lunedì 14 gennaio 2013

Tabula rasa.


Oggi certo non mancano agli innamorati i mezzi per comunicarsi il loro amore. Il cellulare, le mail o i messaggini sono i mezzi più comuni per sentirsi dire “ti amo” e in modo magari cifrato “ti voglio bene (“Mnkia Ale, tvb, sei trpp fiko”). Trent’anni fa c’erano i telefoni a gettoni o quelli di casa che erano grigi, con il disco trasparente, a cui i nostri genitori applicavano il lucchetto per impedirci di telefonare e che noi toglievamo puntualmente di nascosto. Ore e ore per non dirsi nulla: “Ma quanto mi costi?”  Vi ricordate il tormentone dell’epoca? Prima ancora c’erano le lettere languide a cui si allegavano fiori secchi, profumi, tracce di lacrime e ciocche di capelli. L’analfabetismo dilagante fa capire che in pieno Medio Evo e in età rinascimentale ci dev’essere stata una totale assenza di tutto ciò e solo l’elite ricca  poteva scriversi lettere d’amore. Eppure non è stato sempre così nell’antichità, basta girare per la città di Pompei, per rendersi conto che i romani del I sec A.C. già usavano il telefonino, con cui scrivevano messaggi d’amore. Non ci credete? Ma è proprio cosi! Anche il telefonino dei romani stava nel palmo di una mano, solo che allora si chiamava “tabula cerata”. Era una tavoletta di legno di cedro a forma di vaschetta, spessa pochi centimetri e riempita con uno strato di cera. La cera era l’equivalente dello schermo dei nostri cellulari e su quella cera venivano scritti messaggi d’amore per mezzo di un pennino (stilus); la cera poteva essere raschiata  e ridepositata, consentendo così la cancellazione del testo e il riutilizzo della tabula per un nuovo messaggio (da qui l’espressione “tabula rasa" o tavola raschiata). A seconda della lunghezza del testo si potevano usare due tavolette (diptychum), tre tavolette (triptychum) o più di tre (polyptychum). Oggi usiamo la password per impedire agli estranei di accedere al nostro cellulare; ma anche all’epoca dei romani era più o meno così: chiusa da una cordicella, la tavoletta non poteva essere aperta da tutti e quindi il testo non poteva essere letto né modificato se non dal suo destinatario. I messaggi d’amore erano riconoscibili perché le tavolette erano più piccole e la cera era colorata, quasi sempre rossa. Le coppie clandestine usavano alcuni accorgimenti particolari per non farsi scoprire: usavano tavolette comuni, le affidavano a servitori fidati; un amante, ad esempio,  dava la tavoletta ad un’ancella che poteva introdursi fino alle stanze della matrona, senza destare sospetti, e poteva vedere la reazione di piacere negli occhi della signora e riferirlo al suo giovane amante. Il recapito avveniva “dictum factum” (detto fatto), come fosse una posta in tempo reale.
Buona vita!
maestrocastello

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