Quando scompare un personaggio dello spettacolo dispiace ogni volta, specie se ha accompagnato vari momenti della nostra vita e pare, a volte, che se ne sia andato un amico; uno che ci ha tenuto compagnia, ci ha fatto ridere e ci ha fato piangere; uno che insomma ci ha trasmesso emozioni. Recentemente la morte ha fatto irruzione nella vita di Pietro Taricone, strrappandolo all’affetto dei suoi cari ed aveva solo 35 anni. A distanza di alcune settimane ancora non si sono spente le luci su questo lutto inaspettato e la gente continua a lasciare messaggi di affetto sia sul luogo dell’incidente, sulla sua tomba ed in rete: facebook e quant’altro. Pietro era uno che la vita se la rischiava, se la godeva fino in fondo. Era una persona vera e non un personaggio costruito. La gente lo piange perché si identifica in lui, uno che ce l’aveva fatta senza raccomandazioni, che dopo aver avuto l’opportunità di una rapida fama, aveva avuto l’intelligenza di eclissarsi per studiare i personaggi che avrebbe interpretato, con grande successo. Pietro non recitava, ma interpretava se stesso. La sua non era una maschera, ma la faccia che indossava ogni mattina: vero il sorriso, veri i suoi vezzi, vero l’intercalare campano-abbruzzese. “Pietro era uno con le palle” - dice di lui Marina La Rosa, sua compagna nel Grande Fratello e sua amica fuori dagli schermi – “Tutti quelli che conoscevano Pietro rimanevano affascinati dal suo modo di essere. Aveva un entusiasmo travolgente, che riusciva in qualche modo a trasmettere a chiunque lo avvicinasse. Si buttava anima e corpo in ogni cosa, era curioso, affamato di tutto. Era sempre a correre dietro a mille cose, Pietro. Era la persona più viva che io abbia mai conosciuto”. Con Taricone è venuto a mancare uno di noi, uno col sorriso buono e gli occhi belli che si stava godendo la vita con l’adrenalina alle stelle. Questo ragazzo di provincia rappresentava lo stimolo per tanti che ce la vogliono fare con i propri mezzi, senza montarsi la testa, senza vendersi a nessuno, senza barattare il proprio successo. Era rimasto il ragazzo semplice di sempre che tornava a tagliarsi i capelli dal suo barbiere-amico di Caserta, che appena poteva tornava a farsi la partita a carte e due chiacchiere con gli amici di sempre. Quando partiva una sua intervista, lo vedvi scalpitare sulla sedia come un cavallo ai nastri di partenza, il sorriso illuminava le parole che gli uscivano a mitraglia dalla bocca e, con naturale simpatia, diceva verità senza offendere nessuno. La morte è giunta senza preavviso a strappare un buon figlio, un buon padre, un buon compagno, un buon amico per tanti. Pietro Taricone è la risposta per tutti quei ragazzi di provincia che sognano di dare una svolta alla propria vita, senza montarsi la testa. Dimostra che è possibile farcela con le armi della caparbietà, semplicità, la simpatia, l’applicazione e lo studio assiduo; senza raccomandazioni e senza compromessi. La sua è la dimostrazione che quando si arriva in cima al successo, è possibile restare semplici ed esprimersi senza paura, vivendo la vita senza fare calcoli. Ciao, guerriero!
domenica 25 luglio 2010
Ciao, guerriero!
