere autonomi, di farsi delle opinioni, di operare delle scelte, di assumersi delle responsabilità; ma anche di porsi degli obiettivi che giustifichino le nostre azioni, stabilire dei valori sui quali fondare la nostra esistenza Mi direbbero anche che non esiste una singola esperienza che ci fa crescere, ci sono tante cose, tanti avvenimenti esteriori e non che hanno contribuito alla loro crescita: la famiglia, qualche amico giusto, un amore, dei dispiaceri, la nascita di un figlio che non ti fa dormire di notte, ma ti dà tanta felicità durante il giorno. Non nascondo che sarei lusingato se qualcuno menzionasse anche il maestro delle elementari come artefice della propria crescita, Sicuramente sarebbero tutti concordi che non si smette mai di crescere, con le sollecitazioni che danno le moderne tecnologie e con la vita media che si va allungando sempre più siamo tutti in fase di crescita permanente.
Cordialmente maestrocastello!

venerdì 25 settembre 2009

Le morti che commuovono una nazione e quelle che non fanno più notizia!



E’ trascorsa una settimana in cui si sono rincorse notizie luttuose provenienti dall’Afghanistan : sei nostri paracadutisti hanno trovato la morte in un attentato omicida-suicida ed altri tra civili e militari sono rimasti coinvolti tragicamente. Un senso di sgomento ha raggelato un paese come il nostro che non si ritiene in guerra, eppure continua ad inviare uomini in zone dove la guerra è viva. Ho provato un senso di pietà per queste giovani vite che, partite quasi tutte da zone del sud sempre in guerra per la sopravvivenza, si trovavano ad affrontare una guerra personale per assicurarsi un futuro diverso: comperare una casa, fare un matrimonio decente, assicurare il benessere ai propri figli. La cosa che mi ha dato più fastidio è stato il mare di retorica che ha inondato il nostro paese: la politica ha cavalcato la tigre dell’eroismo, temendo l’opinione pubblica contraria alla nostra presenza a Kabul ed il resto lo hanno fatto i mezzi di informazione, bravi nello spettacolizzare ad arte il dolore dei parenti. Senza voler minimizzare la gravità degli avvenimenti afghani, non sarà sfuggito ai più attenti che in questa stessa settimana ci sono state altrettante morti sul lavoro: due edili hanno perso la vita a Brescia e Olbia per cadute dall'alto. A Trento un operaio marocchino è rimasto decapitato dalla ruspa che stava manovrando. Le altre due vittime in una cartiera di Cagliari e su un cantiere della Salerno-Reggio Calabria e ben 16 lavoratori sono rimasti intossicati.
Gery Palazzotto asserisce che pure i soldati morti erano lavoratori (militari di professione) che avevano liberamente scelto di partecipare a quelle missioni ed erano consapevoli di dover correre dei rischi; infatti erano essi stessi armati.
Senza cadere anche noi nella facile retorica, penso che sia giusto ricordare tutte queste morti col dovuto rispetto: sia chi aveva accettato liberamente il rischio per conseguire un livello migliore di vita, sia chi questo rischio lo correva per l’incuria di datori di lavoro senza scrupoli; sia chi ha avuto l’unica colpa di essere passante, cittadino di questo stato incasinato dalla droga e dall’integralismo, sia esso donna, vecchio o bambino afgano e.... stiamoci attenti a fabbricarci facilmente degli eroi!
Cordialmente maestrocastello.

sabato 25 luglio 2009

Quanto sopporti il dolore?


























Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d'erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell'uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi,prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
(U.Saba)

