martedì 25 agosto 2009

Cervelli in vacanza.



Siamo sulla spiaggia, sono le dieci del mattino di un giorno di mezz’agosto e, fra un passaggio di un marocchino e l’altro, siamo divenuti un nutrito gruppetto a “sparar cazzate”. “ Pensa che oggi le previsioni davano 41 gradi su Roma!”, “ Hai sentito che, qui vicino, tre romani hanno violentato una tredicenne!”, “ Metterei la castrazione chimica per certe persone”. “Ieri sera siamo stati a mangiar a “tutto pesce”: abbiamo mangiato da Dio e speso una stronzata!”, “Lallero, trovami un posto dove si mangia bene e si spende poco. Tutto surgelato, naturalmente!”. “Pensa che ho letto che Briatore e la Gregoraci sono in vacanza ed hanno speso solo per dormire tredicimila euro a notte!, “e chi se ne frega non ce lo metti?”. “Se passa Manuele “el pesciarolo”, chiamateme! che stasera me voglio fa no spaghetto con le vongole! E’ tanto tempo. Ciò na voglia!”. “Che pizza,”Cento vetrine” lo smettono oggi e riprenderà solo il venticinque d’agosto!” “ Tanto so tutte stronzate! Tutti vanno a letto con tutti. Ormai copiano tutto dagli americani: Pensa che su Beatyful madre e figlia si litigano uno stesso uomo… e poi tutte quelle labbra rifatte che sembrano canotti!”. “No, io, forse, mi farei ritoccare solo il seno; ma solo un pochino per mettere certi vestiti”. “Hai sentito a quanto è arrivato il superenalotto?” “ A cento milioni di euro!”; “ma chè, quasi a centoquaranta!” “ Se vinco, un milione a testa vanno a voi che sete l’amiche mie!” “Che caruccia!; ma hai giocato la schedina?” “No, ma sabato la gioco!” “ Allora campa cavallo!”. “Hai visto che brillocchi che regalava Berlusconi alle ragazze?” “ Dei regali ce credo; ma che andasse con tutte quelle donne?, ahò è un uomo di settantatre anni, con problemi cardiaci, con un po’ di diabete”,” Se chiamano escort e no mignotte!” . “Ma lo avete visto come è bianco in faccia, tutto tirato? Vabbè che gli uomini nani hanno altre risorse! Prendi Brunetta… è alto “un cazzo e mezzo”, ma è tutta testa! Siii “una testa di rapa!”. Se ci sentissero questi uomini politici che sparliamo di così tanto di loro!”. “E’ meglio parlà de cazzate, che tanto de cose serie ne parlamo tutti i santi giorni”. “Mi marito sempre co quel diavolo de pallone e io che devo da fa? Me vedo le cazzate che danno in televione: Maria coi trornisti, Sposini tutti i pomeriggi, La ruota de la fortuna prima del telegiornale e poi se c’è l’isola dei famosi o la casa del grande fratello; me moro de sapè chi è stato nominato!” “Io ciandrei a una di queste trasmissioni, me farei un po’ de sordi e potrei conoscere qualche bonazzo!” “Sì, mo vengono co te!” “ Nun se po mai sapè, per favore! Guardare l’articolo!”. “ Articolo, piuttosto che ora abbiamo fatto? Mi marito a na certa cià fame e se torno tardi, me da l’articolo e pure l’aggettivo possessivo!” “Vorrei pe na vorta sparì, nun dovè pensà a la casa, a preparà da mangià, lavà, stirà e mette a posto. Fare insomma come quelle due di quel film che hanno piantato ” baracca e burattini” e so partite!” “ A Partire! , andiamo che s’è fatta l’una passata e mi marito se ncazza!”. “Ciao, a domani!” “A domani!”. E restano le altre a sparar altre cazzate di giornata.
Buona vita !
Maestrocastello.

lunedì 17 agosto 2009

Quanto mi manca la televisione!