Quando scompare un personaggio dello spettacolo dispiace ogni volta, specie se ha accompagnato vari momenti della nostra vita e pare, a volte, che se ne sia andato un amico; uno che ci ha tenuto compagnia, ci ha fatto ridere e ci ha fato piangere; uno che insomma ci ha trasmesso emozioni. Recentemente la morte ha fatto irruzione nella vita di Pietro Taricone, strrappandolo all’affetto dei suoi cari ed aveva solo 35 anni. A distanza di alcune settimane ancora non si sono spente le luci su questo lutto inaspettato e la gente continua a lasciare messaggi di affetto sia sul luogo dell’incidente, sulla sua tomba ed in rete: facebook e quant’altro. Pietro era uno che la vita se la rischiava, se la godeva fino in fondo. Era una persona vera e non un personaggio costruito. La gente lo piange perché si identifica in lui, uno che ce l’aveva fatta senza raccomandazioni, che dopo aver avuto l’opportunità di una rapida fama, aveva avuto l’intelligenza di eclissarsi per studiare i personaggi che avrebbe interpretato, con grande successo. Pietro non recitava, ma interpretava se stesso. La sua non era una maschera, ma la faccia che indossava ogni mattina: vero il sorriso, veri i suoi vezzi, vero l’intercalare campano-abbruzzese. “Pietro era uno con le palle” - dice di lui Marina La Rosa, sua compagna nel Grande Fratello e sua amica fuori dagli schermi – “Tutti quelli che conoscevano Pietro rimanevano affascinati dal suo modo di essere. Aveva un entusiasmo travolgente, che riusciva in qualche modo a trasmettere a chiunque lo avvicinasse. Si buttava anima e corpo in ogni cosa, era curioso, affamato di tutto. Era sempre a correre dietro a mille cose, Pietro. Era la persona più viva che io abbia mai conosciuto”. Con Taricone è venuto a mancare uno di noi, uno col sorriso buono e gli occhi belli che si stava godendo la vita con l’adrenalina alle stelle. Questo ragazzo di provincia rappresentava lo stimolo per tanti che ce la vogliono fare con i propri mezzi, senza montarsi la testa, senza vendersi a nessuno, senza barattare il proprio successo. Era rimasto il ragazzo semplice di sempre che tornava a tagliarsi i capelli dal suo barbiere-amico di Caserta, che appena poteva tornava a farsi la partita a carte e due chiacchiere con gli amici di sempre. Quando partiva una sua intervista, lo vedvi scalpitare sulla sedia come un cavallo ai nastri di partenza, il sorriso illuminava le parole che gli uscivano a mitraglia dalla bocca e, con naturale simpatia, diceva verità senza offendere nessuno. La morte è giunta senza preavviso a strappare un buon figlio, un buon padre, un buon compagno, un buon amico per tanti. Pietro Taricone è la risposta per tutti quei ragazzi di provincia che sognano di dare una svolta alla propria vita, senza montarsi la testa. Dimostra che è possibile farcela con le armi della caparbietà, semplicità, la simpatia, l’applicazione e lo studio assiduo; senza raccomandazioni e senza compromessi. La sua è la dimostrazione che quando si arriva in cima al successo, è possibile restare semplici ed esprimersi senza paura, vivendo la vita senza fare calcoli. Ciao, guerriero!
lunedì 12 luglio 2010
Capire le ragioni degli altri.

L’avaro del paese cadde nelle acque del lago.
"Aiuto! Aiuto! Non so nuotare", gridava a squarciagola annaspando nell’acqua.
I paesani accorsero a salvarlo.
Uno gli urlò: "Dammi il braccio, che ti tiro fuori!".
Un altro gridò: "Dammi la mano, che ti salvo!".
Un altro gridò: "Dammi il dito, che ti afferro!".
Ma l’avaro non dava proprio un bel nulla: né braccio, né mano, né dito.
E veniva sempre più inghiottito dalle acque.
Allora un altro gli disse: "Prendi la mia mano, che ti porto in salvo".
Immediatamente l’avaro afferrò la mano dell’uomo. E così fu salvato.
Morale:
"Il saggio parla secondo la capacità di comprensione dell'uomo che vuole portare in salvo".
@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@
Per la riflessione.