[da Casa e campagna, 1909-1910]
In questa breve poesia Umberto Saba esprime in modo oggettivo la propria pessimistica concezione della vita che ricorda sia il pessimismo cosmico leopardiano sia il montaliano "male di vivere".
Lo spunto alla meditazione sul dolore e sul male è infatti offerto da una capra solitaria, colta in un momento di disagio ("sazia" sì, ma "legata" e "bagnata dalla pioggia"), alla quale il poeta si sente vicino perché accomunato ad essa, come a tutti gli altri esseri viventi, da un'identica ed eterna legge: il dolore. Perciò la risposta del poeta (dapprima scherzosa) a "quell'uguale belato" non sembra più ridicola o buffa (come al primo verso), ma profondamente seria e partecipe.
Nella strofa finale, dopo il progressivo allargamento d'orizzonte dall'animale all'umano, la dimensione del dolore si estende all'universale.
Il termine dolore (Pain), assume diversi significati, rispetto al sistema etico e al contesto storico-culturale in cui è inserito. Schopenauer scrisse che la psicologia dell’uomo oscilla continuamente tra due stati: la noia e il dolore. Quando non proviamo dolore ci annoiamo e per uscire dalla noia cerchiamo il dolore. Il dolore è tutto ciò che gli uomini conoscono… da’ senso alla loro esistenza. Li fa credere vivi (Il Dreamer). La canzone di Vasco Rossi “voglio una vita spericolata… voglio una vita piena di guai…” potrebbe ben essere l’inno di un’umanita’ che indulge nel dolore e che ha fatto della sofferenza una costante fisica e psicologica della propria vita. la dolorosità diventa per noi tutt’uno con l’esistenza, una costante naturale e, per assurdo, una presenza rassicurante della vita. Ci pensate quanto spazio occupi il dolore nella nostra vita? La gente non si sente mai al sicuro. Anche quando un uomo è ricco e, apparentemente, non ha nulla da temere, si sente dubbioso, in uno stato di continua precarietà e vive nella paura, nella incertezza, nel dolore...
Venendo al mondo la prima sensazione dell’essere umano è quella di soffocare, di venire sopraffatto. Partorito nel dolore, accolto dalle luci accecanti di una sala operatoria, dalle voci concitate dei medici e dalle grida della madre, sculacciato e sdraiato su una fredda superficie d’acciaio, il neonato incontra il dolore e la paura come prima impressione e da quel momento li seguirà come i suoi veri genitori.
“Tu uomo lavorerai col sudore della fronte e tu donna partorirai con dolore”; in effetti l’uomo e la donna sono accomunati da l termine travaglio che vuol dire lavoro in francese ed anche fatica e sofferenza. Provate a stare accanto ad una persona che prova dolore, senza poter apportare alcun aiuto, nessun sollievo. Hai voglia a dirle che capisci il suo dolore! Capisci un cazzo! Il dolore lo prova quell’altro e non è condivisibile o alleviabile a parole. E’ anche vero che certe persone hanno una soglia alta di sopportazione del dolore e non sembrano soffrire poi così tanto e certi altri si lamentano molto anche per un semplice graffietto. Secondo la visione cristiano cattolica il dolore viene considerato nella sua veste forse più positiva, assume non più il ruolo di ente negativo che affligge l’uomo ma diventa il mezzo usato dall’umanità per raggiungere e completare, all’interno del viaggio che è la vita, le sofferenze del Cristo, per riscattarsi dal mondo del peccato e raggiungere a pieno titolo la salvezza eterna .
Penso comunque che il dolore per quanto lo si voglia vedere in modo negativo, sia una specie di nodo al fazzoletto di ciascuno per ricordargli che può avere tutte le fortune di questo mondo, ma egli è sempre un uomo, uguale a tutti gli altri, in relazione al dolore.
Sinceramente mi ispira più fiducia una persona che è stata a stretto contatto col dolore, perché è più umana e può comprendere maggiormente i disagi degli altri.
Spero che questi pensieri siano solo spunti di sana riflessione e non rovinino questa estate già tanto infastidita dalla calura e dai troppi incendi estivi.
Buona vita!
maestrocastello

domenica 19 luglio 2009

Sei schiavo delle abitudini?



Perché ci formiamo delle abitudini?
Vi siete mai chiesto perché ci formiamo delle abitudini? In effetti le abitudini sono un bisogno dell’individuo di avere sicurezza. Esse richiedono poco dispendio di energie ed attenzione e ci danno l’illusione di avere sempre il controllo della situazione. Svegliarsi sempre alla solita ora, fare sempre lo stesso percorso per recarsi al lavoro, andare in villeggiatura sempre nel solito posto, pensarla sempre allo stesso modo sono automatismi che rendono la nostra vita più semplice; ma anche più prevedibile e limitata. Radicarsi in un’abitudine irrigidisce i propri schemi mentali, fa vivere sempre nel già conosciuto e già saputo e disabitua il cervello ad accogliere le novità. Quando la video scrittura, ad esempio, ha soppiantato la cara e vecchia macchina da scrivere; molti impiegati hanno preferito la via del pensionamento, piuttosto che cambiare le proprie abitudini di lavoro.
Capisco che non è facile non ricadere nell’abitudine, specialmente quando ci troviamo in situazioni di particolare stress. Ad esempio chi smette di fumare, spesso ricade nel vizio; perchè riprendendo la vecchia abitudine fa acquistare sicurezza e vincere il momentaneo stress accumulato.
L’abitudine crea l’illusione di rendere più facile la vita, ma in effetti la limita parecchio, non ti permette il gusto della scoperta, del nuovo. E’ come vedere ripetutamente lo stesso film di cui sai già tutte le battute a memoria. Vivere cento anni nell’abitudine è come aver inserito il pilota automatico alla propria vita. C’è un vecchietto qui al mare che vive nell’abitudine perenne e la sua giornata la sappiamo a memoria: sveglia alle sei e mezza, alle sette è in strada per aspettare il furgone del pesce, telegiornale alle sette e trenta, alle otto e mezza si incontra col solito amico per gettare la spazzatura ed acquistare il solito quotidiano, quando si avvia al mare sappiamo che si son fatte le nove e trenta, pranza all’una in punto ed è pronto per la siesta alle tredici e trenta fino alle sedici-sedici e trenta, ora in cui beve il caffè pomeridiano, appollaiato sul terrazzo e….. così per l’intera estate marinara.
“Nati non foste per viver come bruti, ma per servir virtute e conoscenza” sono i versi danteschi a giustificazione delle continue peregrinazioni di Ulisse che invece di intraprendere la strada più semplice per il ritorno in patria è spinto a sfidare l’ignoto, per sedare la propria sete di conoscenza. Ci pensate se Colombo si fosse accontentato di percorrere la riviera ligure da Genova ad Imperia, invece di sfidare le colonne d’Ercole che erano tabù per i marittimi dell’epoca?
Tutti siamo soggetti a nostre piccole abitudini e la cosa saggia è di riconoscerle ed individuare quelle che invece di facilitarci la vita, ce la complicano; impedendoci di fare ciò che vorremmo, riducendoci ad assumere sempre gli stessi atteggiamenti, a ripetere sempre le medesime azioni per tutta la vita. Quindi prendiamo la decisione di “romperle” queste abitudini, preparandoci un piano di lavoro in cui, ogni giorno, ci impegniamo a fare una cosa che di solito non facciamo, o a farla ogni giorno, in un modo diverso. Solo allora ci renderemo conto della libertà che lentamente acquisteremo. Consiglio sempre di fare delle nuove scelte, come quella di cambiare strada quando si va al lavoro, scegliere un nuovo ristorante quando si va a mangiare fuori, cambiare marca dei prodotti alimentari, andare in vacanza in un posto differente dell'anno precedente. Cambiare le tue abitudine ti aiuta in primis a maturare e a conoscere cose che prima ignoravi e a renderti una persona più completa.
Cordialmente, maestrocastello.