Da alcuni mesi a Roma occorre installare un decoder digitale terrestre per captare “Rai 2” e “Rete quattro” e mi accorgo che quasi nessuno si è preoccupato più di tanto di procurarsi questo aggeggio micidiale che avevano tanto reclamizzato anche a livello governativo e incentivato per gli abbonati Rai, pur di dotare ogni telespettatore di un mezzo in grado di ricevere programmi a pagamento, visibili tramite la solita tesserina ricaricabile. Guarda caso, le aziende interessate erano Rai e Mediaste che erano ben rappresentate dal capo del governo in carica di allora e purtroppo anche di adesso che sto scrivendo sia come presidente Mediaset sia come rappresentante governativo del servizio pubblico. La loro intenzione era di mettere a disposizione degli italiani tecnologie all’avanguardia. Siamo noi che, come al solito, non ci abbiamo capito nulla! Una cosa però l’abbiamo capita benissimo: che il beato Silvio, tramite l'allora ministro delle telecomunicazioni si stava facendo i”cazzi suoi” col contributo dello Stato! Ma, bando alle ciance ed anche alle insinuazioni, un dato è certo: da maggio rete quattro ed il secondo canale della Rai hanno perso spettatori di brutto sia nel Lazio che nel resto d’Italia. Personalmente sono molto contento, in quanto penso che la televisione così come viene fatta oggi sia una cattiva educatrice. Pensate che dalla fine di maggio viviamo di continue repliche: il meglio del meglio, cioè del peggio. Ma il meglio di che? Delle cazzate che ci hanno propinato per un anno intero! Il motivo? I vari Cucuzza, Sposini, De Filippi, Simona Ventura, e Barbara D’Urso se la stanno spassando in qualche isola sperduta per ricaricarsi e “romperci le palle” per un altro anno intero ed intanto mandano le repliche delle loro idiozie passate. Dal mese di giugno mi trovo nella casetta del mare e vuoi perché a sera siamo molto stanchi della vita di mare o perché ci attardiamo a far quattro chiacchiere in compagnia di amici, della televisione non abbiamo alcun bisogno e stiamo di un bene che non vi dico!
Mi intristisco al pensiero che fra appena qualche settimana ricominceranno le “domeniche sportive”, le “isole dei famosi”, le “domeniche in”, le” c’è posta per te”, e la politica con “Porta a porta”, Ballarò”, “ Studio aperto”, “Striscia la notizia” e tutte le altre demenziali strisce di telegiornali che trasmettono di sciagure, di stupri, di retate, di deficit dello Stato, proprio nel momento che ti accingi a mangiare un boccone, a te che ancora stai pagando sullo stipendio le ritenute comunali e regionali fino a novembre prossimo e per il prossimo autunno ti aspetta una finanziaria che ogni volta è come giocare “al cetriolo e l’ortolano”; naturalmente tu fai sempre la parte dell’ortolano.
La televisione farà pure compagnia a tanta gente sola, ma se mi chiedessero: cosa vorresti abolire delle invenzioni dell’ultimo millennio? Risponderei tranquillamente: la televisione!
Buona vita!
maestrocastello.

mercoledì 12 agosto 2009

Carlo Acciari, uno dei cento pittori di via Margutta.