La comunicazione è dialogo e senza dialogo la società non funziona. Solo attraverso il dialogo ci può essere un confronto con gli altri e l’uomo ha estremo bisogno di dialogo e di confrontotarsi con i suoi simili per potenziare il suo essere. Attraverso il dialogo si possono comunicare le proprie opinioni, ma soprattutto si ha la possibilità di capire la ragione degli altri e questo dovrebbe essere una ragione di vita. Solo una persona ottusa può pensare di essere sempre nella ragione, bastevole a se stessa e poter fare a meno di tutti gli altri. Non bisogna considerare il nostro interlocutore come un amico quando la pensa esattamente come noi e vederlo come un nemico quando esprime idee diverse dalle nostre. Se la pensassimo tutti allo stesso modo, il mondo non sarebbe piatto? Invece solo in una situazione in cui c’è una diversità di vedute può esservi crescita. Le leggi della fisica ci insegnano infatti che da poli opposti scaturisce la corrente elettrica che illumina la nostra casa. Certo che in un mondo individualista come il nostro non sembra possibile quel libero slancio d’amore che rende l’uomo capace di limitare il proprio essere per esaltare l’altro! Questo è capire le ragioni degli altri; altrimenti l’avaro dell’adagio lo faremmo affogare mille volte. Voi direte:"Ma io non condivido gli avari!" - Benissimo, ma non per questo lo lascio affogare! Sto salvando l'uomo non l'avaro che è dentro di lui; e per trarlo in salvo utilizzerò le armi più congeniali per lui: fargli credere che ci sta guadagnando qualcosa. E' un pò come facciamo coi bambini: mettiamo in atto mille raggiri, pur di riuscire a fargli mangiare quella pietanza sgradita che è necessaria alla sua crescita. E' tutta una questione di slanci d'amore che ritengo siano decisamente possibili, quegli atti di altruismo che induconoo a dire all’altro:”Prendi la mia mano che ti porto in salvo!”. Anche se poi ad uno slancio d’amore, seguono dieci nostri momenti di completo egoismo. Tutto sta nel ridurre i margini del nostro egoismo, pensando che aiutando un altro, stiamo anche aiutando noi stesssi.
Buona vita!
maestrocastello.
martedì 6 luglio 2010
Impara l’arte e mettila da parte.

Tutti laureati e nessuno che sappia attaccare uno specchio, collegare una presa di corrente o riparare un rubinetto. Imparare un mestiere è diventato oggi un vero investimento per il futuro dei nostri ragazzi. E’ vero che cambiano i tempi e tanti antichi mestieri hanno ceduto il posto ad altri più di moda; ma anche quelli classici non li impara più nessuno. Provate a cercare in questo periodo un idraulico nella vostra zona, un falegname o un muratore e vedrete che i tempi di attesa sono gli stessi di chi prenota una risonanza magnetica nella struttura pubblica. Una volta, finita la scuola dell’obbligo, i genitori ti accompagnavano dall’artigiano ad imparare un mestiere e dicevano al titolare:”Ti deve rubare il mestiere!” I mastri artigiani, sia essi fabbri, falegnami o calzolai erano attorniati da frotte di giovani desiderosi di imparare l’arte del maestro; ma passavano anni a rassettare gratis botteghe artigiane prima di essere iniziati ad eseguire lavori veri e propri. I maestri erano spesso gelosi ed insegnavano solo agli allievi più capaci tutti i trucchi del mestiere. Quando avevi capacità sufficienti, potevi restare a bottega e ricevere una paga regolare o aprire una tua attività indipendente. La paga artigiana, fino alla soglia degli anni sessanta, era una vera miseria. Mio padre stesso che era un apprezzato mastro muratore, seguito da decine di apprendisti, riusciva, a fatica, a mandare avanti la nostra numerosa famiglia. Oggi un idraulico avviato guadagna più di un chirurgo di fama. Quando il boom economico ha strappato alla terra tanti contadini, richiamato tanti promettenti elettricisti, fabbri, falegnami e calzolai verso la grande industria del Nord; è iniziata la lenta agonia per tanti mestieri che hanno segnato le tappe dell’infanzia a noi ragazzi di allora. Mi ricordo che mi portavano a fare il taglio di capelli dal barbiere Pasqualino che mi procurava fastidiose scottature col fon, proprio dove i preti hanno la chierica. Il calzolaio Rocco Capaldo era il più rinomato del paese e per il suo italiano perfetto e per la bravura degli allievi che superavano il maestro. Ricordo il sellaio, lo stagnaro, l’ombrellaio; ma quello che mi affascinava tanto era l’impagliatore di sedie, stavo ore intere ad osservarlo. Il mio paesino di montagna allora pullulava di botteghe artigiane di ogni tipo, di “mastri” uno più bravo dell’altro e tutti adeguati alle tasche di quel tempo. I più pittoreschi erano i fornai, quando i forni andavano a paglia. Facevano ripetuti viaggi con i carri, fino al campo sportivo, dove prelevavano coi forconi tanta di quella paglia che avvolgevano nei teloni e la trasportavano ai rispettivi forni. Tra un viaggio e l’altro, facevano tappa fissa nell’unica mescita di vino del paese e tanto bastava per farli passare per autentici ubriaconi. Oggi i maestri artigiani si lamentano che nessuno vuole imparare mestieri che finiranno per scomparire. Per rifare i tacchi si preferisce andare nei centri commerciali, dove sei servito da ciabattini improvvisati che si limitano ad incollare e ti liquidano in un batter d’occhio. Non sarebbe il caso di indirizzare i giovani verso mestieri che garantirebbero loro un futuro certo; invece di obbligarli a studi verso cui non sono tagliati? Tanti si sentirebbero maggiormente gratificati e le università non sarebbero gremite di “fuoricorso” che non si laureeranno mai.