lunedì 6 luglio 2009

Il sesso degli angeli.



Si sa che i tabù sono difficili a morire e la storia ce lo insegna giorno dopo giorno. Il costume sessuale è un lato della nostra vita sociale che nei secoli è sempre stato tenuto sotto controllo da mille tabù ed ha caricato moltissime generazioni di gravi complessi di colpa. Qualche sera fa, seduti in giardino, ricevevo le confidenze di un amico, non ancora quarantenne, che mi raccontava delle disavventure di un suo giovane insegnante delle elementari che ricorda con piacere perché sapeva suscitare interesse negli alunni, ma che aveva avuto fastidi da parte del capo d’istituto e genitori della sua classe e fu costretto all’ abbandono dell’incarico di supplenza per aver osato impartire qualche lezione di educazione sessuale, senza il consenso di preside e genitori e stiamo parlando di appena una trentina di anni fa. Questa era la situazione che si viveva nelle scuole italiane fino a 20-30 anni fa.
Senza andare molto lontano e parlare un linguaggio che non ci apparterrebbe, ciascuno di noi che è compreso nella fascia dai quaranta ai sessanta si ricordi della propria educazione sessuale ricevuta. L’educazione sessuale che ricevevamo in famiglia era pari allo “zero assoluto”, complice anche il ruolo assunto dalla Chiesa che ha sempre connotato come peccaminoso ogni discorso relativo al sesso che non riguardasse strettamente la procreazione. E’ recente la polemica montata dalle dichiarazioni papali sull’inutilità del contraccettivo per eccellenza.
Da piccoli credevamo che i genitori, come gli angeli, non avessero sesso; salvo fare spiacevoli scoperte in casa che ti sconvolgevano la fanciullezza. A chi rivolgersi? Ai genitori no, al prete mai e poi mai, all’insegnante non era permesso; non rimaneva che la strada e quindi gli amici più grandi che avevano idee molto confuse sull’argomento. Intanto crescevi e la peluria sul tuo corpo era la prova che qualcosa non quadrava del tutto! Quando a mia madre cresceva il pancione, domande me ne ponevo parecchie; ma tutte rimanevano senza risposte. All’arrivo dell’ostetrica, mio padre diceva immancabilmente: “Andiamo che son cose di donne!” e… come dicono a Roma: ”Buona notte al secchio!”. Insomma ne sapevo quanto prima.
Da insegnante ho sempre trovato delle resistenze ad affrontare l’argomento sesso coi ragazzi: perché non mi sentivo preparato e perché non tutte le famiglie te lo avrebbero permesso. Pensate che fino al 1976 insegnavo in una scuola che non aveva ancora classi miste al suo interno: i ragazzi e le ragazze avevano l’insegnante del loro stesso sesso! Le cose si sono andate modificando successivamente e perché cambiavano i tempi e perché noi insegnanti acquistavamo maggiore esperienza e confidenza con le famiglie dei nostri alunni, cementando rapporti di stima e fiducia reciproca che ci permettevano di affrontare anche argomenti delicati come il sesso, in un’ottica di educazione globale della personalità dei loro figli.
Con le ultime classi è stato proprio uno spasso! Quello che qualche volta si imbarazzava, senza darlo a vedere, ero proprio io; mentre i ragazzi, dopo qualche iniziale sorrisetto, andavano spediti come un treno e lì mi accorgevo che i tempi erano decisamente cambiati.
Buona vita!
maestrocastello.

venerdì 26 giugno 2009

Gli uomini sono tutti uguali?