Una decina di anni fa conobbi questo bizzarro personaggio che è Carletto Acciari. Lo conobbi nella casa al mare di amici comuni che poi sarebbe divenuta la mia. Egli abita in una casa accanto alla mia e di conseguenza ora è divenuto anche un po’ amico mio. Mi fu presentato come pittore autodidatta, ma la caratteristica che lo contraddistingue maggiormente è la sua umanità, la loquacità forbita, colorita e pittoresca.
Questo simpatico ottantenne, asciutto nel fisico, capello lungo e volutamente trascurato da artista, è sempre in movimento. La sua parlantina l’ha sicuramente aiutato nell’attività esercitata per una vita come ambulante di casalinghi in mercati canonici quali Porta Portese a Roma o nelle piazze dei paesi dei Castelli Romani. Ormai ha smesso da anni e seguita a far ordine nel suo magazzino di oggetti del passato. Spesso mi fa dono di qualche chiccheria dei tempi andati: ora una radiolina anni cinquanta, un porta bon bon di porcellana, un sottopiatto che ha gli anni del cucù. Come tutte le persone dotate di esperienza è un archivio storico vivente e possiede capacità narrative non comuni che condisce con divagazioni divertenti su qualche gustoso trucco del mestiere che spesso gli procurava dei guadagni insperati. Insomma fare quattro chiacchiere con Carlo è un passatempo assicurato. Purtroppo qualche acciacco e la fresca perdita di un figlio gli hanno inferto colpi pesanti che metterebbero alle corde anche il più esperto dei pugili; ma se lo peschi nel giorno che è in vena, vi assicuro ch’è ancora uno spasso.
Carlo Acciari ha da sempre la passione della pittura, abita alla Garbatella, famoso quartiere popolare romano e possiede uno studio artistico accanto alla sua abitazione, dove crea e riceve persone comuni ed anche personaggi in vista nel campo sociale ed artistico della capitale. La sua specialità sono i cavalli e non nego che è anche il tema pittorico che più mi affascina. Negli ultimi tempi ho preso a parlare di pittura con lui e sono rimasto affascinato per la facilità di spiegarti le varie correnti pittoriche in modo elementare, le peculiarità di certi grandi artisti, di ciò che lui stesso cerca ed intende per pittura. Così ci siamo ripromessi di farci una chiacchierata-intervista sulla sua esperienza di pittore, sul suo modo personale di intendere la pittura e spero di poter raccontare anche le varie fasi di produzione di una sua opera. Ricordate Carlo Acciari appartenente al gruppo dei “Cento pittori di via Margutta” della scuola romana.
Buona vita! Maestrocastello.

mercoledì 5 agosto 2009

Il costume, che tortura!




17 luglio Il costume, che tortura!



La spiaggia è luogo quasi sacro dove il corpo femminile, come in un cerimoniale religioso, trova casa e si esalta.
Non importa se il corpo in questione è tale da suscitare sempre ammirazione; è comunque un corpo che ha saputo coraggiosamente scrollarsi di dosso i retaggi del passato. La donna più dell’uomo è capace di tale operazione, forse perché più capace di vivere la propria nudità; a prescindere dalla forma del proprio corpo e dall’età; anche se, a differenza dell’uomo, avrebbe più diritto di mostrare o necessità di dover nascondere!
Sulla nostra spiaggia convivono tranquillamente corpi statuari accanto ad altri passabili a malapena; in tutti comunque c’è totale assenza di tabù che lo stesso Freud faticherebbe a trovar lavoro con questa clientela.
L’occhio maschile intanto indaga e giudica severo; ma non si da pena di pensare a quanti, troppi sacrifici hanno patito le poverine per non mancare l’appuntamento con la tintarella estiva! Mesi di dieta stretta, solo per poter sfilare su questa assolata passerella e sedute di massaggi per il perfezionamento, cerette dolorose e l’accurata scelta del costume più adatto!
C’è anche chi questa pena non se l’è proprio data e ostenta la propria ciccia con sportività; tanto il sole abbronza belli e brutti!
Anche se sembrano le più distratte, la cura maggiore se la danno proprio le giovani fanciulle che sfilano come le bamboline che vedi nelle vetrine illuminate; sempre pronte a catturare l’attenzione di qualche bel tenebroso, per dare un senso alla loro vacanza isolana.
Il mare intanto osserva giulivo e accoglie nel suo grembo tutti ed ora non sputa più onde troppo energiche che prima molestavano i bagnanti più distratti!
Buone vacanze e buona vita!
maestrocastello.

domenica 2 agosto 2009

Il "terzo tempo".