Buona vita!
maestrocastello.
venerdì 25 giugno 2010
Chi l’ha detto che uscire dai mondiali sia un male?

L’Italia pallonara ora può mettersi l’animo in pace che tanto non c’è più da soffrire per la nazionale che è fuori dai mondiali e senza accampare tante scuse. Anche squadre più modeste della nostra ci hanno tenuto testa. Le colpe? Tutti si scagliano contro l’allenatore che sembra come quegli omini di cartapesta del luna park che devi cercare di colpire con cinque palle in successione, se vuoi portarti a casa un pupazzetto di peluche. Lippi ha la colpa di essere un vero presuntuoso che ha snobbato tanti calciatori, perché gli erano antipatici e non l’ha mai nascosto. Forte di un campionato vinto, s’è presentato con una squadra che pareva una minestra riscaldata: tante comparse e pochissimi veri attori e sapete tutti poi com’è andata. A sua discolpa va riconosciuto che non aveva molto da pescare in squadre imbottite di stranieri: l’Inter, campione d’Italia, ha schierato spesso dieci stranieri su undici (se escludiamo Balotelli che Lippi ha regolarmente escluso). Tanti, compreso chi vi scrive, dicevano che presto saremmo andati a casa e intanto speravamo fino all’ultimo che quei ragazzi strapagati mostrassero le palle; maccchè s’è visto solo confusione e poche idee. Dicevano i commentatori di una radio privata:” Noi italiani viviamo soprattutto di calcio, non ci dovevano fare questo!” . Invece io dico: uscire dai mondiali è davvero un male? Storicamente l’attenzione per il calcio distoglie la gente dai problemi veri e mi sembra che in questo particolare momento non stiamo messi proprio bene! Si sta varando una legge finanziaria che non ha precedenti e noi pensiamo a Cannavaro? I nostri figli che abbiamo fatto laureare, ora non trovano uno straccio di lavoro neanche da precari e noi pensiamo a Buffon che ha la sciatalgia? Ragazzi, noi stiamo col culo per terra, mentre il calcio non conosce crisi. L’Inter già pensa come spendere sul mercato i soldi incassati per la coppa dei campioni, la Juve si deve ricostruire, il Milan, la Fiorentina, la Roma sarà la solita corsa forsennata agli acquisti milionari di stagione e intanto molte aziende chiudono i battenti. Entreranno altri stranieri e noi dovremo ricostruire ex novo una nazionale con quel che passa il convento. Siamo seri, pensiamo per una volta che il calcio è solo un gioco d’ìnteressi e noi con i nostri mille e pochi altri spicci di euro al mese di stipendio abbiamo ben altro da pensare. Cominciamo a pensare che quando gioca L’Italia non è che va in guerra, è solo una partita di pallone e non scordiamoci che ci sono anche gli avversari che vanno rispettati. Ma c’è l’inno nazionale! E allora? Lo cantano anche gli altri e si commuovono anche più di noi. Siamo fuori dai mondiali; ma chi se ne frega! E’ andata male? Sara per un’altra volta!
Buona vita !
maestrocastello.
sabato 19 giugno 2010
QUALE SCUOLA.