“E Dio disse….gli uomini sono tutti uguali davanti a me, alti e bassi, bianchi e neri, ricchi e poveri. Ma per i neri, piccoli e poveri sarà molto dura!” Questa battuta di Giobbe Covatta nasconde, in effetti, una profonda verità: che gli uomini storicamente non sono stati mai tutti uguali. Se pensate fino a pochi secoli fa la stessa Chiesa tollerava la schiavitù, anzi proprio sulle basi delle sacre scritture si affermava che c’erano uomini nati schiavi in quanto stavano scontando per volere di Dio il peccato dei propri avi, il saccheggio dell’Africa (la tratta dei negri) e lo sterminio degli Indiani d’America sono stati resi possibile proprio per questo supporto delle dottrine cristiane. Vi pare che il messaggio evangelico che gli uomini sono tutti fratelli, almeno nel mondo attuale, sia praticato o quantomeno praticabile? Purtroppo, storicamente, le risorse della Terra sono in mano di una minoranza di nazioni forti che difficilmente rinunceranno ai loro privilegi a discapito dei più deboli che sono la maggioranza. Nell’assemblea mondiale della sanità, ad esempio, si è faticato molto a convincere colossi quali gli USA a modificare l’attuale sistema di Ricerca e Sviluppo basato sul meccanismo dei brevetti e sugli alti prezzi dei farmaci, in favore delle popolazioni più povere del mondo che restavano così escluse dal sacrosanto diritto alla salute. Si contano sulle dita di una mano quegli Stati che hanno realmente azzerato il debito alle Nazioni più povere. All’interno dello stesso Stato italiano non si cerca forse di selezionare i cittadini in categorie, in base all’appartenenza geografica, al credo politico o religioso? Un povero Cristo ha il diritto di poter essere musulmano, comunista, omosessuale o meridionale senza essere guardato male da tutti? Tempi duri per i neri, piccoli e poveri e come diceva il buon Catalano in” quelli della notte” : è molto meglio essere bianchi, alti e ricchi! Meditate gente... Meditate!
Propongo due esempi di uguaglianza fra gli uomini: “Li pagliacci” di Trilussa” e la notissima “a livella” di Totò.
Buona vita!
maestrocastello.

Li pagliacci (Trilussa).

Guarda li burattini su la scena
co' che importanza pijeno la cosa:
guarda er gueriero ch'aría contegnosa.
come se sbatte bene, come mena!

Vince tutti! E', terribbile! Ma appena
la mano che lo móve se riposa,
l'eroe s'incanta e resta in una posa
che spesso te fa ride o te fa pena.

Lo stesso è l'omo. L'omo è un burattino
che fa la parte sua fino ar momento
ch'è mosso da la mano der destino;

ma ammalappena ch'er1 burattinaro
se stufa de tenello in movimento,
bona notte, Gesù, ché l'ojo è caro2!

Li burattini, doppo lavorato,
finischeno ammucchiati in un cantone,
tutti in un mazzo, senza fa' questione
sopra la parte ch'hanno recitato.

Cosi ritrovi er boja abbraccicato,
ar prete che je dà l'assoluzzione,
mentre l'eroe rimane a pennolone
vicino a li nemmichi ch'ha ammazzato.

è solo li ch'esiste un'uguaglianza
che t'avvicina er povero pupazzo
ar burattino che se dà importanza:

e, unito ner medesimo pensiero,
pare che puro er Re, framezzo ar mazzo,
diventi democratico davero!


1. Non appena il. 2. Finisce la commedia: dalla frase attríbuita ad
uno scaccino assai economo nell'atto di spegnere la lampada della chiesa.
3. Abbracciato. 4. Penzolone









venerdì 29 maggio 2009

Poliziotti panzoni, giudici corrotti e statali fannulloni! Ovvero: le esternazioni dei nostri ministri.







Da qualche tempo assistiamo ad esternazioni giornaliere di qualche membro del governo verso questa o quella categoria di cittadini. L’esempio più autorevole viene dal capo del governo o premier come ama farsi chiamare papy Silvio. Una volta era la Lega, la sola ad usare il paradosso e ci ridevamo tutti, dopo un attimo di sconcerto; invece adesso è un vezzo che appartiene a tutti. La Gelmini ha lungamente approfittato di questo subdolo mezzo per screditare la categoria degli insegnanti e operare discriminazione tra docenti delle diverse aree geografiche della nostra penisola ed aveva infatti farneticato di “corsi per gli insegnanti meridionali”, scordando che la sua insegnante di liceo era una terrona che l’ha preparata niente male. E Bossi:”Basta insegnanti terroni al nord. Federalismo anche nella scuola” Col “senno di poi” ci siamo accorti che stavano solo creando “ad arte” un clima di discredito sul mondo della scuola pubblica per operare i tagli sulle spese e partorire la riforma-farsa del maestro unico e taglio conseguente del “tempo pieno”. Le famiglie composte dai due genitori che lavorano, avvallando le accuse del ministro, non sapevano che già dal prossimo settembre dovranno “a pagamento” scegliere una scuola privata per i figli che permetterà la loro permanenza fuori casa. E mentre nel novembre scorso venivano tagliati di circa 8 miliardi di euro i fondi alla scuola pubblica, qualche settimana sono stati ripristinati 133 milioni alle scuole private (il 60% gestite dalla chiesa!), contro lo spirito della Costituzione che all’articolo 33 recita: "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato".
Comunque la palma del campione delle esternazioni appartiene a lui: Renato Brunetta. Quando chiama “statali fannulloni” lui afferma di non voler offendere, ma di voler risvegliare l’orgoglio e la coscienza dei lavoratori pubblici. La sua circolare sulle assenze nascondeva il suo vero obiettivo: nella finanziaria 400 milioni in meno per i contratti. La sensazione sempre più netta è che non si cerchi efficienza e professionalità, ma con questa aggressione, si gettino le basi per una privatizzazione selvaggia di servizi, al solo scopo di assicurare vantaggi a pochi, a spese della collettività. L’ultima “cazzata” l’ha sparata pochi giorni fa: “basta poliziotti panzoni! Vadano per le strade, non stiano dietro la scrivania”, dimenticando che i panzoni degli uffici proseguono il lavoro svolto dai colleghi per la strada che rischiano ogni giorno la vita per 1300 euro al mese. Spero proprio che Brunetta telefoni al 113 per chiedere aiuto e si senta rispondere "Ci dispiace, non possiamo intervenire, sa com'è, qui siamo tutti panzoni". Direi piuttosto: “Basta ministri idioti !“ . Credo che gente con un ruolo pubblico che ha ottenuto così tanti consensi debba attuare un programma di governo nel rispetto di tutte le categorie di cittadini, senza gettare fango su alcuni, usando l’arma subdola della generalizzazione e mettendogli contro l’opinione della gente. Quando sentiamo parlare di poliziotti panzoni, giudici corrotti e statali fannulloni, saremmo tentati di dire a nostra volta: "politici corrotti, nanerottoli, uomini senza fede che fingete per qualche voto percentuale, voltagabbana e così via"; ma siccome siamo gente seria noi, non le diciamo queste cose; le pensiamo solamente!
Cordialmente maestrocastello.