C’era una canzone di successo alla fine degli anni ’60, intitolata “Bisogna saper perdere”che cantava il gruppo “The Rokes”. Al culmine dell’afflato lirico, versi indimenticabili recitavano: io non ti vorrei vedere piangere così/ non è mia la colpa se non vuole dirti sì/ Bisogna saper perdere/ Bisogna saper perdere/ Non sempre si può vincere/ Ogni volta che tu vuoi.
Questi versi racchiudono un insegnamento prezioso : la vita è fatta di vittorie ed anche di tante sconfitte e bisogna imparare ad accettarle entrambe col giusto spirito. E' importante insegnare a saper perdere senza sentirsi dei "perdenti" e a saper vincere senza montarsi la testa o caricarsi di aggressività negativa.
Saper perdere e saper vincere é una capacità propria dei vincenti! Nella nostra società supercompetitiva l'agonismo per la conquista del primo posto è di casa. Nel campo dello sport poi assistiamo al fenomeno della sua esasperazione. E' metodo di vita, valore assoluto. Puntiamo il nostro sguardo sulla competizione nel suo aspetto positivo. E' un fatto estremamente costruttivo l'agonismo che mette in luce le migliori qualità della persona. Nel corso degli anni come educatore ho faticato sempre molto a far acquisire ai miei ragazzi l’atteggiamento giusto verso le vittorie e soprattutto le sconfitte. Non è facile far capire che il vincitore non deve irridere lo sconfitto e che perdere una partita non è poi la fine del mondo! Chi insulta i compagni propri o della squadra avversaria anche se innalza con la destra una coppa, resta comunque un perdente. Capivo solamente che tutta l’aggressività che i ragazzi si portavano addosso partiva da molto lontano, dagli insegnamenti fasulli della famiglia, dalla televisione che propone sempre e solo modelli vincenti. La vittoria vista come traguardo irrinunciabile favorisce il fanatismo, la variabilità di umore,l'aggressività, l'intolleranza delle frustrazioni, il malanimo, la divisione nel gruppo. Aumenta l'insicurezza, la paura, la tensione e l'ansia. Per diventare grandi bisogna saper perdere fin da piccoli. Dal Regno Unito è partita una nuova rivoluzione pedagogica: basta con la competizione e il mito della vittoria. Meglio imparare a gestire l’insuccesso, magari con corsi per adulti e per
bambini. Anche in Italia ci si sta attrezzando. Perdendo si impara. Sono in molti a pensare che l’agonismo sfrenato debba lasciare il posto alla condivisione e il mito della vittoria al piacere dell’impegno, fin da piccoli. Le delusioni aiutano a crescere e ci spronano la prossima volta a fare meglio. I ragazzi che non prevedono nel loro percorso anche qualche insuccesso, cresceranno male e saranno a rischio di combinare qualcuna di quelle cazzate che leggiamo sui giornali: “ quindicenne si butta dalla finestra per un brutto voto a scuola”. I ricordi più belli legati agli anni di sport di mio figlio : alla fine di ogni partita di basket, vedevi questi ragazzini darsi sempre la mano ad ogni fine partita, sia che avevano vinto che erano usciti sconfitti. E cantavano sempre, o per gioia o per rabbia o per prendersi in giro da soli: si divertivano e basta! E che dire poi del “terzo tempo” del rugby? Alla fine di ogni partita che dura due tempi, vincitori e vinti si intrattengono a mangiare gustosi piatti preparati dai padroni di casa, a base di pastasciutta e immancabili panini con la porchetta.
Auguro un “terzo tempo” a tutti!
Cordialmente, maestrocastello.

sabato 25 luglio 2009

Quanto sopporti il dolore?


























Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d'erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell'uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi,prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
(U.Saba)

[da Casa e campagna, 1909-1910]
In questa breve poesia Umberto Saba esprime in modo oggettivo la propria pessimistica concezione della vita che ricorda sia il pessimismo cosmico leopardiano sia il montaliano "male di vivere".
Lo spunto alla meditazione sul dolore e sul male è infatti offerto da una capra solitaria, colta in un momento di disagio ("sazia" sì, ma "legata" e "bagnata dalla pioggia"), alla quale il poeta si sente vicino perché accomunato ad essa, come a tutti gli altri esseri viventi, da un'identica ed eterna legge: il dolore. Perciò la risposta del poeta (dapprima scherzosa) a "quell'uguale belato" non sembra più ridicola o buffa (come al primo verso), ma profondamente seria e partecipe.
Nella strofa finale, dopo il progressivo allargamento d'orizzonte dall'animale all'umano, la dimensione del dolore si estende all'universale.
Il termine dolore (Pain), assume diversi significati, rispetto al sistema etico e al contesto storico-culturale in cui è inserito. Schopenauer scrisse che la psicologia dell’uomo oscilla continuamente tra due stati: la noia e il dolore. Quando non proviamo dolore ci annoiamo e per uscire dalla noia cerchiamo il dolore. Il dolore è tutto ciò che gli uomini conoscono… da’ senso alla loro esistenza. Li fa credere vivi (Il Dreamer). La canzone di Vasco Rossi “voglio una vita spericolata… voglio una vita piena di guai…” potrebbe ben essere l’inno di un’umanita’ che indulge nel dolore e che ha fatto della sofferenza una costante fisica e psicologica della propria vita. la dolorosità diventa per noi tutt’uno con l’esistenza, una costante naturale e, per assurdo, una presenza rassicurante della vita. Ci pensate quanto spazio occupi il dolore nella nostra vita? La gente non si sente mai al sicuro. Anche quando un uomo è ricco e, apparentemente, non ha nulla da temere, si sente dubbioso, in uno stato di continua precarietà e vive nella paura, nella incertezza, nel dolore...
Venendo al mondo la prima sensazione dell’essere umano è quella di soffocare, di venire sopraffatto. Partorito nel dolore, accolto dalle luci accecanti di una sala operatoria, dalle voci concitate dei medici e dalle grida della madre, sculacciato e sdraiato su una fredda superficie d’acciaio, il neonato incontra il dolore e la paura come prima impressione e da quel momento li seguirà come i suoi veri genitori.
“Tu uomo lavorerai col sudore della fronte e tu donna partorirai con dolore”; in effetti l’uomo e la donna sono accomunati da l termine travaglio che vuol dire lavoro in francese ed anche fatica e sofferenza. Provate a stare accanto ad una persona che prova dolore, senza poter apportare alcun aiuto, nessun sollievo. Hai voglia a dirle che capisci il suo dolore! Capisci un cazzo! Il dolore lo prova quell’altro e non è condivisibile o alleviabile a parole. E’ anche vero che certe persone hanno una soglia alta di sopportazione del dolore e non sembrano soffrire poi così tanto e certi altri si lamentano molto anche per un semplice graffietto. Secondo la visione cristiano cattolica il dolore viene considerato nella sua veste forse più positiva, assume non più il ruolo di ente negativo che affligge l’uomo ma diventa il mezzo usato dall’umanità per raggiungere e completare, all’interno del viaggio che è la vita, le sofferenze del Cristo, per riscattarsi dal mondo del peccato e raggiungere a pieno titolo la salvezza eterna .
Penso comunque che il dolore per quanto lo si voglia vedere in modo negativo, sia una specie di nodo al fazzoletto di ciascuno per ricordargli che può avere tutte le fortune di questo mondo, ma egli è sempre un uomo, uguale a tutti gli altri, in relazione al dolore.
Sinceramente mi ispira più fiducia una persona che è stata a stretto contatto col dolore, perché è più umana e può comprendere maggiormente i disagi degli altri.
Spero che questi pensieri siano solo spunti di sana riflessione e non rovinino questa estate già tanto infastidita dalla calura e dai troppi incendi estivi.
Buona vita!
maestrocastello

domenica 19 luglio 2009

Sei schiavo delle abitudini?