Siamo al momento dei tanto sospirati esami di maturità che i ragazzi sognavano già nei banchi delle medie e fra qualche settimana la scuola italiana sfornerà mezzo milione circa di nuovi diplomati, molti dei quali si cimenteranno invano con studi universitari che non sono alla loro portata, sponsorizzati da famiglie troppo generose che riporranno in loro speranze che presto vedranno il tramonto. Non molto diversa è la sorte di quella rimanente schiera che prenderà le cose più seriamente. Questi ultimi, insieme alle loro famiglie, affronteranno sacrifici di varia natura (non ultimi quelli economici, dati i costi esagerati dei nostri atenei), per costrursi maggiori prospettive di lavoro e scopriranno invece che per un giovane laureato la vita è molto dura qui in Italia. Per veder riconosciuto il proprio talento bisogna andare all’estero, dove si investe seriamente sulla ricerca. Purtroppo la nostra scuola è scollegata totalmente dal mondo del lavoro, per la mancanza di una seria politica di programmazione. Non è vero che la scuola prepara il giovane al mondo del lavoro; perché non c’è lavoro! Nemmeno dà tutta questa cultura; è solo un’infarinatura superficiale, perché la cultura te la farai da grande. Ormai le Università pullulano di futuri disoccupati che cazzeggiano fino alla soglia dei trent’anni, per poi uscirne senza arte né parte. Come mai la scuola s’è ridotta così? Progressisti, laici, nostalgici; ognuno di noi ha idee diverse sulla scuola; ma andrebbe finalmente riconsiderata la nuda reltà dei fatti, quella che da decenni si va delineando: “la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano”. Così scriveva, giusto un anno fa, il professor Luca Ricolfi ed io sottoscrivo in pieno la sue affermazioni. Ma queste cose da noi non si possono dire senza provocare indignazione da parte della politica che si riconosce soltanto meriti ed, in fondo, trae vantaggio proprio a gestire masse di giovani che sguazzano nell’ignoranza più assoluta. Di chi è la colpa se la scuola italiana sforna diplomati che non hanno la capacità di esprimersi correttamente con un discorso ben articolato e comprensibile che accresca le conoscenze di chi ascolta? Di chi è la colpa se (come dice ancora Ricolfi) i nostri studenti non hanno più la capacità di concentrazione, di saper soffrire su un problema di difficile soluzione, se banalizzano tutto ciò che non arrivano a capire, se attribuiscono ad altri tutta la colpa della loro abissale ignoranza? Infatti sono soliti dire: “Sono stato promosso” (tutto merito loro!) o “Mi hanno bocciato!” (tutta colpa degli altri!). Ogni grado dell’istruzione addossa la colpa di lacune a quello precedente e intanto “…. l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni” ( sempre a detta di Ricolfi che insegna all'università). La verità è che la scuola non è più selettiva, prepara giovani capaci di superare quiz, di eseguire istruzioni; ma incapaci di padroneggiare una intera materia. La memoria che un tempo costituiva il serbatoio per organizzare le idee, è stata totalmente bandita, perché convinti che tutto si trova su Internet ed è questo il motivo se, finiti gli esami, i ragazzi non ricordano più nulla. In tutto questo sono poche le colpe dei giovani, se non di essersi lasciati facilmente ingannare da una generazione, come la mia, che ha finto di aiutarli e li ha invece ridotti ad uno stato di disorientamento totale. Nel tanto osannato “sessantotto” avevamo tutti l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione ed invece si è aperta la strada alla scuola facile, non selettiva, quella del 6 politico che si è poi ritorta proprio contro coloro che diceva di voleva aiutare. La colpa è della politica che non ha mai investito seriamente nell’istruzione dei giovani, nella preparazione del corpo docente ed ha lasciato, per clientelismo, che il carrozzone-scuola italiano si infoltisse di un numero eccessivo di “addetti ai