giovedì 28 maggio 2009

Lettera ad una velina



(Dal blog di Beppe Grillo).

Cara velina, aspirante velina, meteorina, letteronza,
non hai ancora un book? Non conosci Fede? Papi non ti ha parlato del tuo futuro alla Camera? Come ministro del Turismo o delle Pari Opportunità? Chi l'avrebbe detto che il tuo corpo, la tua bellezza ti avrebbero innalzato al vertice della Nazione? Dai calendari per camionisti ai banchi del Parlamento. Sei stata sdoganata. Moana Pozzi oggi sarebbe ministro della Difesa e Cicciolina presidente della Repubblica. Il futuro ti aspetta. Il tuo seno si gonfierà insieme alle tue labbra, respingenti e canotto. E' un trend positivo. I richiami sessuali valgono più di una laurea in ingegneria. Vanno valorizzati, sono il passaporto per la tua carriera.
I tuoi genitori, per fortuna, non sono più quelli di una volta. Se possono ti danno una mano. Ti aiutano. Ti presentano alle persone giuste, ti introducono. Ti accompagnano, se minorenne, da signori autorevoli. Un po' avanti con gli anni. Vengono con te solo la prima volta per conoscerli e ringraziarli della tua apparizione a culo scoperto in televisione. Le volte successive si fidano. Viagra, Cialis e iniezioni di papaverina sul prepuzio fanno miracoli anche per gli over 70.
In Parlamento, o meglio nel Califfato, troverai altre come te insieme a eunuchi e papponi. Sarà una dura competizione, come in tutti gli harem che si rispettano. Se conserverai la tua carica sarà a caro prezzo. Rimanere la favorita è un continuo lavoro di relazioni, anche intime. A Roma, postribolo politico del mondo, ci sono mille opportunità. Se i posti da ministro e da deputato sono occupati, potrai diventare segretaria particolare, accompagnatrice, portavoce.
Ieri, le veline si chiamavano in un altro modo. Il più gentile era "donnina allegra". Oggi il sesso è un dono, una preziosa opportunità. Le televisioni sono il primo sponsor del sesso e del corpo femminile. Puttana non si potrà più dire, sarà considerato un'offesa alle operatrici del settore. Non avrà più senso, cosa vuol dire, infatti, oggi la parola puttana? Nulla. E cosa vuol dire, ancora, la parola donna?"
Beppe Grillo

Mi pare che dal tempo delle lotte femministe ad oggi ci sia stata una involuzione nell'universo femminile. Negli anni sessanta si gridava: "l'utero è mio e me lo gestisco io" e veniva bandito l'uso del corpo femminile per concorsi di bellezza e ruoli secondari di "vallette" a cui si volevano relegare certe bellezze nostrane; ora il corpo delle donne è divenuto una vera e propria arma e chi non ha le misure giuste se le corregge per poter sfruttare meglio questo mezzo potente di seduzione . Una volta ridevamo del ruolo della grande Anna Magnani in "Bellissima" che spingeva la figlioletta al successo; cosa fanno oggi quelle mamme al seguito delle aspiranti Miss Italia? Penso che farebbero cose che non si pssono raccontare per lanciare le loro figliole al successo. La donna purtroppo ha un handicap anche dal punto di vista lessicale: la stessa parola al maschile singolare ha un certo significato; mentre se trasformata al femminile cambia totalmente. Non ci credete? Facciamo una prova. (maestrocastello).