Perché ci formiamo delle abitudini?
Vi siete mai chiesto perché ci formiamo delle abitudini? In effetti le abitudini sono un bisogno dell’individuo di avere sicurezza. Esse richiedono poco dispendio di energie ed attenzione e ci danno l’illusione di avere sempre il controllo della situazione. Svegliarsi sempre alla solita ora, fare sempre lo stesso percorso per recarsi al lavoro, andare in villeggiatura sempre nel solito posto, pensarla sempre allo stesso modo sono automatismi che rendono la nostra vita più semplice; ma anche più prevedibile e limitata. Radicarsi in un’abitudine irrigidisce i propri schemi mentali, fa vivere sempre nel già conosciuto e già saputo e disabitua il cervello ad accogliere le novità. Quando la video scrittura, ad esempio, ha soppiantato la cara e vecchia macchina da scrivere; molti impiegati hanno preferito la via del pensionamento, piuttosto che cambiare le proprie abitudini di lavoro.
Capisco che non è facile non ricadere nell’abitudine, specialmente quando ci troviamo in situazioni di particolare stress. Ad esempio chi smette di fumare, spesso ricade nel vizio; perchè riprendendo la vecchia abitudine fa acquistare sicurezza e vincere il momentaneo stress accumulato.
L’abitudine crea l’illusione di rendere più facile la vita, ma in effetti la limita parecchio, non ti permette il gusto della scoperta, del nuovo. E’ come vedere ripetutamente lo stesso film di cui sai già tutte le battute a memoria. Vivere cento anni nell’abitudine è come aver inserito il pilota automatico alla propria vita. C’è un vecchietto qui al mare che vive nell’abitudine perenne e la sua giornata la sappiamo a memoria: sveglia alle sei e mezza, alle sette è in strada per aspettare il furgone del pesce, telegiornale alle sette e trenta, alle otto e mezza si incontra col solito amico per gettare la spazzatura ed acquistare il solito quotidiano, quando si avvia al mare sappiamo che si son fatte le nove e trenta, pranza all’una in punto ed è pronto per la siesta alle tredici e trenta fino alle sedici-sedici e trenta, ora in cui beve il caffè pomeridiano, appollaiato sul terrazzo e….. così per l’intera estate marinara.
“Nati non foste per viver come bruti, ma per servir virtute e conoscenza” sono i versi danteschi a giustificazione delle continue peregrinazioni di Ulisse che invece di intraprendere la strada più semplice per il ritorno in patria è spinto a sfidare l’ignoto, per sedare la propria sete di conoscenza. Ci pensate se Colombo si fosse accontentato di percorrere la riviera ligure da Genova ad Imperia, invece di sfidare le colonne d’Ercole che erano tabù per i marittimi dell’epoca?
Tutti siamo soggetti a nostre piccole abitudini e la cosa saggia è di riconoscerle ed individuare quelle che invece di facilitarci la vita, ce la complicano; impedendoci di fare ciò che vorremmo, riducendoci ad assumere sempre gli stessi atteggiamenti, a ripetere sempre le medesime azioni per tutta la vita. Quindi prendiamo la decisione di “romperle” queste abitudini, preparandoci un piano di lavoro in cui, ogni giorno, ci impegniamo a fare una cosa che di solito non facciamo, o a farla ogni giorno, in un modo diverso. Solo allora ci renderemo conto della libertà che lentamente acquisteremo. Consiglio sempre di fare delle nuove scelte, come quella di cambiare strada quando si va al lavoro, scegliere un nuovo ristorante quando si va a mangiare fuori, cambiare marca dei prodotti alimentari, andare in vacanza in un posto differente dell'anno precedente. Cambiare le tue abitudine ti aiuta in primis a maturare e a conoscere cose che prima ignoravi e a renderti una persona più completa.
Cordialmente, maestrocastello.