lavori”(un milione e duecentomila dipendenti) che oggi supera di gran lunga quello dell’intero esercito degli Stati Uniti d’America(settecentomila unità). Fino ai primi degli anni ottanta eravamo ancora fermi alla riforma Gentile del 1923 e le cose non andavano poi così male; in quest’ultimi trentanni si sono avvicendate tante riforme che non hanno riformato un bel nulla. Si è pensato solo ai dettagli: voti o giudizi? Tempo pieno o mezzo tempo? Grembiule o tuta? Maestro unico, voto in condotta e crocifisso categoricamente appeso nelle aule! Intanto si continuano a tagliare i fondi alla scula. Ultimamente ci si riempie la bocca del termine “meritocrazia”. Ma state attenti che "La parola meritocrazia è l'ultimo trucco della comunicazione….”, dice Michael Young, “ una minoranza di privilegiati che si avvale di criteri di selezione tendenziosi e settari per impedire l'ascesa sociale di quanti sono sfavoriti dal fatto di appartenere alle classi inferiori”. Bisogna comunque pretendere una scuola di qualità, senza lasciare indietro nessuno e questo è possibile solo se ripartiamo da zero. La verità è che solo una scuola che fa sul serio può contribuire a sollevare anche i più deboli, dando a tutti i meritevoli le stesse opportunità; al di là delle questioni di ceto, sesso o quant’altro. Solo così potremo risollevare i nostri giovani dal baratro in cui li abbiamo precipitati.
Buona vita!
Maestrocastello.
giovedì 17 giugno 2010
tempo di vacanze, tempo di sacher.

La Sachertorte, più comunemente chiamata Sacher, è una torta al cioccolato inventata da Franz Sacher per Klemens von Metternich il 9 luglio 1832 a Vienna, in Austria. La torta consiste in due strati di pasta di cioccolata leggera con al centro un leggero strato di confettura di albicocche mentre sopra e nei lati è ricoperta da una glassa di cioccolata nera
In Italia la Sacher è molto conosciuta anche grazie ad una battuta di Nanni Moretti nel film Bianca (1984): “ Lei non ha mai sentito parlare della Sacher Torte? Bene, continuiamo così, facciamoci del male!". La frase è diventata presto così nota che lo stesso Moretti ha chiamato Sacher Film la sua casa di produzione cinematografica.
La torta Sacher è una vera bomba calorica a causa dell'ipercaloricità degli ingredienti utilizzati, soprattutto il cioccolato e il burro; una normale porzione contiene 420 calorie circa. La ricetta originale è gelosamente custodita dagli inventori viennesi che ne producono artigianalmente milioni di pezzi ogni anno; ma siccome non tutti possiamo recarci a Vienna, ecco una delle tante ricette che circolano sul web e vediamo cosa riusciamo a fare.
ingredienti per la torta base:
• 100 gr di farina bianca
• 150 gr di cioccolato fondente
• 90 gr di burro
• 100 gr di zucchero semolato
• 5 uova grosse
• 100 gr di marmellata di albicocche
Ingredienti per la glassa coprente:
• 1 cucchiaio di burro
• 120 gr di cioccolato fondente
• 0,8 dl di caffè freddo ( equivalenti ad una moka da 2 tazzine )
• 300 gr di zucchero a velo
• 1 cucchiaio di essenza di vaniglia
I sopracitati ingredienti permettono di preparare una torta, utilizzando una tortiera di 24 cm di diametro. Ora è tempo di realizzarla…
Preparazione
• Preriscaldare il forno a 170 gradi.
• Rivestire con carta da forno una tortiera a cerniera.
• Far sciogliere i 150 gr di cioccolato a bagnomaria.
• Togliere dal fuoco e lasciare raffreddare.
• Montare a crema i 90 gr di burro con lo zucchero semolato. Unire poi i 5 tuorli (preservando gli albumi ), amalgamandoli uno per volta.
• Aggiungere il cioccolato fuso ed incorporare la farina.
• Montare a neve gli albumi messi da parte in precedenza ed addizionarli al composto.
• Porre l’impasto nella tortiera.
• Far cuocere per circa un’ora ( tenendo sempre conto però della “prova stuzzicadenti”, ovvero far cuocere fin quando tale stuzzicadenti infilato nel mezzo della torta risulterà asciutto ).
• Far raffreddare nella tortiera.