(sempre dal blog di Beppe Grillo)

Cortigiano: gentiluomo di corte
Cortigiana: mignotta

Massaggiatore: chi per professione pratica massaggi, kinesiterapista
Massaggiatrice: mignotta


Il cubista: artista seguace del cubismo
La cubista: mignotta


Uomo disponibile: tipo gentile e premuroso
Donna disponibile: mignotta


Segretario particolare: portaborse
Segretaria particolare: mignotta


Uomo di strada: uomo duro
Donna di strada: mignotta


Passeggiatore: chi passeggia, chi ama camminare
Passeggiatrice: mignotta


Mondano: chi fa vita di società
Mondana: mignotta


Uomo facile: con cui è facile vivere
Donna facile: mignotta


Zoccolo: calzatura in cui la suola è costituita da un unico pezzo di legno
Zoccola: mignotta


Peripatetico: seguace delle dottrine di Aristotele
Peripatetica: mignotta


Omaccio: uomo dal fisico robusto e dall'aspetto minaccioso
Donnaccia: mignotta


Un professionista: uno che conosce bene il suo lavoro
Una professionista: mignotta


Uomo pubblico: personaggio famoso, in vista
Donna pubblica: mignotta


Intrattenitore: uomo socievole, che tiene la scena, affabulatore
Intrattenitrice: mignotta


Adescatore: uno che coglie al volo persone e situazioni
Adescatrice: mignotta


Uomo senza morale: tipo dissoluto, asociale, spregiudicato
Donna senza morale: mignotta


Uomo molto sportivo: che pratica numerosi sport
Donna molto sportiva: mignotta


Uomo d'alto bordo: tipo che possiede uno scafo d'altura
Donna d'alto bordo: mignotta (di lusso, però)

Tenutario: proprietario terriero con una tenuta in campagna
Tenutaria: mignotta (che ha fatto carriera)

e... si potrebbe continuare.

martedì 12 maggio 2009

“Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo” /Gandhi)

















Il clima di intolleranza nei confronti dei clandestini si sta facendo sempre più rovente proprio in queste settimane che precedono le votazioni per il parlamento europeo, sull’onda del successo delle politiche di appena un anno fa, quando si puntò tutta la campagna elettorale sulla carta sicurezza e fu vincente. La situazione però non sembra cambiata di molto: le violenze continuano ad accadere come e più di prima e le uniche novità sono rappresentate dall’istituzione delle ronde della giustizia fai-da-te e dalla finanziaria che sottrae fondi proprio alle forze dell’ordine. Ora ci risiamo di nuovo, la gente vuole fumo ed ora è la volta della guerra aperta al clandestino. Ecco pronte le norme sicurezza che stanno per essere varate nei prossimi giorni col solito sistema del voto di fiducia che garantisce sì il risultato sicuro, ma mortifica la democrazia parlamentare. Tutto questo, si dice, è per rispondere in modo tempestivo e credibile alla pressante richiesta di «sicurezza» che viene dalla maggioranza della popolazione. E' incredibile che un Paese come il nostro, avvezzo ad ogni forma di mafia nostrana; improvvisamente perda il sonno per la paura del clandestino nordafricano che si dà per scontato che viene per delinquere!
Girano anche sui siti esteri le polemiche scoppiate sul no di Silvio Berlusconi a un'Italia multietnica. «Berlusconi sotto tiro per le affermazioni anti-immigrazione», titola il Times Online. E' un tiro incrociato perché le bordate arrivano sia dalla Chiesa cattolica sia dalla sinistra.Scrive il corrispondente del quotidiano britannico Richard Owen: «L'Italia stessa era un Paese di emigrati, ma ora si considera in prima linea nell'assalto dei poveri e spesso disperati africani, asiatici e degli altri migranti che cercano di entrare in Europa». John Hooper ricorda che gli immigrati in Italia sono il 7% della popolazione e qualcuno afferma che, senza immigrati, il sistema produttivo italiano avrebbe serie carenze. L’indignazione e la condanna della comunità internazionale e della Chiesa sono piuttosto uno sprone per una compagine politica che mostra i muscoli sull’onda dell’emotività nazional popolare, in barba ai principi del diritto nazionale, comunitario ed internazionale. Principi basilari come la non discriminazione in base all’appartenenza etnica e religiosa diventano secondari di fronte alla percezione di una emergenza che, anche se fosse vera, non dovrebbe mai perdere di vista le garanzie essenziali della convivenza civile e il diritto internazionale di asilo politico. Intanto ti scaccio e poi verifico se hai un tale diritto! Appena qualche mese fa questi stessi politicanti erano i paladini del diritto alla vita ad ogni costo contro un padre che desiderava alleviare le sofferenze di sua figlia Eluana ed ora fanno squadra contro quattro disperati che gradirebbero per sè quello stesso diritto . La Chiesa ha tante voci; si sentono molto più forti quelle che gridano contro l'aborto, l'eutanasia e la ricerca scientifica; meno forti ma presenti quelle che parlano di integrazione, fraternità, pace e dialogo. Viene da chiederci che fine abbiano fatto per questi credenti della domenica gli insegnamenti del Vangelo. Può essere che nel giorno del giudizio verrà chiesto loro: ” quando ero povero, clandestino, indesiderato su un barcone di disperati, tu dov'eri? perché non mi hai aiutato, difeso?”
Sono sicuro che i clandestini sono davvero nel cuore della Chiesa come asseriva nel 1965 Paolo VI per rom e sinti e non questi politici che propongono nel terzo millennio carrozze della metropolitana riservate agli stranieri, convinti che si debba difendere la nostra identità di popolo fomentando il ritorno alla barbarie.
Cordialmente maestrocastello

giovedì 7 maggio 2009

L'anziano è un cittadino scomodo?


