sabato 28 settembre 2013

Omaggio a Carlo Castellaneta.

A poche settimane dalla scomparsa di Alberto Bevilacqua, ci lascia un altro grande della letteratura italiana: Carlo Castellaneta. Di padre pugliese, Castellaneta è nato nel '30 a Milano, città a cui a dedicato ben 18 romanzi. Scrittore di narrativa e giornalista, è autore di numerosi romanzi di successi, tradotti in varie lingue. Mi piace ricordarlo con un breve estratto di un suo lavoro intitolato “Alla ricerca di una vita possibile”, molto attuale e molto significativo che invita l'uomo di oggi a riflettere.

Buona vita!


Alla ricerca di una vita possibile
di Carlo Castellaneta

Ho sempre pensato, e continuo a pensare, che alla fine della vita sapremo di noi stessi, nel migliore dei casi, l'ottanta per cento di quanto ci serviva per essere felici. Perché nell'altro venti per cento ci sono tutte le contraddizioni irrisolte che ci siamo portati dietro fino all'ultimo giorno, i dubbi, le paure, le illusioni che ci hanno accompagnato dall'infanzia alla vecchiaia, intrecciati in modo così complesso da non riuscire mai a venirne a capo.
Sono voci esterne, molto spesso futili, che però non possiamo fare a meno di ascoltare, e che mettono in dubbio  le certezze del giorno prima.
E se andassi a vivere in campagna? E se tornassi a stabilirmi in città? E perché continuo a pensare a quella donna che conosco appena? Oppure è il lavoro che non mi dà più soddisfazione? E a chi potrei confidare questa inquietudine?
Così si agitano dentro di noi le passioni più diverse, a volte in contrasto l'una con l'altra.
Potrei fare un figlio. Oppure lasciare il lavoro e girare il mondo. Dare un senso alla mia vita impegnandomi nel volontariato o magari farmi un’ amante.
Paradossalmente siamo immuni da queste suggestioni quando siamo preoccupati da un problema serio, economico o di salute; altrimenti la mente non cessa di inseguire le sue chimere.
Comunque, quale che sia il nostro comportamento, passivo o attivo, continuiamo a navigare a vista, senza carte né strumenti di bordo, dando piccoli colpi di timone per correggere la rotta appena avvistiamo qualche scoglio.
Ma siamo sicuri che sia questo piccolo cabotaggio la vita che abbiamo vagheggiato da giovani? Cioè quando sognavamo le grandi traversate?
L'usa e getta che la società ci impone come modello ci lascia alla fine con un pugno di mosche. Questo lo sappiamo, ma senza cadere in un rifiuto totale, che sarebbe irrealizzabile, sentiamo tuttavia un bisogno di certezze che diano più senso alla vita.
Non esistono nella vita istruzioni per l'uso…..
così consumiamo le nostre giornate spendendo quel poco o tanto di coraggio che abbiamo unicamente per sopravvivere, senza pensare a come rinnovarci, ma con la oscura cognizione di uno spreco, cercando qualche consolazione nelle vacanze, in un viaggio, nel cambiare l'automobile, nel cercare una casa in campagna, sapendo benissimo che l'appagamento sarà solo temporaneo, e altri desideri sopravverranno.
A questo punto, come salvarci dal circolo vizioso dei bisogni insoddisfatti e dei falsi bisogni?
Probabilmente dovremmo far nostro l'insegnamento di Fromm: che essere è più importante che avere.
Ma, aggiungo io, imparare anche (e insegnarlo ai nostri figli cresciuti nella civiltà del consumismo) che desiderare è più importante che avere. Anzi è il modo più sicuro per sentirsi vivi e apprezzare le cose che abbiamo, dopo che siamo riusciti a ottenerle.
In fondo, se ci pensiamo, la vera felicità consiste nella soddisfazione di aver raggiunto un traguardo, per modesto che sia, con le nostre sole forze, attingendo a quell'energia latente che sonnecchia pigra dentro di noi.
E, se mi è consentita una piccola formula, nell'accettare i nostri limiti con maggior consapevolezza.
Forse la sola risposta agli interrogativi che ci assillano è : impegnarsi a costruire, senza temere di dovere in futuro demolire. Dare amore senza aspettarsi di riceverne in eguale misura. Costruire affetti, amicizie, tenerezza. Qualcosa che non si compera, qualcosa su cui poter contare.


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