• Una volta raffreddato, tagliare il dolce a metà orizzontalmente, disporre uno dei dischi su di un piatto da portata e spalmarvi sopra la marmellata di albicocche. Fatto ciò, ricoprire con l’altro disco.
Ed ora il tocco finale:
. preparare la glassa e rivestire la Sacher:
• Far sciogliere il cucchiaio di burro ed i 120 gr di cioccolato a bagnomaria.
• Aggiungere i 0,8 dl di caffè freddo, lo zucchero a velo e l’essenza di vaniglia, mescolando il tutto fino ad ottenere una crema liscia.

Avvertenze:
LECCARE IL MONITOR NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE!
Buona vita!
Maestrocastello.
martedì 15 giugno 2010
La diversità uccide.

Viviamo in un'epoca di rigurgiti razziali non esauriti, di faticose battaglie per il riconoscimento dei diritti di tutte le identità sessuali, di mutazioni sociali pesantemente indotte dai regimi capitalistici dominanti. La "diversità" spaventa. Ieri come oggi. Le pagine di cronaca ci offrono continuamente l’immagine di un’Italia che, a distanza di più di trent’anni, ancora vede il diverso come nemico da combattere. La Chiesa considera l’omosessualità addirittura una malattia; mentre ha tollerato troppo a lungo il vizietto della pedofilia che si annidava al suo interno. L’onorevole Paola Binetti, vicina al mondo cattolico, associa l’omosessualità alla pedofilia; intanto nelle città si è aperta la caccia ai gay. Arretratezza culturale, involuzione? L’omosessualità è ancora una colpa per i benpensanti medio piccolo borghesi. L’onorevole Mussolini arriva a dire a “Porta a Porta”: “Meglio fascisti che froci!”. Che scandalo e che ridere, due gay si baciano! Puoi essere ricco e famoso, ma se baci una persona del tuo stesso sesso verrai ridicolizzato sulle prime pagine dei giornali; finchè non ammetti che stavi solo scherzando.
I giornalisti prima aizzano e poi gridano allo scandalo quando qualche giovane nazi di borgata va in centro ad insultare e menare i primi "froci" che gli rovinano la vista. I giornali non mostrano una discriminazione sessuale evidente, questa rimane comunque sempre latente e confezionano i loro pezzi in base al gradimento del padrone che mette i soldi e dei suoi referenti politici . Essi considerano strano e bizzarro chi non si conforma ad una società che non prevede ancora forti diritti alle coppie di uno stesso sesso. Come si vede è un problema di mancata omologazione. Ma perché ancora oggi dà tanto fastidio chi è diverso? Ieri come oggi , la “diversità” uccide, scriveva Pier Paolo Pasolini. “...Solo una società ancora intrisa di vetero-cattolicesimo, bigotta, che ha rigurgiti nazi-fascisti può pensare all’omosessualità come una colpa da fare espiare nei lager. Solo l’idea della “diversità” vista in chiave negativa, come “minaccia” della propria identità può generare quei sentimenti di paura, ansia, sospetto che pongono, per autodifesa, l’eterosessuale in un gradino più alto nella scala dell’umanità”. Una società davvero civile pone l’umanità tutta sullo stesso gradino...”. La parola diverso assume oggi una dimensione limitata alla sola sfera affettiva e personale; ma il vero diverso è colui che è sempre in cerca di una identità personale e collettiva. I veri diversi non danno valore al denaro, perciò non possono essere comprati, sono spiriti liberi che volano al disopra della quota consentita, sono sganciati da logiche di denaro o di partito, non prevedono confini nè barriere, armi o fazioni. Sono coloro che avvertono dove si annida l’abuso, l’iniquità e il dolore. I veri diversi indossano lenti che non sono in dotazione e con queste vedono una società che fa terra bruciata intorno a loro, una società che sta debellando tanti mali; ma fa fatica ad estirpare il pregiudizio. A forza di rimanere all’angolo, i diversi rischiano di credere di essere davvero i peggiori del cortile, degli inguaribili sognatori, intrisi di inutili speranze e di dolore, costretti in un luogo di servitù e di silenzio dove appunto vivono le minoranze.
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