Da qualche settimana Rita Levi Montalcini ha festeggiato un secolo di vita, ricevendo da ogni parte attestati di stima veri e presunti. La cosa fa sorridere se pensiamo che appena due anni addietro l’ex ministro Storace ironizzava sull'età della senatrice, suggerendo di fornirla di un paio di stampelle. L’osservazione di cattivo gusto sarà stata dettata certamente da ragioni politiche, ma offre lo spunto a più di una riflessione. Stiamo parlando di un premio Nobel, una persona di scienza, una senatrice della Repubblica Italiana, una donna simbolo per le altre donne; eppure, diciamoci la verità, quanti di noi non l’hanno spesso guardata come chi è arrivata all’ultima stazione, ma si è scordata di scendere o come una moneta fuori corso, come una banconota da "mille lire" che abbiamo riposto in un cassetto solo per mostrarla agli amici. Penso a tutti gli altri anziani senza notorietà ed al rispetto che abbiamo per loro. Li vedo nelle case di cura, negli ospizi o in squallidi appartamenti; accomunati da un destino comune, tinto di abbandono e tanta solitudine. Qualcuno ha detto che non c'è posto per l'anziano sotto i grattacieli; eppure credo che essi siano fonte di pensieri e di verità e chi è chiamato a vederli, a visitarli, a parlarci e a servirli debba fare un rifornimento giornaliero di questi tesori. Il rispetto per l’anziano è un valore che si sta via via perdendo. Ancora rammento una lettura delle elementari che parlava di un vecchio che viveva in casa del figlio sposato e veniva continuamente maltrattato da sua nuora. Un giorno che erano tutti a tavola, l’anziano signore a cui tremavano le mani fa cadere la scodella colma di minestra; provocando le ire della giovane nuora. Il figlio di questa che nutriva affetto sincero per il nonno si china a raccogliere i cocci sparsi per terra, al che suo padre gli chiede cosa stesse facendo. Il bimbo gli risponde con schiettezza: “Raccolgo i pezzetti e poi li riappiccico insieme, così farò mangiare voi quando sarete vecchi!”. Dio non fa come noi: rispetta l'anziano, perché davanti a lui conta più l'essere dell'avere. Non siamo di fronte a un rudere, siamo vicini a qualcuno che ama, che piange, che prega, che ricorda, che spera.
Non è vero che non possiamo fare più nulla con lui, anche se è triste riconoscere le devastazioni degli anni sulla sua persona. Noi possiamo esser contagiati dal nostro mondo che esalta l'efficienza e, dimenticando, butta ciò che non conta più, ciò che è vecchio e superato. E' impressionante constatare che nelle case di riposo o nelle visite possiamo fare il callo ai suoi mali. Anche se è privato di alcuni doni esteriori, anche se smemora, anche se non produce più, anche se non ha più potere e se ne resta muto in un angolo con gli occhi spenti, la barba non rasata, gli abiti laceri, abbandonato dai figli: è sempre un uomo, una persona umana. L'anziano merita rispetto, ha diritto alla sua dignità, vale più di una banca; anche se deve vivere con la pensione sociale. Un giorno, col suo lavoro manteneva una famiglia intera, oggi deve ricevere dagli altri, sopporta l'umiliazione di dover dipendere. Per questo merita più rispetto: ha bisogno di te!
Il suo non è tanto un bisogno materiale come di rassettargli il letto o curare i suoi mobili, quanto avere un momento per ascoltarlo, rispondergli con un sorriso, fargli una promessa di ritorno; insomma regalargli una speranza anche per il domani che lo faccia riposare sereno.
Ha rispetto per l’anziano chi non ha fretta, chi non si scoccia di ascoltare le solite storie, chi si ricorda delle sue feste, chi sa mantenere un suo segreto o una confidenza, chi si rivolge a lui sempre col sorriso e col titolo che gli apparteneva un tempo, chi gli fa capire che si ha ancora bisogno di lui. Ogni tanto specchiamoci in lui e pensiamo a come saremo anche noi domani.
Cordialmente maestrocastello!

domenica 3 maggio 2009

Non insegnate ai bambini di G.Gaber


Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.

Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.

Giro giro tondo cambia il mondo.

Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l'unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.

Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un'antica speranza.

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore il resto è niente.

Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo


"Non insegnate ai bambini" è il più degno commiato immaginabile per un artista come Gaber che pone l'individuo al centro del proprio discorso e perciò conserva come ultimo auspicio l'idea di un uomo nuovo, non condizionato dal passato, figlio della Storia ma scevro dei gravami e delle lacerazioni che essa comporta. L’errore che facilmente commette chi educa è trasmettere le proprie verità che sono poi il suo vestito di noia e di tristezza quotidiano. Il bravo educatore invece lascia che gli allievi imparino direttamente dalla realtà ed insegna invece loro ad usare la scuola come luogo di sperimentazione ed osservazione della realtà per capirla, manipolarla, oggettivarla, migliorala ed anche distruggerla, se è il caso. Non trasmettete ai figli, agli alunni i vostri sogni, ma lasciate che se ne costruiscano dei loro. Non pensate di riempirgli la testa dei vostri saggi pensieri, nell'attesa che ne abbiano dei propri; li avrete sottovalutati, annoiati e delusi. Ricordo di una volta che parlavo ai miei alunni di un argomento che ritenevo importante e accorgendomi che Lorenzo da un pezzo era impegnato in lunghi sbadigli, gli chiesi come mai lui non fosse interessato. Apertamente mi disse: “tu parli troppo!”. Evidentemente non si sentiva il protagonista di quella lezione e lo sbadiglio era una richiesta di coinvolgimento. Il mio professore di liceo si affannava ad inculcarmi la sua visione della politica, mentre io covavo altri percorsi. “Non divulgate illusioni sociali/ non gli riempite il futuro di vecchi ideali” dice Gaber; già ne faremmo nuovi scontenti, i figli delle nostre ideologie malate. Lasciamoli sbagliare da soli. Stiamogli invece sempre vicino e diamo fiducia all’amore “il resto è – davvero- niente”.
cordialmente maestrocastello

giovedì 23 aprile 2009

La città dell'Aquila com'era prima.

Questo carosello di foto della città dell' Aquila vuole essere un omaggio a questa terra ed a questa gente ferita dal sisma. Penso che le immagini riescano a dire molto più di qualsiasi parola. Quanti capolavori perduti! L'abruzzese è persona caparbia e come tale saprà al più presto risollevarsi; naturalmente con il nostro aiuto sarà tutto più facile. Forza abruzzesi! (le foto sono prese da internet)
cordialmente maestrocastello.



martedì 21 aprile 2009

Che venticinque aprile sarà?


Da un po’ di tempo c’è il desiderio da più parti di riscrivere la storia, naturalmente ciascuno lo farebbe a modo proprio. La nostra Repubblica ha appena i capelli bianchi e non si smette di recriminare sul passato. Repubblica di Salò, prima repubblica, seconda repubblica; ma quando diventeremo veramente una repubblica, o meglio, un vero popolo? La storia è già tutta scritta da un bel pezzo, ma in noi permane l’antico vizio italico: la polemica gratuita. Prendete questo venticinque aprile, sembra una lotta all’arrembaggio, un mercatino delle idee dove ciascuno monta un banchetto per vendere solo le proprie ragioni. Ma quali sono i motivi che impediscono al 25 aprile di diventare una festa di tutti gli italiani?
La Resistenza nacque dall’impegno comune delle ricostituite forze armate del Regno del Sud, di liberi individui, partiti e movimenti che, dopo l’8 settembre del ’43, si opposero all’occupazione nazista dell’Italia e alla Repubblica Sociale Italiana, fondata da Benito Mussolini sul territorio controllato dalle truppe naziste. Il movimento fu caratterizzato dall’impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici). La logica vorrebbe vedere tutte queste forze parimenti coinvolte nella celebrazione di un avvenimento che riguarda tutti e che ha restituito dignità all'intero popolo italiano, senza distinzioni di colore e invece la situazione è un tantino ingarbugliata. Le forze di governo accusano la sinistra di aver monopolizzato politicamente la Resistenza e al loro interno si va dall’aperta ostilità dei pos-fascisti, al pacato interesse di chi aspira al 50% dei voti degli italiani e mostra qualche interesse per l’avvenimento; mentre c’è anche chi non aspetta altro che passi presto questo giorno e si vada già al 26 di aprile, perché non gliene frega niente. I motivi che hanno impedito al 25 aprile di diventare la festa di tutti gli italiani sono molteplici e non a caso negli ultimi decenni si è andati alla riscoperta delle varie resistenze: la resistenza dei soldati italiani prigionieri nei campi di prigionia, il contributo delle popolazioni cattoliche, la riscoperta di eroi partigiani estranei al comunismo ed ai soprusi commessi dagli stessi partigiani. Tutte queste polemiche proprio in un momento di crisi economica e morale, in pieno clima terremoto che ci ha appena visti far quadrato intorno ai fratelli dell’Abruzzo; ma si sa, siamo alla vigilia di elezioni e non possono non approfittare di gettar discredito sull'avversario di turno: tutti contro tutti: troppo spesso è in questo modo che si fa campagna elettorale. Così il 25 aprile alcuni saranno coi soldati e non coi partigiani, chi a ricordare partigiani liberali, chi festeggerà solo il santo del giorno, chi andra nei cimiteri americani per ricordare gli Alleati, chi ricorderà solo gli eroi dimenticati e chi andrà semplicemente al mare.
Spero che Silvio Berlusconi partecipi davvero alla ricorrenza senza essere fischiato e che, una volta tanto, domini il buon senso. Spero che ciascuno partecipi con spirito pacifico,che onori il sacrificio delle tante vittime che sono morti per darci dignità e, almeno per un giorno , si metta il bavaglio a tutte le polemiche.
cordialnente maestrocastello.